Editoriali: L’appello dei docenti svela i partigiani dello stato etico – Eugenio Capozzi

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L’appello dei docenti ha mandato bruscamente all’aria la “narrazione” ufficiale, che era stata impostata intorno ad una presunta contrapposizione tra “scienza” e “ignoranza”, tra colti e informati da un lato, irresponsabili e rozzi “no vax” dall’altro. Chi oggi riprende, contro i critici del green pass e dell’obbligo vaccinale, il ritornello della “libertà collettiva” sta perpetuando, anche quando non ne è consapevole, la tradizione profondamente autoritaria della cultura politica italiana. 

A distanza di una settimana dalla sua pubblicazione possiamo senz’altro già affermare che l’appello dei professori e ricercatori universitari contro il lasciapassare sanitario governativo, firmato ad oggi da più di 800 intellettuali, ha svolto una salutare funzione chiarificatrice sul dibattito in merito alle misure emergenziali adottate in Italia in relazione al Covid.

Quel documento infatti ha mandato bruscamente all’aria la “narrazione” ufficiale, che era stata impostata intorno ad una presunta contrapposizione tra “scienza” e “ignoranza”, tra colti e informati da un lato, irresponsabili e rozzi “no vax” dall’altro. Una contrapposizione ovviamente artificiosa e  falsa fin da prima, ma nella quale a molti cittadini non particolarmente doati di spirito critico piaceva ritrovarsi, identificandosi, ça va sans dire, nei primi, e trovando in ciò conforto alla loro passiva obbedienza ad obblighi e restrizioni imposti dal governo.

La presa di posizione pacata, documentata, non ideologica, politicamente trasversale di una parte considerevole, per quantità e qualità, del mondo universitario ha evidenziato con chiarezza, in convergenza con quella di Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, che l’opposizione alle discriminazioni tra cittadini su base vaccinale e ad eventuali ulteriori allargamenti dell’obbligo di inoculazione non è affatto patrimonio di “sette” complottiste nutrite di fake news, né tanto meno è riducibile ad un rifiuto irrazionale dei vaccini, ma può essere solidamente fondata sul riferimento ai princìpi costituzionali e alle radici delle libertà occidentali.

Questo fatto nuovo ha costretto il fronte filo-governativo a favore del pass e dell’obbligo vaccinale a cambiare in corsa la sua “narrazione”. In un primo momento le “batterie” della propaganda emergenzialista hanno puntato a delegittimare i firmatari del documento con la vecchia argomentazione della “competenza”, già usata da qualcuno contro Agamben e Cacciari, sostenendo che i firmatari, in prevalenza umanisti (cosa peraltro non vera), non avessero titolo ad intervenire su questioni attinenti alla scienza medica. Argomentazione piuttosto tenue, in quanto evidentemente qui si discute di questioni attinenti la politica, l’etica e la vita della società, sulla quale sarebbe ridicolo affermare che filosofi, storici, giuristi, economisti non possano offrire, come da sempre fanno, un contributo determinante. Inoltre, appare sempre più chiaro che sull’efficacia dei vaccini attuali, sul grado di immunizzazione da essi fornito, sull’efficacia pratica di misure come il “pass” esistono tra gli scienziati interpretazioni e pareri anche enormemente differenti, e dunque non ha senso, se mai lo ha avuto, appellarsi alla “scienza” come ad un Verbo dogmatico e monolitico.

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Vista la palese insufficienza della delegittimazione “tecnocratica”, i difensori del green pass e i paladini dell’obbligatorietà dei sieri (che sarebbe un fatto assolutamente unico nelle democrazie occidentali) si sono visti costretti a cercare quanto meno di qualificare “filosoficamente” le proprie posizioni davanti agli studiosi dissidenti. Ciò ha fatto venire allo scoperto le categorie culturali profonde che stanno alla base dell’emergenzialismo italiano, unendo ispirazioni ideologiche anche apparentemente lontane. Infatti nei vari attacchi giunti all’appello da parte di esponenti istituzionali, membri del governo, politici, giornalisti, intellettuali possiamo sostanzialmente ritrovare il riferimento ad un’unica argomentazione di base, secondo la quale gli oppositori del green pass sarebbero sostenitori di un’idea di libertà puramente individualistica, egoistica, anarcoide, mentre la “vera” libertà da perseguire coinciderebbe con il bene della collettività, a partire dalla salute.

