Draghi, Salvini non applaude ma rassicura: “La Lega c’è”


“Noi ci siamo. La Lega c’è!”. A sera inoltrata, Matteo Salvini nell’aula del Senato è un ultrà di Mario Draghi: “Fiducia convinta, in un mese è cambiato il mondo, e per aver fatto tornare la serietà la ringraziamo. Saremo al suo fianco per ricostruire il Paese”. Al mattino, il commento a caldo dello stesso tenore aveva battuto sul tempo il “lo sosterremo con impegno e dedizione totale all’interesse del Paese” di Silvio Berlusconi. Per esserci, la Lega fa cherry picking. Dei cinquantuno minuti del discorso di Mario Draghi coglie gli aspetti più graditi: “Più salute e meno tasse, più rimpatri e meno burocrazia, più cantieri e meno sprechi, responsabilità e rispetto verso le future generazioni, orgoglio di essere italiani, efficienza, cambiamento, trasparenza”.

E soprattutto si intesta la cornice di obiettivi delineata dal premier, ovvero un cambio delle regole comuni, dal meccanismo di redistribuzione dei migranti ai rimpatri di chi non ha diritto alla protezione internazionale, fino alla “piena assunzione di responsabilità delle istituzioni europee”. Il leader leghista sprizza entusiasmo: “Sentire Draghi parlare di cambio di passo nell’Ue, di rimpatri ed espulsioni degli irregolari, ci riempie di orgoglio e di gioia”. Persino sullo stop alle spinte sovraniste resta soft: “Un popolo sovrano può cedere quote di sovranità a un’entità democratica, l’Europa è casa nostra, culla del cristianesimo, Sì a quella del benessere, non a quella dell’austerità e del diverso trattamento dei camionisti al Brennero…”. Per il resto, chiede a Speranza di vietare i virologi in tv a “terrorizzare” gli italiani, plaude all’assenza di nuove tasse, cita De Gasperi: “Fiducia a prescindere per difendere i valori della civiltà occidentale.

Benessere e politica comune dell’immigrazione: l’Europa a cui dire Sì

L’ex vicepremier glissa opportunamente sugli aspetti meno lucenti del pensiero draghiano: l’altolà alle spinte sovraniste, l’irreversibilità dell’euro, l’Italia socio fondatore dell’Ue e protagonista della Nato in direzione di un bilancio pubblico europeo, la spinta verso una sovranità condivisa. E ancora: una riforma del fisco con imposta sui redditi progressiva. Una preoccupazione per la situazione dei diritti civili in Russia.

Nel delineare quello che Berlusconi con scaltrezza definisce non un programma bensì un “minimo comune denominatore” tra forze politiche alternative, Draghi è netto. Il governo in via di battesimo sarà pure “senza aggettivi” e permeato di “responsabilità nazionale” e “spirito repubblicano”, politico nel senso più alto della definizione, ma ha un orizzonte cristallino. Non semplicemente atlantista ed europeista: “Nato nel solco dell’Italia come socio fondatore dell’Ue e protagonista della Nato”. Non semplicemente membro dell’eurozona: “Sostenere questo governo significa condividere la prospettiva dell’irreversibilità dell’euro e di una maggiore integrazione europea verso un bilancio pubblico comune”. E in direzione di una sovranità condivisa perché “fuori dall’Europa c’è meno Italia, non c’è sovranità nella solitudine”.

Parole non fraintendibili, prive di chiaroscuri. Un credo europeo, che Salvini incassa da par suo: immobile, senza applaudire, ma per il resto senza un plissé. Lui si interessa di cose concrete, non fa “filosofia” sul futuro dell’euro, lascia “le dissertazioni agli accademici”. Anche i suoi uomini derubricano a “battuta” quella sulla moneta unica. Il Capitano parlerà stasera dopo le 22, durante le dichiarazioni di voto. Il capogruppo Massimiliano Romeo alle 19. Al mattino lo sostituisce il senatore Gianpaolo Vallardi, che pone i problemi della tutela in Europa di olio d’oliva e parmigiano: “La Lega punta su di lei presidente, siamo convinti che dopo il suo intervento questo Paese migliorerà”. La linea è quella: sovranismo e anti-sovranismo sono categorie del passato, per ora tutti con Draghi per “portare l’Italia in Europa”. Tenere bassi distinguo e fibrillazioni, aspettare e vedere, esserci e farsi vedere.

Anche sull’immigrazione – tema cruciale nel partito – la linea è attendista. E le aspettative – tattiche o meno – riposte in Draghi sono alte. A palazzo Madama Il premier ha delineato il suo quadro: rafforzamento del rapporto “strategico e imprescindibile” con Francia e Germania; collaborazione sul Mediterraneo con Spagna, Grecia, Malta e Cipro; dialogo con la Turchia, e pure con la Russia al netto delle preoccupazioni per “i diritti dei cittadini spesso violati”. Ma la parte migliore è stata quella successiva: “Nella sfida per negoziare il nuovo patto su migrazioni e asilo perseguiremo un rafforzamento dell’equilibrio di responsabilità tra Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva”, E “cruciale sarà la costruzione di una politica europea dei rimpatri di chi non ha diritto alla protezione internazionale accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati”. Significa nuove regole europee. “Se Draghi riuscirà a convincere Bruxelles che l’immigrazione è un problema di tutti e non soltanto italiano – ripete Salvini ai suoi – sarà un enorme risultato. Cambiare i trattati, modificare lo status quo sulla redistribuzione che oggi penalizza Roma, distinguere in modo rapido ed efficace tra chi ha diritto a rimanere e chi no, sono obiettivi che Salvini condivide e persegue. Se Draghi gli toglierà alcune castagne dal fuoco – è la sintesi di qualcuno – andrà bene così.

Obiettivo: un presidio al Viminale

Non sarà una strada facile né corta. Nel mezzo, quanto ci vorrà prima che la linea “governista” della Lega vacilli? Il premier non si fa illusioni. Si è “blindato” con i ministri più europeisti e moderati sia della Lega che di Forza Italia. E si prepara a un’altra guerra di trincea, oltre quella con la pandemia. Primo round sui sottosegretari. Il Carroccio punta a un “presidio” al Viminale: il “duro” Nicola Molteni o il più dialogante Stefano Candiani. Tuttavia, la conferma della ministra Lamorgese indica un’approvazione delle sue scelte sull’immigrazione (delega che mantiene di persona) da parte di Draghi. E le linee dell’intervento del premier, fanno notare ambienti governativi, sono state condivise tra i due. E dunque, un eventuale sottosegretario leghista si troverebbe di fronte a un bivio: occuparsi magari di vigli del fuoco, rinunciando a piantare bandierine, o entrare rapidamente in rotta di collisione con la ministra. La scelta tra partito di propaganda e partito di governo per la Lega rischia di essere più vicina del previsto.



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