Due finte flat tax per mettere d’accordo Salvini e Meloni

Alla fine, dopo roboanti annunci, e tutti diversi, da parte dei tre partiti della coalizione di destra, nel programma della destra unita entrano non una, ma due flat tax che in realtà non sono flat tax. Del programma leghista viene inserita la misura sempre proposta: cioè l’estensione del forfait per gli autonomi ai 100 mila euro di reddito loro e di quello di Giorgia Meloni viene inserita l’idea di un’altra finta flat tax, cioè una cedolare o forfait per la parte di reddito che aumenta rispetto all’anno precedente.

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Del resto, ieri lo ha ammesso, anzi ha fatto due ammissioni in una. Intervistata da Rai Radio1, la leader di Fratelli d’Italia, ha spiegato che a proposito di flat tax «la cosa migliore è applicarla all’inizio sui redditi incrementali, tutto quello fatto in più rispetto all’anno precedente perché non ha biosogno di coperture particolari, si tratta di nuovo gettito». Le due ammissioni sono chiare: da una parte quella che Meloni chiama flat tax non è una flat tax, ma porta al risultato paradossale che chi ha avuto un aumento di salario e ha migliorato la sua situazione reddituale viene premiato anche dal fisco, pur pagando l’aliquota dell’anno precedente, e chi non sta migliorando la sua situazione continua a pagare tutto il dovuto. La seconda ammissione è che ci sono problemi di coperture. E non soltanto per i progetti di salviniani, che potrebbero costare 50 miliardi di euro l’anno, o quelli berlusconiani, 30 miliardi di euro l’anno, anche per il programma sul fisco di Meloni.

Un programma così di destra che se ne vergognano persino loro

L’amico Orbán

Fratelli d’Italia propone una riduzione del cuneo fiscale di 16 miliardi – Meloni ha detto chiaramente al Sole 24 Ore che la sua proposta è quella del presidente di Confindustria Carlo Bonomi, editore del Sole 24 Ore, oltre che candidato a ottenere un posto, dopo la Lega Calcio, anche nel nuovo governo di destra che dovrebbe venire. Anche se il reddito di cittadinanza venisse completamente cancellato, come vorrebbe FdI e con buona pace del milione e mezzo di famiglie che ne beneficiano, non basterebbe. Nel suo programma c’è anche una nuova voluntary disclosure, cioè un favore per chi ha portato i contanti all’estero che ora potrebbe farli rientrare pagando meno sanzioni, con il piccolo problema che potrebbero essere frutto di riciclaggio e c’è anche l’idea di una web tax più ampia. E qui viene il bello, perché la web tax italiana è stata sospesa per agevolare il compromesso trovato in sede di G20, presieduto dal governo Draghi, sulla tassazione delle multinazionali al 15 per cento, sostenuta anche dagli Stati Uniti. Bene, solo che a bloccare la ratifica di quegli accordi che potrebbero valere miliardi dell’Italia, c’è il suo alleato Victor Orban.

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Metà fase 1

La Lega di Salvini che sbandiera lo slogan di flat tax in modo inappropriato ormai da anni, avrebbe volentieri proceduto per la sua strada che, però, è un percorso costo e allo stesso tempo assai tortuoso: propone una flat tax in tre fasi, che già dice abbastanza di quanto non sia una flat tax.

L’aumento del forfait, che è parte della fase 1, è entrato nel programma unitario e continuerà a disincentivare la crescita delle aziende e discriminare oltre che i dipendenti e i pensionati, anche tra gl stessi autonomi che ha maggiori costi produttivi. Ma l’altro pezzo della fase uno è l’estensione ai redditi delle famiglie ma fino a 70 mila euro, con l’introduzione di un quoziente famigliare con ben diverse 14 aliquote, in base a reddito, numero di percettori di reddito presenti in famiglia e numero di figli. Verrebbero, però eliminate, le detrazioni decrescenti, ma introdotte deduzioni fisse inversamente proporzionali al reddito.

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Nello schema della Lega però resterebbero anche le normali aliquote Irpef, che però verrebbero profondamente modificate a favore dei redditi più alti: via le aliquote al 41 e 43 per cento, resterebbe quella al 23 per cento fino a 15 mila euro, tra i 15 mila e i 28 mila euro verrebbe alzata di due punti al 27 per cento, sopra i 28 mila sarebbe al 38 per centro. Mentre oggi è al 35 per cento tra 28 mila e 50 mila.

Le coperture per questa operazione? Armando Siri, dice che ci sono già fondi a disposizione. Quali? Sette miliardi liberati con l’ultima riforma delle aliquote Irpef e quindi non è un abbassamento delle tasse, che ci è già stato. Poi le tax expenditure di cui si favoleggia da sempre la riduzione e poi ci sarebbe l’assorbimento dell’assegno unico per le famiglie con figli. La Lega sostiene che non sia una cancellazione, intanto nel primo quadrimestre l’assegno valeva 4,8 miliardi di euro. Anche qui si spostano fondi a favore di un sistema più disuguale. La terza fase, poi, costerebbe addirittura 50 miliardi.

Forza Italia perde

Il 14 giugno in commissione Finanze c’è stato un divertente siparietto tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, ognuno che rivendicava la sua versione di flat tax non flat tax. Di fronte a un botta e risposta tra i sostenitori dell’emendamento Meloni e di quelli del disegno di legge della Lega, Carlo Giacometto di Forza Italia aveva ricordato come «Il tema della flat tax è stato introdotto per la prima volta da Forza Italia diversi anni fa, prevedendo due aliquote, rispettivamente, del 23 e del 33 per cento». Trenta miliardi di costo per un sistema a due aliquote. Invece, per ora hanno vinto gli altri due partiti: due finte flat tax al prezzo di una. Del resto la flat tax italiana è come un quadro di René Magritte al contrario: è una riforma delle imposte che non ha nulla di piatto, semmai di regressivo e a cui è appiccicata l’etichetta di flat tax. Una proposta fiscale perfettamente surrealista. Almeno i terrappiattisti negano che la Terra gira ma al contrario dei tassapiattisti non l’hanno creata loro.

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