Ferguson: Tocca a Biden fermare la guerra. E con Pechino è tempo di distensione

di Marilisa Palumbo

Lo storico britannico: «Washington deve capire che la Russia può continuare a combattere a lungo. E per Kiev è più importante l’Ue della Nato». Sulla Cina: «Xi è indebolito, ma il suo potere non è in discussione»

Niall Ferguson, tra i più brillanti storici della sua generazione, interverrà oggi al Global Policy Forum ospitato dall’Ispi subito dopo l’intervento del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Alla fine di marzo, a un mese circa dall’inizio della guerra, parlando con Luigi Ippolito del Corriere il docente di Stanford
aveva «accusato» gli Stati Uniti di essersi imbarcati in una strategia che porta al prolungamento della guerra
, nella convinzione di poter arrivare a un cambio di regime a Mosca. Pochi giorni fa su Bloomberg
ha scritto che «l’amministrazione è più un arsenale della democrazia ucraina che un mediatore della pace»
.

Resta convinto che non ci sia un dibattito dentro l’amministrazione su come far finire la guerra?
«Non sono al corrente di quali siano le discussioni dentro l’amministrazione, sono sicuro che ci deve essere un certo disaccordo però, perché, da un punto di vista di politica interna. Questa guerra non sta aiutando Joe Biden nel modo in cui alcuni pensavano che avrebbe fatto. La popolarità del presidente aveva subito un colpo con l’abbandono dell’Afghanistan, e questo ha portato alcune frange dell’amministrazione a pensare che dovesse apparire più duro in politica estera, cosa che l’invasione dell’Ucraina gli ha dato la possibilità di fare. Solo che oggi il più grande problema interno dell’America è l’inflazione, non l’Ucraina. E questa guerra chiaramente non aiuta l’amministrazione a risolverla, visto l’impatto che sta avendo sui prezzi dell’energia e dei generi alimentari in tutto il mondo. E non se ne vede la fine, perché quelli come Francis Fukuyama che hanno detto che l’Ucraina avrebbe vinto la guerra hanno qualche spiegazione da dare ora che si vedono i russi avanzare costantemente verso il controllo del Donbass e rimanere in una parte sostanziale della costa meridionale della regione. Quindi, finché Washington non si impegnerà a porre fine alle ostilità, mi sembra probabile che queste proseguano fino all’estate e oltre il 2022, perché è diventata una guerra di logoramento, una guerra di artiglieria, e i russi hanno molta artiglieria e anche molti uomini da impegnare. Quindi, se si tratta di una guerra di logoramento, date le perdite molto elevate che gli ucraini ammettono, è un conflitto che la Russia può vincere o almeno continuare a combattere, per molti mesi».

L’ex segretario di Stato Henry Kissinger, uomo al quale ha dedicato una ricca biografia, ha fatto infuriare molti commentatori e anche lo stesso Zelensky facendo delle dichiarazioni a Davos che sono suonate come una sorta di appeasement nei confronti di Putin.

«Ma Kissinger è stato travisato. Ho studiato la trascrizione, e lui ha detto, in primo luogo, che all’Occidente manca la definizione di un obiettivo finale e quell’obiettivo deve essere il ritorno ai confini di prima del 24 febbraio di quest’anno. In secondo luogo, ha ribadito l’idea che non è possibile avere l’Ucraina nella Nato e serve un’Ucraina neutrale. E il terzo punto che ha sollevato è che il problema ultimo non sono gli Stati Uniti e la Russia, ma gli Stati Uniti e la Cina, il confronto di cui dobbiamo preoccuparci di più, perché ha il potenziale di portare alla massima distruzione. Sono d’accordo con tutte queste cose e lo è anche Zelensky, almeno con le prime due, perché ha detto più di una volta che sarebbe un risultato soddisfacente tornare al 23 febbraio, non tornare a prima del 2014, non riconquistare la Crimea. E ha anche detto molte volte che uno status di neutralità sarebbe accettabile per l’Ucraina. Naturalmente, se l’Ucraina diventasse un membro candidato dell’Ue, cosa che sembra stia accadendo, le cose cambierebbero perché quella non sarebbe neutralità. I titoli dei giornali hanno portato Zelensky a definire Kissinger un appeaser e a fare paragoni con il 1938, ma in realtà i due non vedono la situazione in modo molto diverso. E quando ho parlato con Kissinger qualche settimana fa, per un’intervista poi apparsa sull’edizione domenicale del Times di Londra, lui ha elogiato Zelensky”.

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Zelensky deve anche bilanciare il realismo con la pressione dell’opinione pubblica dinanzi ai costi enormi in termini di vite umane, oltre che economici, dell’aggressione russa.

«Sì ma non credo sia nell’interesse dell’Ucraina avere obiettivi di guerra irrealistici. E credo Zelensky lo sappia, sappia che più dura la guerra più sarà difficile ricostruire l’Ucraina e renderla una democrazia stabile. Una delle lezioni della storia è che più va avanti una guerra, più difficile diventa trovare la pace. Sarebbe stato meglio cercare un cessate il fuoco nelle prime 3-4 settimane, dopo che i russi hanno fallito nella presa di Kiev, invece di lasciare andare avanti le ostilità e consentire che Mosca acquisisse un vantaggio».

Cosa pensa del viaggio di Draghi, Macron e Scholz a Kiev?

