Elezioni anticipate e programmi economici: ripensare ad una vera riforma fiscale

a cura del Prof. Marco Mele, Professore Associato di Politica Economica – Università degli Studi Niccolò Cusano

In un contesto di instabilità generalizzata proveniente da inflazione, aumento dei costi energetici, politiche del cambio inattive e crisi di Governo, l’azione della finanza pubblica dovrebbe essere incentrata sul duplice obiettivo della crescita nel rispetto dei vincoli fiscali. In altre parole, sarebbe necessario ri-accendere il dibattito elettorale sulle politiche più adeguate a una crescita in grado di ridurre quel rapporto debito/PIL aumentato vertiginosamente dopo la crisi pandemica. Abbandonando quelle posizioni articolate che propongono misure di austerità certe che l’alto debito pubblico rappresenti la causa stessa della poca crescita economica ed incentivando, invece, i programmi elettorali su azioni forti a favore della crescita. In questo modo, si potrebbe tentare di ridurre il rapporto debito/PIL agendo sul denominatore attraverso una spinta della domanda aggregata.

L’azione intrapresa in questi ultimi anni pre-covid è però andata nella direzione opposta dal momento che i policy maker si sono preoccupati del risanamento dei conti pubblici essenzialmente attraverso un aumento delle entrate. Di fatto, le manovre attuate in questi anni hanno visto un aumento della pressione fiscale che già nel 2020 ha superato la media europea (40,2%), registrando il picco del 43,1% (Eurostat). Tale aumento è stato registrato in primis nel prelievo sul lavoro. Rispetto agli anni ’80 dove si evidenziava un valore del 36% in un contesto di crescita economica, nel 2020 abbiamo registrato una media del 42% (Eurostat). Questa eccessiva fiscalità con aumento della tassazione, insieme alla stagnazione degli investimenti pubblici (non trattiamo il Pnrr) e ad aspettative negative sul lato inflazionistico rappresentano tutti determinanti avverse della crescita del PIL reale.

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Una riforma fiscale si rende pertanto necessaria e consigliabile a chi governerà il paese per i prossimi 5 anni e dovrebbe almeno prevedere due grandi riforme: Irpef e Iva.

Una nuova riforma Irpef

L’imposta sulle persone fisiche (Irpef) è attualmente caratterizzata dalla presenza di quattro scaglioni. Al fine di incentivare i consumi e spingere la domanda aggregata è necessario attuare una riforma del fisco in grado di ridurre la forbice specialmente dei redditi medi. In virtù della necessità di una riduzione della pressione fiscale, fermo restando la peculiarità progressiva, è possibile ipotizzare una rimodulazione degli scaglioni partendo da una prima aliquota al 17% (nulla è dovuto per i redditi fino 10.000 euro (no tax area); un secondo scaglione con una fattispecie di Flat Tax per il ceto medio al 25% (in tal caso ci sarebbero solamente 8 punti di differenza con il primo scaglione) per i redditi fino a 60.000 euro e un terzo scaglione al 35% per i redditi oltre i 60.000 euro. Un modello fiscale così concepito presenterebbe un sistema tributario più semplice data la presenza di sole tre aliquote, più democratico e equo data la riduzione del divario tra il secondo e il terzo scaglione, e più efficiente dal momento che una minore pressione fiscale incontrerebbe le ragioni della Curva di Laffer di una minore evasione e maggior gettito per lo Stato.

Riforma dell’Iva

L’imposta sul valore aggiunto (Iva) presenta oggi quattro aliquote: quella ordinaria del 22% alla quale vanno aggiunte tre aliquote ridotte per specifici beni e servizi rispettivamente del 4% per prodotti alimentari, bevande e prodotti agricoli, 5% per beni particolari come apparecchiature medicali e dispositivi medici e/o alcuni alimenti, 10% per quanto concerne la fornitura di energia elettrica e del gas per usi domestici, i medicinali, gli interventi di recupero del patrimonio edilizio nonché per specifici beni e servizi. Una tale impostazione risente di una eccessiva stratificazione che danneggia il principio di equilibrio ed efficienza delle imposte. Di fatto, se si entra nel dettaglio di quelli che risultano essere i cosiddetti beni specifici ci si accorge come stessi beni, ma presentati in maniera differente (distorsione da concorrenza monopolistica) presentano aliquote Iva diverse. In aggiunta, oltre alla presenza di aliquote differenti con stratificazione tabellare, tale imposta indiretta è caratterizzata dalla proliferazione di regimi di esclusioni, esenzioni e/o eccezioni che la fanno divenire un’imposta caratterizzata da elevata complessità e allo stesso tempo, facilmente soggetta a fenomeni di erosione ed evasione fiscale.

Sarebbe pertanto utile una riforma strutturale di tale imposta che passi, principalmente, attraverso la riduzione del numero e del peso delle aliquote al fine di renderla più efficiente. Un’ipotesi potrebbe essere quella di passare dalle attuali quattro aliquote a due. In particolare, la prima aliquota resterebbe quella attuale più bassa del 4% in grado di essere applicata alla totalità dei beni alimentari o dei servizi che sono strettamente connessi con la variabile dei consumi. La seconda aliquota, invece, rappresenterebbe quella in grado di compensare la perdita del gettito tra le restanti 3 aliquote oggi presenti. Essa potrebbe rappresentare la media tra il 22%, il 5% e il 10% e quindi, un’aliquota del 12,5% aumentata di 2,5 punti percentuali come previsto dall’UE per giungere al 15%. Essa sarebbe applicata ai restanti beni e servizi non presenti nella prima aliquota. La semplificazione di tale modello di pressione fiscale indiretta favorirebbe da una parte una minore attitudine verso l’evasione fiscale (pago meno ma pagano tutti), dall’altra una maggiore facilità di controlli da parte degli enti preposti alla verifica e all’accertamento dell’Iva versata.

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