Elezioni politiche, chi le vuole e chi no: Meloni chiede il voto, Berlusconi e Salvini “nì”

La crisi non trova sbocchi. Nei partiti il day after trascorre guardandosi sbigottiti negli occhi: Draghi non torna indietro? Un Draghi bis è ipotizzabile? E se non lui, un suo ministro? O si va a votare in autunno? Le tante domande senza risposta indicano il buio pesto. C’era un elefante, nella cristalleria della politica. Qualcuno pensava di poterlo domare, forse perfino di ammaestrarlo. Illudendosi. Conte non risponde più a logiche di coalizione. Ne sono convinti tutti anche nella sala dell’Antonianum di Roma, dove si sta celebrando la tre giorni del congresso del Partito Socialista Italiano. Il segretario Enzo Maraio lo dice chiaramente: “Conte si è messo fuori dal perimetro”. E se dopo l’uscita del M5s dal governo sia a rischio l’idea stessa di campo largo, lo si vedrà a breve. “Un passo alla volta”, dice a margine del congresso Psi il ministro della Salute Roberto Speranza, Liberi e Uguali.

Nell’ufficio di Enrico Letta suona l’allarme rosso. L’elefante imbizzarrito può ferire, può uccidere. La prima vittima è il campo largo. Da archiviare prima ancora di nascere, a quanto pare. Nel Pd il sentimento prevalente è di rabbia e delusione verso l’ormai ex alleato pentastellato. Il più grande investimento dei Dem negli ultimi anni – si ricordino i ragionamenti sottili di Zingaretti, Franceschini, Bettini sull’opportunità di dar loro credito – si rivela uno sconcertante errore di valutazione. Giuseppe Conte fa di testa sua, o almeno: non ascolta più i Dem. Letta le starebbe provando tutte. Lui e Mattarella avrebbero ripristinato la linea rovente della notte del Quirinale, quando già Conte e Salvini provarono a far passare la loro candidatura (Frattini prima, Belloni poi). Temono, al Nazareno, che stavolta l’avvocato del popolo sia motivato ad andare avanti. Anche a costo di una ulteriore spaccatura interna.

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Il Movimento 5 stelle potrebbe subire nelle prossime ore una ulteriore scissione, come lascia intendere l’ex leader Luigi Di Maio quando dice che questo “non è più il M5s, ma il partito di Conte”, che “stava pianificando” la crisi “da tanto tempo”. L’auspicio di chi vorrebbe convincere Draghi a restare è che se con Conte rimanessero solo pochi irriducibili di fatto la maggioranza non cambierebbe. Ma intanto un secco “no” alla possibilità di andare avanti con i pentastellati arriva dal centrodestra di governo. In una nota congiunta, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi assicurano che “ascolteremo con rispetto e attenzione” le considerazioni di Draghi, che “ha reagito con comprensibile fermezza di fronte a irresponsabilità, ritardi e voti contrari”. «Lega e Forza Italia prendono atto della grave crisi politica innescata in modo irresponsabile dai Cinquestelle che, come ha sottolineato il presidente Mario Draghi, ‘ha fatto venir meno il patto di fiducia alla base dell’azione di governo’», si legge nel comunicato diffuso al termine dell’ultima telefonata tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. «Dopo quello che è successo, il centrodestra di governo vuole chiarezza e prende atto che non è più possibile contare sul Movimento 5 Stelle in questa fase così drammatica», si legge ancora nella nota.

Forza Italia e Lega sottolineano di essere «alternativi a chi non vota miliardi di aiuti alle famiglie, a chi si oppone a un termovalorizzatore fondamentale per ripulire Roma e tutelare così milioni di cittadini, a chi difende gli abusi e gli sprechi del reddito di cittadinanza, a chi sa dire solo dei No». E se il centrodestra di governo “continuerà a difendere gli interessi degli italiani con serietà e coerenza”, un punto fermo è “che non è più possibile contare sul Movimento 5 Stelle in questa fase così drammatica”. Sulla stessa linea anche Carlo Calenda (Azione) mentre il leader di Iv Matteo Renzi, che ha lanciato una petizione online per convincere Draghi a restare, afferma che sulla composizione di un eventuale bis “deciderà lui” ma poi “con i 5 Stelle non voglio andare alle elezioni neanche se mi pagano”.

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Al Pd, che invece è il primo sostenitore della prosecuzione della legislatura fino alla scadenza naturale, la posizione di Fi e Lega non è piaciuta: “Non possono fare le anime belle” loro che sono alleati dell’unica opposizione a Draghi, (leggi FdI). «Se davvero si vuole sostenere Draghi – ha incalzato il deputato dem Enrico Borghi -, si riparta dalla maggioranza parlamentare che ha fatto nascere questo governo assumendosi in trasparenza le responsabilità davanti al Paese». In questa situazione, chiosa un ministro di primo piano, «mi pare assai complicato che si possa ricomporre, credo che mercoledì sia l’ultimo giorno di questa esperienza». Ne è convinta anche Giorgia Meloni. «Dubito che la crisi rientrerà. Mario Draghi capisce che da qui alla fine della legislatura le cose possono solo peggiorare, conosce bene l’attuale condizione economica dell’Italia e penso possa preferire passare la mano adesso invece che in autunno».

Non è da escludersi però che la moral suasion possa funzionare. «Non escludo si possa convincere il premier a restare ma non mi pare ci siano molti margini, considererei scandaloso mettere insieme il quarto governo calato dall’alto, sarebbe una scelta di gravissima responsabilità», chiude la leader di Fratelli d’Italia. Ieri un istituto di sondaggi, Termometro Politico, ha rilevato che Giorgia Meloni sarebbe la premier più voluta, con il 24,1% dei consensi, mentre arriva secondo Mario Draghi, con il 22,5%. Dati tutti da verificare, ma che indicano come i due vincitori delle politiche 2018, M5S e Lega, abbiano già ceduto il passo.

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