Eriksen e Kjaer, il calcio si ricorda del suo motivo di esistere: regalare storie epiche, umane, fra tragedia e trionfo

Lo squallore dell’ultracoppa dei ricchi. L’imbarazzo dell’aborto immediato, abbiamo solo scherzato. Il colossale tanfo di soldi. I club tutti in rosso. Gli ingaggi assurdi. I calciatori mercenari. Il carosello di maglie. La vida loca dei semidei del pallone. Lo spreco dei milioni gettati nelle scommesse, per noia, per sovrabbondanza. Un’altra inchiesta su un altro scandalo. Un altro giro di doping.
Poi, quando sembra non ci sia niente da salvare, il calcio si ricorda del suo motivo di esistere: regalare storie epiche, umane troppo umane, fra tragedia e trionfo.
Il ragazzo in maglietta bianca e rossa corre, nel suo colmo di gioventù, ma di colpo il passo diventa spastico, diventa quello di un pupazzo che finisce le pile; stramazza e si squaglia e resta lì. Sulla terra verde e soffice. Esanime. Già morto.
Tutti si fanno di gesso e di polvere e di schegge di paura di vetro. Tutti meno uno. Kjaer, il capitano non più di una squadra ma di un Paese intero, la Danimarca, luterano regno di sirenette e principi dubbiosi, accorre, scosta il capannello di uomini di marmo, si tuffa sull’amico e fa più di un bacio da principe.
Gli apre la bocca, gli scosta la lingua, fa scorrere aria, aria. Gli preme il petto. Mentre tutti piangono lacrime di ghiaccio lui freddo come la ragione pratica il massaggio cardiaco.
Gli sospende la morte quel tanto che basta ai soccorsi per calare dal cielo col defibrillatore.
Gli ha salvato la vita.
Ma non ha ancora finito. Perché tutti, compagni, avversari, sono intontiti e lui capitano comanda i compagni, li dispone a corona intorno all’esanime: che nessuno veda, e voi siate uomini. E quelli piangono ma hanno già meno paura.
Non gli basta ancora. La moglie di Eriksen è sconvolta; non la fanno passare, allora Kjaer va lui, la raggiunge sul verde morbido dell’erba. La difende nell’abbraccio. Non la lascia fino a che non respira anche lei.
Più in là, sul prato di velluto, in un silenzio sospeso il marito viaggia in barella verso la salvezza raggiunta.
Respira.
Il maxischermo proietta una foto. Dietro la mascherina respira e saluta con un cenno stremato. Ma vivo. Vivo!
Eriksen e Kjaer sono amici grandi. Divisi nel campo, in Italia, insieme sempre ovunque. Le famiglie. I figli che crescono insieme. Le vacanze in comune come le serate. Amici omerici, sono cresciuti così. Un giorno, una sera di primavera, uno avrebbe salvato la vita dell’altro e di un Paese intero. Il loro.
Poche ore dopo, su un altro verde smeraldo, un Ercole nero in una maglia fiammante fa un gol dei suoi. Corre alla telecamera e urla il nome del compagno nell’Inter: questa è per te, amico.
Eriksen non giocherà mai più, dopo un infarto è difficile, è impossibile. Ma ha salvato il futuro, e qualcosa verrà. Lacrime solo di gioia adesso. Di sollievo. Della paura che si scioglie e lascia senza forza. Esanime.
Sugli spalti tutti aspettano. Sul maxischermo si raggruma la scritta che tutti attendono: “Attenzione prego. Eriksen è vigile e cosciente”.
Sugli spalti tutti ridono, piangono, chiamano il suo nome nel coro più bello e lacerato che sia mai stato urlato.
Dicono: la partita non andava più giocata. No, quella partita proprio andava finita, perché come nessuna grondava sport e dunque vita e avventura. Quella partita doveva essere una festa.
C’erano due amici che giocavano insieme. E insieme lasciarono la Danimarca per l’Italia. E insieme correvano con la maglia bianca e rossa del loro Paese. Sempre insieme. Un giorno uno si è scomposto correndo in un fremito di frantumi. L’altro, con la certezza degli eroi, si è chinato e come un principe lo ha più che baciato. Ha fermato la morte che già raccoglieva il suo amico.
Così può essere il calcio, se lo spogli di tutto. E se in tutto questo non trovi la sceneggiatura di Dio, un Dio tifoso, un Dio che ci insegna cosa è il calcio, gioco divino di uomini e di eroi, da raccontare nelle sere lontane quando ci si sente invecchiare, allora dove?

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