Draghi si dimette, la maggioranza non c’è più: cosa succede ora

La giornata più lunga e buia del governo Draghi finisce alle 20 e 11 minuti con un pasticcio persino peggiore di come era iniziata. E imprevedibile anche per i più raffinati analisti politici. Il governo Draghi ha ottenuto la maggioranza e la fiducia con 95 voti e 38 contrari. Tecnicamente sarebbe un governo di minoranza. Ma la maggioranza non c’è più. Tengono solo Pd, Italia Viva, più Europa, qualche centrista e qualche transfuga di Forza Italia come il senatore Andrea Cangini. “Ognuno di noi è vittima dell’educazione che ha ricevuto, la mia rispetta le istituzioni e sa quando è il momento di mettere da parte le questioni personali per il bene del Paese” ha detto il senatore azzurro. “Oggi ho ascoltato il dibattito e non ho trovato un solo motivo per non votare la fiducia n.56 al suo governo”. Lega e Forza Italia non hanno votato. I 5 Stelle erano presenti ma non votanti. Un escamotage tecnico per tenere il numero legale e non rendere nulla la votazione.

Ma il tempo dei trucchi e dei cerotti è finito. Per Mario Draghi la misura è colma: tutte le sue previsioni su una maggioranza ormai in campagna elettorale, sfibrata e non più concentrata sulle riforme necessarie al Paese si sono verificate e anche nel modo più becero e dilettantesco. “Lei non ha accettato la nostra mediazione” ha detto la capogruppo di Forza Italia Anna Maria Bernini, “le avevamo proposto un patto che lei ha rifiutato”, in pratica cambiare governo e agenda, mettere fuori i 5 Stelle, occupare un paio di ministeri che i 5 Stelle avrebbero dovuto lasciare liberi (Agricoltura e Politiche giovanili), sostituire due ministri chiave come Speranza (Leu) alla Sanità e Lamorgese all’Interno, sbilanciare la maggioranza verso destra. Un Draghi bis senza i 5 Stelle, esattamente quello che il premier aveva ripetuto più e più volte di non poter accettare. Ma Mario Draghi non è Giuseppe Conte. Non è uomo per tutte le stagioni e nel febbraio 2021 aveva accettato l’incarico di Mattarella solo e soltanto alla guida di una “larga maggioranza al di fuori di ogni schema politico”. Stefano Candiani, a nome della Lega (Matteo Salvini ha ritenuto di non dover pronunciare il discorso, di non metterci la faccia) è arrivato ad accusare il premier di non aver tenuto conto, nel suo discorso “delle partite Iva, dei pescatori, delle cartelle esattoriali, della flat tax”, temi mai entrati nell’agenda del governo Draghi perché temi di parte.

È arrivato, Candiani, ad accusare Draghi di “aver attaccato i tassisti” che non vogliono il decreto Concorrenza. I 5 Stelle hanno balbettato sia nell’intervento di Licheri che in quello della capogruppo Castellone, un po’ offesi e un po’ traditi: “Noi e le nostre battaglie non abbiano avuto la giusta considerazione. Siamo stati attaccati e umiliati. Se siamo noi il problema, leviamo il disturbo e torniamo nelle piazze dalla parte degli ultimi”. Giuseppe Conte ha seguito la giornata dagli uffici del gruppo 5 Stelle del Senato. Non s’è mai fatto vedere. Nascosto. Tranne intorno alle 17 quando tutto stava franando e allora ha accettato di incontrare Letta e Speranza. Un tentativo di salvare non tanto la giornata quanto il futuro del campolargo. “Noi non ci saremo mai” ha ricordato Matteo Renzi che in aula, in un silenzio tombale, ha messo in fila tutti i motivi, di politica interna ed internazionale per cui Italia viva con orgoglio avrebbe nuovamente votato la fiducia. E poi, siccome alle 17 e 30 il destino del governo era segnato, il leader di Italia viva ha voluto ringraziare Mario Draghi per tutto quello che ha saputo fare in questi 17 mesi, dal piano vaccinazioni alle misure contro la crisi senza fare nuovo debito “fino a quella foto, Presidente, di lei con Macron e Scholz sul treno per Kiev”.

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Adesso, una volta di più, la partita torna nelle mani del Presidente della Repubblica. Ieri sera il premier non è salito al Quirinale. Tecnicamente ha avuto la fiducia, non è sfiduciato, ha i pieni poteri. Il dibattito di oggi alla Camera resta confermato. La situazione è così ingarbugliata da sfidare le competenze dei costituzionalisti. Oggi la situazione sarà per tutti più chiara. Draghi andrà a Montecitorio solo per annunciare le sue dimissioni. Ora serve molta lucidità. Il problema non è la campagna elettorale. Il problema è che oggi la Bce alza i tassi fermi da undici anni; sempre la Bce oggi lancia lo scudo antispread di cui Draghi aveva a lungo parlato con Christine Lagarde; che la trattativa per sbloccare il grano ucraino è ad un passo dalla soluzione e Draghi ne è certamente un player importante; che Bruxelles deve decidere sul tetto al prezzo del gas e l’Italia aspetta un decreto di una decina di miliardi per aiutare famiglie ed imprese. Il problema è che in questo momento l’Italia ha bisogno di avere più governo e non di stare senza governo.

