È stata una strana estate: ci sorprendiamo più divisi, più distanti, estranei su tutto

Oggi, lunedì 23 agosto, si conclude l’estate feriale, che se mai è stata ferale: l’avevamo attesa come una tregua di Dio, per ritrovarci dopo 15 mesi di guerra non dichiarata, si è risolta in un percorso ad ostacoli, una via crucis di obblighi, divieti, rinunce. È stata una strana estate: ci sorprendiamo più divisi, più distanti, estranei su tutto: vaccini, greenpass, mascherine, coprifuoco, si parla sempre e solo di queste alienazioni e ci si odia tra chi non ne può più e chi non ne ha mai abbastanza, nella generale incertezza su tutto: efficacia del siero, legittimità del lasciapassare, opportunità di misure sempre più proibitive, dovere sociale di contrastarle. Non c’è più nessun dialogo, solo la rabbia. Incomunicabilità e comunicazione drogata.
Una estate strana, sì. Ad allietarla, a tentare di ricompattare un popolo sconvolto e diviso, le sorprendenti imprese degli atleti italiani, prima agli Europei di calcio, quindi alle Olimpiadi: ma anche lì è durata poco, la propensione a scannarsi ha subito preso il sopravvento, la dannata politica che tutto inquina ha avvelenato anche i pozzi sportivi. Troppo abituati a rinnegarci ormai e la cosa peggiore è che non esistono innocenti: fanatici i novax e fanatici i provax, inclini all’odio becero questi e quelli; imbecilli e infami i razzisti, che ci sono, che non mancano affatto, non migliori gli antirazzisti di mestiere, sempre pronti ad imporre una morale che però nel loro caso è doppia, è tripla. Da parte sua, chi comanda, chiamiamolo come si vuole, governo, regime, non ha fatto niente per appianare una simile guerra civile, tutt’altro: la informazione istituzionale è stata, e resta, canagliesca, bugiarda, ansiogena, criminalizzante. Un gioco al massacro si direbbe cercato, nel modo più cinico e irresponsabile. Scienziati di valore inversamente proporzionale all’ambizione insistono nel lanciare provocazioni balorde, chiedono – insieme ai lacché del giornalismo – punizioni da dittatura, come se la Costituzione garantista non esistesse più, dai campi di concentramento per i refrattari alla somministrazione “con le cattive”, per dire a forza bruta, fino alla aperta rappresaglia, al licenziamento, alla riduzione allo stato di paria. Gente fino a ieri sconosciuta, che oggi posa sulle copertine come le influencer culone, che non si vergogna né di quello che dice né tantomeno di quello che fa, cioè succhiare soldi da una situazione critica, che da parte loro contribuiscono a rendere ancora più insostenibile.
La cosiddetta emergenza, cosiddetta perché la si protrae a dispetto dei numeri, ha messo in luce la propensione alla mediocrità di un Paese: i leccaculo, gli inetti, i parassiti sono saliti, hanno trovato il loro posto al sole o lo hanno consolidato, i capaci e i liberi dentro sono stati ghettizzati e maledetti. Abbiamo assistito all’inerzia di un governo, o regime, che non ha saputo né voluto tamponare alcunché dalla scuola ai trasporti alla sanità alle cure domiciliari ai servizi socioassistenziali messi a dura prova dallo stato pandemico: si sono concentrati, in modo forsennato, solo sulla immunizzazione di massa, e quando i risultati sono apparsi controversi, con un numero crescente di contagiati anche da vaccinati, con le conseguenze a volte gravi della somministrazione (chi scrive si è adeguato, e le ha patite), hanno minimizzato fino alla menzogna e hanno spinto ancora di più sul preparato che resta comunque sperimentale, con tutte le incognite, e gravi incognite, del caso. In nulla la filiera del potere, dall’esecutivo al sanitario all’informativo, ha lavorato per una distensione, per rassicurare, per convincere in modo equilibrato e razionale. Si è puntato sulla drammatizzazione, sul ricatto, si è preferito costruire un razzismo vaccinale che, per contro, ha reagito con uguale durezza.
Il risultato è che oggi, lunedì 23 agosto, l’estate che non è stata ci lascia più stanchi, più rassegnati e rabbiosi di prima mentre assistiamo all’inerzia globale in termini di controllo dei clandestini, rispetto delle leggi che consentono un vivere comune, dilatazione di uno sbando che nessuno sembra riuscire più non si dica ad arrestare ma perfino a vedere. Se è vero che nel Viterbese in diecimila hanno potuto mettere letteralmente a ferro e fuoco una intera area naturale adibita ad agricola organizzando un rave party abusivo e perfino provocatorio in tempi di impedimenti quasi insostenibili per realtà legali come ristoranti, locali, sale da spettacolo. Ma si è già capito che nessuno pagherà. Che resta di un Paese colabrodo, dove l’unica legge imposta, e col pugno di ferro, è sempre più quella di un coprifuoco che puzza tanto di pretesto politico, cioè di autoritarismo militaresco?
Il risultato è che nessuno ha fiducia nel prossimo futuro anche perché la sensazione è che il Paese non esista più, sia una colonia cinese, con certi politici improvvisati che, obbedendo agli interessi di chi li ha creati, trovano naturale spingere per un apparentamento con i talebani che hanno già cominciato i rastrellamenti, le violenze strada per strada, casa per casa. E i talebani hanno dietro le armate e i capitali cinesi. Ma stanno riuscendo a far passare anche questo abominio come cosa normale, ragionevole. Invece di normale e ragionevole non c’è più niente e la gente dice: la notte non dormo, penso a settembre e credo che sarà peggio, mi aspetto nuove chiusure, altre difficoltà, ricatti ancora più pesanti ma io non ce la faccio più. Trecentomila attività saltate nel 2020, sicuramente di più nell’anno in corso, ma il ministro Gelmini in televisione ha detto: lo sappiamo ma noi tiriamo dritto. Verso dove non si sa, comunque un baratro dalle conseguenze disastrose. Più povertà, più disperazione, più esasperazione, più allucinazioni e farmaci e stragi familiari. Inutile nasconderselo. Alle viste affiora un autunno non caldo ma gelido, lapidario.

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