E se fossi io il tipo entrato con una motosega al MAMBo per rubare il quadro di Giannotti?

La notizia è circolata parecchio, non mi ci soffermerò troppo. Succede che a Bologna, in una galleria d’arte, la MAMBo un tizio è entrato con una motosega e, seguendo pedissequamente le istruzioni riportate nell’opera medesima, un quadro dell’artista Aldo Giannotti, parte della mostra Safe and Sound, ha segato la parete che ospitava il quadro portandolo via. Nulla che lasci intendere un furto vero e proprio, sia chiaro, non è successo nella notte, con magari qualche stratagemma degno di una Mission Impossible a base di raggi ultravioletti e tutine aderenti nere. È accaduto in pieno giorno, con gli addetti della galleria MAMBo di Bologna che, informati dall’artista che qualcuno avrebbe in effetti potuto prendere alla lettera le indicazioni date, si diceva che chi fosse entrato in galleria munito di motosega e avesse segato un pezzo di muro, in realtà un cartongesso, avrebbe potuto prendere l’opera in questione. Così era scritto e così è stato. Sull’identità del fortunato neo possessore del Giannotti nulla si sa, al punto che qualcuno ha un po’ maliziosamente ipotizzato si tratti a sua volta di un collaboratore di Giannotti stesso, il tutto sarebbe parte dell’opera d’arte in divenire. Del resto è già successo di recente, Banksy che prevede che la sua opera battuta all’asta vada distrutta in un tritacarta, in realtà acquistando ancora più valore in questa nuova forma, la banana appiccicata al muro col nastro adesivo all’Art Basel Miami Beach di Cattelan che non viene lasciata marcire ma finisce per essere mangiata da un altro artista, David Datuna, da quel momento noto nel mondo come “The Hungry Artist”. L’arte moderna è così, in progress.

Del resto, ci aveva tenuto a far sapere Giannotti, per un certo tempo è stato che i musei comprassero pezzi interi di muro su cui degli street artist avevano posto le proprie opere, non certo destinate ai musei ma alle città, fatto che aveva indotto Blue, per citarne uno dei più famosi, a cancellare tutte le sue opere proprio a Bologna, quella scritta tratta dal libro di Pino Cacucci dedicato alla Banda Bonnot, “In ogni caso nessuno rimorso”, lì sulla facciata del palazzo a futura memoria, normale che si pensi anche a una situazione inversa, il muro di un museo che viene tagliato per permettere a un cittadino di portarsi a casa un’opera d’arte.

Tutto molto figo. E ben ragionato. Se ne è parlato molto. Anche adesso e qui.

Per qualche tempo è successo qualcosa di analogo anche in musica, forse con mena collaborazione tra gli artisti. Mi spiego. C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui la musica ha iniziato a essere una rielaborazione di musiche e suoni preesistenti. Non parlo dei remix, anche se pure quelli possono serenamente rientrare in questo discorso, quanto più dei campionamenti, i piccoli, a volte neanche troppo piccoli, pezzetti di altre canzoni che diventavano a loro insaputa basi e parti di nuovi brani. I sample, insomma, le mini porzioni di tracce anche famosissime che diventavano, rielaborate, rallentate, velocizzate, lasciate intatte, manipolate, chi più ne ha più ne metta, parte di nuove canzoni. Del resto il rap, questo accadeva quasi esclusivamente nell’ambito di questo genere, i Djs a compiere queste azioni, vagamente illegali, in quanto violazione del diritto d’autore, è partito proprio con l’idea di appoggiare rime, spesso improvvisate, su basi che partivano dal preesistente.

Non è mia intenzione star qui a fare un Bignami della storia della musica black, è tutta roba già più che nota. Ma è un fatto che andando a riascoltare oggi alcuni album degli anni Ottanta e primi anni Novanta c’è da trasalire, perché si ravvisano tracce di lavori di altri artisti lì, in bella mostra, come se niente fosse.