E’ il ragionamento che sta innanzitutto alla base del pronunciamento del Capo dello Stato Sergio Mattarella, il quale nel suo discorso inaugurale dell’anno accademico all’Univeristà di Pavia ha lanciato, come è noto, il monito “Non si invochi la libertà per sottrarsi alla vaccinazione, perché quell’invocazione equivale alla richiesta di licenza di mettere a rischio la salute altrui e in qualche caso di mettere in pericolo la vita altrui”. Analogamente il ministro dell’Università Maria Cristina Messa ha parlato di una contrapposizione tra libertà individuale e libertà collettiva, e il presidente della Conferenza dei Rettori Ferruccio Resta in polemica con i firmatari ha sostenuto, tra l’altro, che “I colleghi devono lasciare in un angolo la propria libertà e i propri egoismi per la responsabilità che abbiamo tutti verso gli studenti”.

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Queste argomentazioni, riprese poi a cascata da altri difensori della politica coercitiva governativa, si inscrivono tutte in una cornice di pensiero che, a seconda delle angolazioni, può essere definita organicista o collettivista, ma certamente non liberaldemocratica. Infatti la tesi secondo cui la libertà individuale può o deve essere limitata per il bene della società è in sé, nella sua genericità, un’affermazione banale, che tutti potrebbero sottoscrivere. Il problema è stabilire i criteri e i limiti in base ai quali quella libertà può essere limitata, e da chi.

Nel caso del virus e dei vaccini, la libertà degli individui di farsi somministrare o meno un trattamento sanitario potrebbe essere limitata – sempre secondo le procedure di un ordinamento fondato sulla divisione tra i poteri e sui limiti di ciascuno di essi – se il virus in questione fosse sicuramente mortale per se stessi e per gli altri, e se quel trattamento fosse sicuramente immunizzante, esente da rischi collaterali, e tale da preservare chi lo assume e gli altri da contagio e rischi. Queste tre condizioni nel caso dei vaccini anti-Covid attualmente disponibili, come è noto, non ricorrono in alcun modo, in base a tutta la documentazione scientifica esistente. Quindi una costrizione diretta o indiretta al vaccino non è in alcun modo giustificata. E il limite alla libertà individuale può essere affidato soltanto al giudizio dell’individuo stesso, fondato sulla ragione naturale.

Chi sostiene che la “vera” libertà coincide con uno Stato che obblighi l’individuo a fare il proprio dovere verso gli altri, ammesso che si possa stabilire dogmaticamente quale esso sia, attraverso la coercizione poliziesca,  amministrativa e giudiziaria si pone esplicitamente fuori dai princìpi della democrazia liberale, per sostenere invece l’idea dello “Stato etico”, come definita da Giovanni Gentile estremizzando il concetto di “eticità” di Hegel. Si pone, insomma, in continuità con la concezione del rapporto tra Stato e individuo propria dell’autoritarismo fascista: una concezione organicistica della società che poteva attrarre anche chi per cultura aveva una formazione marxista o cattolico-clericale, come in effetti avvenne per il regime fascista negli anni del suo maggiore consenso.

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E così ancora oggi, un secolo dopo Mussolini, i nostalgici del comunismo (o entusiasti della sua nuova versione tecnocratica cinese), i cattolici “sociali” o clericali che hanno sempre mal digerito la democrazia liberale occidentale e le destre “legge e ordine” innamorate dell’idea di una società/caserma che “crede, obbedisce e combatte” si incontrano nell’idea che le libertà individuali siano non inalienabili ma relative: una variabile dipendente dall’insindacabile decisione dello Stato, del Leviatano, su cosa sia il “bene comune”. 

Chi oggi riprende, contro i critici del green pass e dell’obbligo vaccinale, il ritornello della “libertà collettiva” sta perpetuando, anche quando non ne è consapevole, questa tradizione profondamente autoritaria della cultura politica italiana.

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