È stata una giornata incredibile con continui colpi di scena e cambi di rotta. Sergio Mattarella giovedì 14 luglio aveva respinto le dimissioni di Draghi perché non era stato sfiduciato dall’aula. Insieme – il Capo dello Stato più convinto, il premier assai meno – avevano deciso di dare cinque giorni di tempo al Parlamento per capire bene cosa fare. “Parlamentarizzare la crisi” è stata la priorità di Mattarella. In questi cinque giorni però abbiamo assistito ad un suk inqualificabile di ultimatum (quelli di Giuseppe Conte), richieste (la flat tax e il condono fiscale della Lega), ritrattazioni e provocazioni. Pura campagna elettorale con la variabile, e l’aggravante, del tentativo di voler lasciare il cerino della crisi in mano all’altro, 5 Stelle, centrodestra, centrosinistra. In questo gioco meschino, qualcuno ha provato a lasciare il cerino anche nelle mani di Draghi che da centrodestra hanno iniziato a raccontare come il capitano della nave in fuga dalle proprie responsabilità. L’unica verità è che 5 Stelle, Lega e Forza Italia sono riusciti per calcolo personale a buttare via, quasi umiliandola, la riserva della Repubblica più preziosa nella disponibilità del Paese. Da oggi inizia una campagna elettorale spietata – probabilmente si andrà a votare il 2 ottobre – mentre il Paese sta attraversando la tempesta perfetta, guerra, pandemia, inflazione, crisi speculazione È stata una crisi al buio nel senso letterale del termine. Ieri mattina a palazzo Madama nessuno sapeva quello che sarebbe successo.

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“Ascoltiamo Draghi” è stato il tormentone ripetuto da destra, da sinistra, dal centro, da quel Movimento 5 Stelle che dopo aver avviato una settimana fa la crisi non votando il decreto Aiuti, ieri pomeriggio alle 18 ancora non sapevano cosa avrebbero fatto. Fiducia sì, no, non partecipazione al voto. Dopo cinque giorni di assemblea permanente, insulti, minacce e ultimatum, il Movimento e il suo leader politico Giuseppe Conte sono rimasti senza parole e si sono fatti di nebbia. Irresponsabilità al cubo mescolata a tanta, troppa vigliaccheria e arroganza. Il presidente Draghi ieri mattina ha quindi parlato. E ha fatto Draghi, un tecnico, non un politico che da mesi dice e ripete: “Questo governo, nato nell’emergenza di questi anni e al di fuori di ogni schema politico, va avanti finché governa. Se s’inceppa l’azione di governo, il governo finisce”. Dalla riforma del Csm al catasto, dalle concessioni balneari alle licenze taxi in nome di quella concorrenza di cui l’Italia ha bisogno e di cui l’Europa ci chiede conto per darci i soldi del Pnrr, “tutto ha dimostrato – è stata la denuncia di Draghi – il progressivo sfarinamento della maggioranza sull’agenda di modernizzazione del Paese”.

Non ha risparmiato nessuno il premier. E s’è tolto parecchi sassolini dalle scarpe, situazioni subìte in questi mesi e spesso ingoiate in nome della stabilità e della continuità per mano di Lega, Forza Italia e Cinque stelle. Draghi ha attaccato chi “in politica estera ha cercato di indebolire il sostegno del governo verso l’Ucraina e di fiaccare la nostra opposizione al Presidente Putin”. Chi da mesi chiede lo scostamento di bilancio, “ulteriore indebitamento proprio quando maggiore era il bisogno di attenzione alla sostenibilità del debito”. Ha attaccato i 5 Stelle che “giovedì scorso ha certificato la fine del patto di fiducia che ha tenuto insieme la maggioranza, un gesto politico chiaro, impossibile ignorarlo o minimizzarlo”. Chi dice di “volere la sicurezza energetica e poi protesta contro i rigassificatori e i termovalorizzatori”. Chi, anche, appoggia gli scioperi dei tassisti contro una legge che vuole dare più servizi ai cittadini.

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Non è stato morbido ieri mattina Draghi. Non è stato ipocrita. Ha indicato tutte le riforme che voleva fare: il reddito di cittadinanza “se funziona bene ma se non funziona non va più bene” e così il superbonus edilizio, diventato un problema perché scritto male e ora da riscrivere. La Meloni l’ha accusato di aver chiesto “pieni poteri” solo perché il premier ha fatto riferimento alla mobilitazione di popolo che, tra le altre cose, lo ha convinto ad andare in aula a spiegare una volta di più il senso del suo mandato. Poi è chiaro che è il Parlamento sovrano a decidere. Poteva essere più morbido Draghi? Addomesticare ancora una volta il messaggio? “Tanto se prende i voti oggi, cade tra una settimana” spiegava un sottosegretario leghista quando ancora, intorno all’ora di pranzo, il governo sembrava salvo. “All’Italia non serve una fiducia di facciata, che svanisca davanti ai provvedimenti scomodi. I partiti e voi parlamentari siete pronti a ricostruire questo patto e a confermare questo sforzo?”. La risposta è stata No.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent’anni a Repubblica, nove a L’Unità.

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