“E’ stata la mano di Dio”: la memoria di Sorrentino s’illumina di dolore

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Dal conflitto nasce la bellezza: l’ideale si scontra con la realtà affinché questa possa risultare meno scadente. “È stata la mano di Dio” è memoria che non si arrende al passato, ma trionfa grazie all’inventiva di un regista che unisce la gioia al dolore, elementi assolutamente creativi. Negli occhi di Paolo Sorrentino ci sono le persone, c’è l’imperfezione che si allontana da qualsiasi canone estetico; c’è l’infanzia vissuta in una città che con prepotenza ti investe dei suoi colori, delle sue grida, della sua esuberanza. 

Ma soprattutto c’è un ragazzo: Fabietto Schisa (Filippo Scotti). Una creatura che si nutre dell’ironia dei suoi genitori (Toni Servillo e Teresa Saponangelo) , della complicità con il fratello (Marlon Joubert), della folle bellezza di Zia Patrizia (Luisa Ranieri) e delle bizzarrie di parenti e vicini. In questo vortice, che si alimenta di caricature reali, si intromette violentemente la vita. Fabietto è ora costretto a diventare Fabio. Il dolore lo mette di fronte ad una certezza: la solitudine, il futuro.

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“E’ stata la mano di Dio” – Photo Credits: Tom’s Hardware

Che cosa centra la mano di Dio in tutto questo? Nel racconto di Sorrentino sacro e profano convivono grazie alla figura provvidenziale di Diego Armando Maradona. La città di Napoli è in sgomento per l’arrivo del campione argentino. Tutti, incluso Fabietto, sperano nella sua apparizione. Il sogno si realizza e la memoria di Sorrentino si ricorda delle esultanze dei tifosi, di una città mobilitata dai goal de “El pibe de Or”. In questo racconto quotidiano la fede calcistica diventa provvidenziale per la vita del protagonista. Salvo, seppur colmo di rabbia e di dolore, sente ora l’esigenza di comunicare con la realtà. I luoghi che lo hanno visto crescere diventano, però, estranei in quanti privi degli affetti più importanti. Non gli resta che rifugiarsi nella bellezza, nell’ideale. 

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Fortunatamente Fabio dispone di un talento raro: sa osservare. Consapevole di se stesso ambisce a fare il regista. L’incontro con Capuano (Antonio Capuano) , direttore cinematografico stimato, lo mette di fronte ad una verità scomoda per il suo futuro. Come si diventa un buon regista? La risposta a questa difficile domanda sta nel dolore.“È stata la mano di Dio” investe lo spettatore del suo dolore. Lo immobilizza di fronte alla complessità di immagini folcloristiche. E’ di fronte all’ultima inquadratura, quella che vede Fabio guardare una piccola stazione dal finestrino del treno, non si può far altro che pensare: “Siamo circondati da bellezza, il cinema non risiede a Roma, ma si muove insieme ai nostri occhi“. Ovunque andremo, ovunque Fabio andrà, rimarremo sempre legati alla bellezza di un ricordo che esiste  nella nostra memoria. Ebbene si: “Napule è mille culure”.

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Filippo Scotti in “E’ stata la mano di Dio” – Photo Credits: Tvserial.it

Marta Millauro

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