Fashion e digitale, due mondi che si incontrano grazie al consorzio Faire- Corriere.it

Il settore del fashion una delle colonne portanti del made in Italy. Nel 2021 nel nostro Paese la moda ha registrato un fatturato di oltre 90 miliardi di euro. Secondo i dati di Confindustria Moda, per l’anno in corso l’obiettivo tornare a trainare il Pil nazionale, raggiungendo i cento miliardi – come nel 2019 ai livelli pre-Covid. Seppure la pandemia sia stata, appunto, l’elemento che ha messo maggiormente in ginocchio il comparto, ha consentito anche a un processo di transizione digitale e tecnologica delle imprese di avviarsi e addirittura velocizzarsi. Questo quanto si evince dalla ricerca sullo stato di digitalizzazione delle imprese nel comparto fashion realizzato da Daniela Corsaro, docente di Marketing presso l’universit IULM di Milano e direttrice del Centro di Ricerca su International Marketing & Sales Communication, con la collaborazione dei docenti Riccardo Manzotti e Guido Di Fraia.

Grandi imprese e pmi

Il grado di digitalizzazione del campione di imprese analizzato per lo studio in rappresentanza del settore si pu definire moderato (4.2 su una scala fino a 7). In media vengono utilizzati sei strumenti innovativi e solo il 22% si definisce “altamente digitalizzato”. Ci avviene perch il comparto moda composto principalmente da imprese piccole e medie, dove la tecnologia viene utilizzata con una visione limitata ad incrementare la redditivit e le vendite nel breve periodo. Tutte le attivit del fashion sono consapevoli, specialmente da dopo il Covid, che qualcosa deve cambiare – spiega la professoressa Daniela Corsaro -, ci che manca loro, specialmente a quelle pi ridotte, una guida che le accompagni step dopo step. Ogni azienda ha una situazione diversa e di conseguenza un approccio diverso. Le imprese pi grandi, infatti, non solo mostrano di essere pi avanti con la transizione digitale ma di avere un metodo anche pi curioso e conoscitivo: vi l’interesse a sperimentare nuove tecnologie, a modificare i processi aziendali in un’ottica tecno-mediata e identificare nuove opportunit legate al nuovo modo di fare business. Infatti, il 43% del campione dichiara di ricercare costantemente innovazioni e oltre un terzo aperto alla scoperta di nuove opportunit di inserimento di soluzioni digitali nei processi di business. Tuttavia, la maggior parte delle aziende del settore presenta problemi sia a livello strategico sia operativo: solo il 36% dichiara di avere sviluppato una chiara strategia di digitalizzazione e ben il 67% riporta difficolt crescenti in processi quali l’acquisizione e implementazione di tecnologie digitali.

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I 4 diversi approcci

A seconda dei diversi approcci al mondo digitale e tecnologico, l’analisi individua quattro diversi segmenti in cui rientrano le imprese del fashion:
Cauti esploratori: compongono il 35% del campione, presentano un orientamento medio e hanno un buon livello di competenze digitali, sono aperti a esplorare e sperimentare nuovi strumenti per migliorare i processi di business, sono mediamente soddisfatti ma l’uso di nuove tecnologie cono big data e intelligenza artificiale ancora rimane limitata;
Ignari: sono il 24% degli intervistati, evidenziano basso orientamento e competenze limitate, sono restii a sperimentare anche se per migliorare la produzione, utilizza pochi strumenti innovativi e generalmente sono quelli basici e non si ritengono nemmeno particolarmente soddisfatti;
Neofiti: pari al 21%, hanno orientamento medio-basso e moderate competenze in ambito digitale, sperimentano nuovi strumenti anche i pi avanzarti (intelligenza artificiale e big data) ma pi limitato l’utilizzo dei social, questo crea alcune difficolt nel miglioramento del business ma il livello di soddisfazione buono;
Digital champions: rappresentano il 20% del campione, hanno un forte orientamento alla digitalizzazione e ottime conoscenze improntante anche a migliorare il processo di business, esplorano continuamente nuove tecnologie anche le pi avanzate e si ritengono pienamente soddisfatti.

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Nasce il consorzio Faire

Alcune imprese ritengono la digitalizzazione un passo troppo costoso. Altre non hanno ben chiaro il valore dell’investimento, mentre altre ancora colgono solamente uno scopo di incremento nei guadagni senza riconoscere gli infiniti vantaggi. Per questo suggeriamo una comunicazione pi chiara su quello che dalla tecnologia si pu ottenere – continua Corsaro -. Solo il 39% degli intervistati pensa a questo strumento per il cross selling (pratica che prevede la vendita di un prodotto aggiuntivo ad un cliente gi acquisito, ndr) ed poco. Molte realt pensano ai social network come un veicolo per l’e-commerce, ma magari non ci di cui hanno bisogno. Circa l’80% delle imprese, invece, cerca la facilit d’uso: un dato che esprime da una parte la mancanza di conoscenza delle migliaia di soluzioni che esistono, e per questo si evidenzia la necessit di fare education alla base, ma dall’altra pu essere un’informazione utile anche ai provider. La ricerca dell’universit IULM fa parte di un progetto pi ampio, portato avanti grazie al contributo della regione Lombardia e dell’Unione europea, volto alla alla creazione del consorzio Faire (Fashion replatform hub), che avr appunto lo scopo di supportare grandi, medie e piccole aziende nella sperimentazione e nell’adozione di nuovi strumenti digitali in un settore che rimane molto tradizionale. L’intento creare un sistema sempre pi arricchito di relazione, si parla di filiera – conclude la docente -. In questo senso saranno utili le risorse del Pnrr, per sviluppare la digitalizzazione in senso collettivo. Avere una visione sistemica, aiutare ad acquisire le competenze giuste, scegliere le tecnologie in base alle esigenze: questi sono i compiti di un consorzio, attuare operazioni molto pi micro.

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