Elio Germano: «Viva i sogni, abbasso i like»


Il complimento che le fa più piacere? «Quando non mi riconoscono». Suvvia. «No, non è un paradosso: significa che ho svolto bene la mia funzione». Già, perché Elio Germano ci tiene a specificare che non “è” un attore, “fa” l’attore. Che da una parte c’è la vita, dall’altra il mestiere. Fare o essere, gli viene comunque assai bene, come dimostra la sfilza dei premi (l’ultimo a marzo, Orso d’argento al Festival di Berlino per Volevo nascondermi). Ora si cimenta in una commedia, L’incredibile storia dell’isola delle Rose di Sydney Sibilia (su Netflix dal 9 dicembre), basata su una vicenda tanto interessante quanto dimenticata: una piattaforma al largo di Rimini – ideata da un ingegnere romagnolo, Giorgio Rosa – nel 1968 venne proclamata Stato indipendente, per poi essere distrutta dalla Marina nel febbraio del 1969. L’unica guerra d’invasione della Repubblica Italiana. Dopo l’episodio, l’Onu spostò internazionalmente il confine delle acque territoriali da 6 a 12 miglia.

Elio Germano e Tom Wlaschiha in “L’incredibile storia dell’Isola delle Rose”.

Utopia & ’68

Clamoroso, eppure poco noto. Lei se lo ricordava?
Ne avevo sentito parlare. Questo mondo ci induce a crederci esperti di tutto e invece, approfondendo, ho scoperto che ne sapevo molto poco. Mi era già successo con i personaggi storici che ho interpretato (da Leopardi a Ligabue, ndr): le cose sono più profonde e complicate delle tue definizioni mentali.

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Il film pare proprio pane per i suoi denti: un inno all’utopia nell’emblematico ’68.
Non la definirei utopia. Per prepararmi sul gergo e sull’inflessione, sono andato a Bologna a intervistare chi all’epoca era ventenne. Ho scoperto che la faccenda fu più goliardica che politica, ma dietro c’era un universo di giovani di immensa libertà intellettuale, non proni all’omologazione. Era quasi una gara a chi la faceva più strana, diversa.

L’ingegner Rosa era una specie di genio: aveva creato persino un’automobile.
Non aveva imitato una Ferrari, ma costruito un prototipo strambissimo… Bisogna ragionare con la propria testa, aspirare a un’arte personale che non voglia somigliare a qualcosa solo per garantirsi le vendite. Dobbiamo riconoscere i nostri sogni, non replicare quelli già sognati da altri per avere consenso. Questa è la società dei like, ci appiattisce. Suona ideologico. Intendiamoci, voler piacere non è sbagliato: succedeva di sicuro persino nel Medioevo, ma almeno lì c’era una comunità vera, non virtuale. Viviamo in un orizzonte di felicità e infelicità che non sono reali.

Elio Germano e Matilda De Angelis in “L'incredibile storia dell'isola delle Rose”

Elio Germano e Matilda De Angelis in “L’incredibile storia dell’isola delle Rose”

«La felicità per me»

Per lei cos’è la felicità?
Domanda troppo complessa… Io la provo da quando preparo da mangiare (Germano e la compagna, Valeria, hanno due bambini piccoli, ndr), quando faccio una carezza. Insomma, sto bene quando mi metto a disposizione, utilizzo le mie capacità per qualcuno, senza secondi fini.

Era già engagé da ragazzino o ha scoperto l’impegno con la maturità?
Mi sono sempre riconosciuto in un’alterità, in quanto immigrato di prima generazione (un molisano a Roma negli anni Ottanta era come un egiziano oggi): ci vedevamo tra noi provenienti dallo stesso paese, Duronia; “pascolavamo” a Villa Pamphilj, giocando con le formiche o con le lucertole, come sarebbe naturale per i bambini.I parchi salvano le città perché sono zone di libertà, dove non si entra a pagamento e non si deve comprare per forza qualcosa.

E l’impegno?
A 13-14 anni ho iniziato a frequentare Amnesty International, la comunità di Sant’Egidio. Tornavo a casa e mi sembrava di aver compiuto chissà che! Ci univa il piacere del fare le cose assieme. Una situazione che in seguito ho ritrovato nel teatro, la summa di tutti gli “storti”.

Elio Germano con gli altri “abitanti” dell'isola delle Rose

Elio Germano con gli altri “abitanti” dell’isola delle Rose

«Le merendine fosforescenti»

Gli attori sono tutti “storti”?
No, certo, ma la storia del nostro mestiere è quella di scappati di casa, profughi, figli di NN, zingari. La recitazione è una zona dove trasformare i propri traumi in qualcosa di edificante, un buon orto per coltivare fantasia ed empatia, due facoltà dell’essere umano che stiamo perdendo. Mettersi nei panni altrui è l’esercizio spirituale più alto.

Non sarà stato così consapevole quando ha debuttato, a 12 anni, in Ci hai rotto papà.
Quel film neppure me lo ricordo, così come gli spot girati a otto anni: erano legati al caso, in quel periodo a Roma c’era il boom delle pubblicità, un tripudio di pandori-mozzarelle-gelati reclamizzati con bambini cicciottelli.

Era paffutello?
In qualche momento sì, con quel che mangiavamo, quelle merendine fosforescenti… (ride) Solo in fase adolescenziale ho avuto desiderio di praticare questo sport del teatro per il gusto di farlo: il palco – pure a livello amatoriale – ti offre l’occasione di sfogarti, è un mix tra sport, preghiera, yoga, mindfulness. Tiri fuori incubi e paure, è uno strumento di liberazione. Durante il liceo ho iniziato a frequentare una scuola, il Teatro Azione (tristezza, oggi al suo posto c’è un parcheggio!), su consiglio di Paolo Poli.

Paolo Poli? Ottimo imprinting.
In realtà non l’ho mai incontrato… I miei nonni erano stati i portieri del suo palazzo, così – quando ho comunicato che volevo fare l’attore e non sapevamo dove rivolgerci – pensarono di chiedere a lui.

«I miei primi 40 anni»

Ha appena compiuto 40 anni. Ma se avesse previsto tutto questo…
«Dati causa e pretesto, le attuali conclusioni/ Credete che per questi quattro soldi, questa gloria da str…» potrei cantarla tutta l’Avvelenata di Guccini! S’io avessi previsto sì, farei lo stesso.

In effetti lei è anche cantante. Rapper, per l’esattezza.
Come no? La musica è il mio sfogo autoriale, scrivo i testi e quindi ho modo di esprimermi, mentre in genere recito le cose scritte da altri… Ci chiamiamo “Bestierare”, siamo in tre, ci conosciamo da sempre e suoniamo assieme da 22 anni. Facciamo tutto da soli, senza promuoverci, coltiviamo questa forma di libertà. Andare a esibirci in un centro sociale e trovare ragazzi – fossero pure 20 – che sanno a memoria i nostri brani è un’emozione enorme perché sincera, il pubblico non è “inquinato”. Speriamo di poter riprendere presto con i live.

E intanto? Progetti?
Porterò avanti Segnale d’allarme un esperimento di teatro in realtà virtuale (gli spettatori vengono dotati di occhiali immersivi e cuffie), e sto allestendo un nuovo spettacolo dello stesso tipo. Ecco, parlo tanto male della realtà virtuale e poi…

Teme le contraddizioni? L’incredibile storia si chiude con la Caselli che canta: «Il bianco è bianco, il nero è nero…».
No, per carità! Sono contraddittorio e amo le contraddizioni: assomigliano di più alla vita. Che, per sua essenza, è liquida.

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