Esiste una sorta di slogan, una di quelle frasi che con buona probabilità una qualche influencer andrà a postare come commento a una prossima foto delle sue gambe, il costume in primo piano, che fungono da mirino per un panorama mozzafiato, “L’arte, una volta che l’artista l’ha data al mondo, non è più dell’artista stesso”. Presumibilmente all’epoca la sia pensava davvero così. O forse, in maniera più consona, si pensava che usare un sample di un’opera preesistente fosse lecito perché in fondo la rielaborazione sarebbe stata a suo modo un omaggio, come chi, scrivendo un libro, cita una frase mettendola tra virgolette, una citazione, esattamente. Solo che nei sample, a parte l’indicarli a volte nei booklet dei dischi, non c’erano virgolette. E anche nel mondo dei libri esistono limiti alle porzioni di testo altrui che si possono citare, dopo si passa al campo ambiguo del plagio. Ripeto, nel mondo dell’arte non sempre gli artisti intendono collaborare tra loro. In fondo, il mondo del rap, di quello stavo parlando adesso, ha avuto in qualche modo una sua enorme esposizione quando alcuni artisti, forse il caso più eclatante è quello tragico di 2Pac e di Notorious BIG, si sono in qualche modo impossessati di piccole porzioni del nome altrui, andandolo a inserire in una serie di citazioni neanche troppo sfumate in quello che poi è divenuta una consuetudine acclarata come il dissing. Ti mando a cagare, in maniera piuttosto eclatante, spettacolare, tu mi rispondi, e si apre quello che in altri campi si chiamerebbe un contenzioso, una tenzone non troppo diversa da quella dei tempi in cui c’erano i cavalieri e le tenzoni si risolvevano a colpi di spade, o nei duelli. I dissing sono duelli, e sono duelli pubblici, in cui non è un sample tratto da un brano altrui a finire dentro l’opera di un artista, ma l’artista stesso, fatto a pezzi, umiliato, metaforicamente ucciso, e in alcuni casi anche fisicamente. Questo, l’arte appunto è fatta così, ha ovviamente portato a finti dissing, l’Italia, che è colonia anche in campo musicale, a volte, ne ha dato brutti esempi. Artisti che decidono di mettersi in evidenza suonandosele verbalmente di santa ragione, così da occupare la scena, almeno da un punto di vista di attenzione pubblica. Come se il tizio con la motosega, per intendersi, fosse stato assoldato da Giannotti perché tutti ne parlassimo. Eh, ma ti pare? Fate voi.

Io ci ho provato, una volta, a fare una specie di finto dissing, con il preciso intento di attirare attenzione, e proprio da queste parti. Forse ricorderete. Dopo che ormai tre anni fa era scoppiato il caso “conflitto di interessi” a Sanremo, quello che vedeva come protagonisti Salzano e Baglioni, e che aveva me come bardo, colui che aveva scoperto la pentola, Dagospia e Pinuccio di Striscia la Notizia come amplificatori, Pinuccio era venuto a Attico Monina per montare i suoi video durante il Festival, al punto che, tra una risata e l’altra, avevamo dato vita a una versione completa del brano CoinciDance, la musichetta che utilizzava sempre come colonna sonora dei suoi servizi. Con noi, lì a Attico, c’erano dei dj romagnoli di una certa fama, la cosa era venuta fuori anche carina. Una volta incisa la canzone, quindi, per lanciarla, avevamo deciso che io lo avrei stroncato in maniera violentissima, talmente violenta da essere smaccatamente un falso d’arte, così da scherzarci su sui social. Solo che il mio pezzo, i cui punti di forza erano che lui fosse gay, perché nei suoi video comparivano solo uomini (uno ero io, per altro, coi miei occhialoni rosa a suonare l’ukulele) e che non capisse molto in quanto pugliese, a sostegno di questo non capire niente dei pugliesi portavo una mia strampalata teoria a riguardo del fatto che i pugliesi mangiassero la frittata con le cozze lasciando anche le scorze delle cozze stesse, venne preso decisamente sul serio, scatenando una specie di vera shit storming nei miei confronti. A scatenarla era stato un suo post piccato, suo di Pinuccio, risposta al mio pezzo concordata in partenza. A quel punto abbiamo deciso che la cosa sfumasse da sola, e poi lui, Pinuccio l’ha raccontata nel suo libro Annessi e Connessi, trattandolo per quel che è diventato, o forse è sempre stato, un classico studio antropologico.

Questo, per altro, attesta che quando mi si accusa di cercare visibilità stroncando qualcuno, è un grande classico questo, recensisco negativamente Tizio e arrivano i suoi fan a dirmi che è grande all’aver recensito negativamente Tizio che divento visibile, in pratica dandomi quella visibilità per la quale io avrei recensito negativamente Tizio, quella che i fan di Tizio assolutamente non vogliono darmi, questo, per altro, attesta quindi che quando mi si accusa di cercare visibilità stroncando qualcuno si parte da un presupposto incerto, il fatto che la mia volontà sia quella, incerto dal punto di vista di chi mi accusa, che non può in alcun modo farmi un processo alle intenzioni, certa per me, ma non è ovviamente questa la sede in cui io andrò a spiegare cosa mi spinge di volta in volta a recensire negativamente Tizio, ma che in qualche modo diventa reale nel momento in cui la reazione dei fan di Tizio è appunto quella, unica certezza il fatto che a avvantaggiarsi di questo mio recensire negativamente Tizio sia Tizio stesso, che ha la sua opera, seppur stroncata, al centro dell’attenzione. Non è un segreto, l’ho raccontato altre volte, che mi capiti spesso di sentirmi chiedere di stroncare Tizio da parte di Tizio stesso. Quando scrivevo per Tutto Musica, una vita fa, magazine nel quale ero il cattivo, il temibile, esattamente come ora, solo che in assenza dei social, per farsi intervistare da me c’era la fila, perché ero sì quello che menava più duro, l’inimbrigliabile, il libero battitore, lo stronzo, ma ero anche il più visibile, quello che era “la firma”, e anche “la faccia”, vuoi mettere se poi avessi finito per dir bene di Tizio?

Dico questo non per fare del facile e anche vagamente avvilente autobiografismo, sia chiaro, ma perché come Aldo Giannotti e il tipo con la motosega, mettiamoci anche MAMBo e chi a MAMBo lavora, così come per 2Pac e Biggie, ma soprattutto per le major che li pubblicavano, gli eredi, P.Diddy e via andare, seppur io sia fermamente convinto che recensire negativamente Tizio rientri non tanto nei miei diritti, quanto nei miei doveri, vedi alla voce onestà intellettuale, onestà intellettuale vagamente scalfita dal fatto che so perfettamente che se recensirò negativamente Tizio il mio pezzo diventerà virale, per qualche ora sarò al centro dell’attenzione, insieme a Tizio e alla sua opera, oggetto di vilipendio un po’ tutti, io da parte dei fan di Tizio, Tizio ma soprattutto la sua opera da parte mia, dico questo perché alla fine della fiera ho ben presente che il mio dovere/diritto di recensire negativamente Tizio fa parte dell’ambaradan esattamente come le marchette dei miei amici a quattro zampe, leggi alla voce Pool Guys, Lobby del cuoricino agli artisti e compagnia scrivente. Attenzione. Fermi tutti. Non sto dicendo che il mio recensire negativamente Tizio sia quindi parte di una sorta di progetto o strategia, non scherziamo. Né sto dicendo che sia una paraculata. Ripeto, credo che in alcuni casi recensire negativamente Tizio sia un dovere morale, per il bene della musica e per il bene di chi alla musica guarda con passione. Sto dicendo che, come nel caso di chi si trova a amputare un arto per evitare una cancrena, alla fine avrà pure compiuto un gesto utile al salvare la vita del paziente, altrimenti destinato alla morte e alla morte con grandi sofferenze, ma sarà anche quello che costringerà il paziente a vivere il resto della sua vita senza una gamba, a girare con le stampelle, la sedia a rotelle o quel che sarà. Un male necessario, si diceva un tempo, e credo sia una perfetta descrizione dello stato dell’arte, un male necessario.

Solo che, sapete che non sono tipo che ami piangersi addosso, non vedo perché dovrei iniziare proprio oggi, nel caso specifico, come nel caso del tipo che è entrato con una motosega al MAMBo di Bologna mentre era in corso la mostra Safe and Sound di Aldo Giannotti e, dopo aver segato una parete di cartongesso, ne è uscito con l’opera rappresentante una motosega, opera che chiedeva appunto di essere rubata segando la parete circostante, nel caso del mio recensire negativamente Tizio, c’è l’arte.

Sì, sono io il tipo che è entrato al MAMBo di Bologna, armato di motosega, e ne è uscito con l’opera di Aldo Giannotti, e sono pure Aldo Giannotti che ha messo quell’opera lì, da portare via. Lo faccio da oltre venti anni, tutti i santi giorni.

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