“Mario Draghi, per il quale nutro il massimo rispetto, sta cercando di trovare un equilibrio molto delicato tra le necessità economiche europee e quella di fermare la guerra. C’è una chiara difficoltà politica, come membri della Nato, alleanza a guida americana, a essere percepiti come troppo concilianti nei confronti di Vladimir Putin, che Washington ha classificato come criminale di guerra. Ed è positivo che sia Draghi a prendere l’iniziativa perché Macron ha un po’ danneggiato la sua credibilità mostrandosi troppo ansioso di trattare con Putin. E Scholz, in quanto relativamente inesperto come cancelliere, ha faticato a trovare il tono giusto. Gli Stati Uniti devono capire che questa guerra diventerà molto più problematica per l’Europa dal punto di vista economico con l’avvicinarsi dell’inverno. Anche i russi lo sanno, ed è per questo che stanno già iniziando a tagliare il gas, per segnalare ciò che accadrà quando il clima si raffredderà. Quindi, dal mio punto di vista, quello di che crede che abbiamo bisogno di un percorso di pace e che questo non sia possibile senza il coinvolgimento americano, penso sia molto importante che ci sia una posizione europea unitaria cui Zelensky sia allineato, in modo che non si crei una spaccatura tra Kiev e le capitali della Ue. Mi è sembrato un passo nella giusta direzione e per Zelensky è una vittoria importante che lo status di candidato all’ingresso nell’Unione europea sia tornato all’ordine del giorno: un sostegno che va ben oltre il simbolismo perché fu proprio il tentativo dell’allora presidente ucraino Yanukovich di minare il percorso per l’ingresso ucraino nella Ue a scatenare Euromaidan nel 2014. Per gli ucraini l’Europa è molto più importante della Nato. E i russi, per quanto parlino tanto della Nato, non sarebbero entusiasti di una adesione ucraina alla Ue. Il problema ora è che gli Stati Uniti devono capire cosa stanno cercando di ottenere esattamente, perché non può essere nell’interesse degli Stati Uniti avere un altro conflitto interminabile che diventa un pozzo senza fondo di denaro, anche se non di vite di soldati americani. L’amministrazione Biden, a un certo punto, si renderà conto che non c’è nessuna possibilità che la Russia perda, non c’è nessuna possibilità di un regime change a Mosca, e non è nemmeno chiaro se tutto questo stia funzionando come deterrente per la Cina».

La retorica di Mosca però è provocatoria: non ci sono mai aperture nei toni di Putin o Lavrov o tantomeno Medvedev. Come si porta al negoziato qualcuno che sembra non avere alcuna intenzione di negoziare? Non basta chiedere realismo agli ucraini…

«Be’, nel 1973 non sembrava esserci molto terreno comune tra gli arabi e gli israeliani, ma Kissinger fu in grado di fermare le ostilità e cominciare un processo che condusse alla pace tra Egitto e Israele. L’alternativa è una analogia con la guerra di Corea, che non arrivò mai a un trattato di pace. Io credo che i russi siano in qualche modo obbligati a parlare duro, ma in realtà, non possono desiderare che le sanzioni diventino permanenti perché, anche se non hanno avuto l’impatto che ci aspettavamo, non avendo impedito ai russi di continuare a vendere gas e petrolio, hanno però tagliato fuori la Russia da tutta una serie di prodotti importati, in particolare i semiconduttori. In questo modo, l’economia russa è destinata inesorabilmente a tornare al XX secolo. Questa è la leva che Washington ha sui russi, che non possono assolutamente accettare che le sanzioni diventino permanenti. Sugli ucraini, come su Israele nel 1973, è quella di essere il loro principale fornitore di armi. Quindi gli Stati Uniti devono dire a Mosca: bisogna tornare ai confini del 23 febbraio, lasciare i territori conquistati nel frattempo, e se lo farete, ci sarà un graduale allentamento delle sanzioni. Da parte di Zelensky vuol dire accettare che la Crimea è russa così come Donetsk e Luhansk, non le intere province, ma le città controllate dai separatisti al 23 febbraio. La contropartita per l’Ucraina è lo status di candidato Ue, e la costituzione di un accordo di sicurezza, non la membership della Nato, che renda il Paese molto più capace di scoraggiare una invasione russa di quanto non lo fosse a febbraio».

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Ha citato prima la Cina. Lei ha sostenuto Trump nella sua politica aggressiva sui dazi, ma ora dice che Biden è troppo duro con Pechino.

«Beh, c’è una bella differenza tra l’approccio dell’amministrazione Trump e quello dell’amministrazione Biden: Trump si concentrava soprattutto sulle questioni economiche. I dazi erano il suo modo di spingere la Cina a fare concessioni. Se Trump avesse vinto, avrebbe negoziato un accordo commerciale con Xi Jinping entro, credo, 12 mesi. L’amministrazione Biden ha un approccio diverso. Si preoccupa molto di più di Taiwan dello Xinjiang, del Tibet, di Hong Kong. L’ultimo discorso di Antony Blinken sulla Cina è un discorso da falco, molto più aggressivo di qualunque cosa abbiano mai detto Mike Pence o Mike Pompeo. Il problema è che gli Stati Uniti non hanno una strategia credibile per difendere Taiwan in caso di invasione da parte di Pechino. Anzi, in tutti i “giochi di guerra” degli ultimi anni, quando il Pentagono ha provato a simulare il conflitto, la Cina ha avuto la meglio. Quindi il mio consiglio a Joe Biden è di non scegliere una battaglia che non può vincere. È comprensibile il motivo per cui si sono trovati in questa posizione, perché mostrarsi più falchi di Trump era parte della strategia elettorale di Biden, ma ha finito per essere al centro della loro politica estera in un modo che in realtà non ha senso. L’inflazione è il loro problema numero uno e un accordo commerciale con la Cina aiuterebbe, almeno un po’. Quindi, ancora una volta, mi sembra che, mentre si cerca di porre fine alla guerra in Ucraina, si dovrebbe cercare di porre fine alla guerra commerciale con la Cina. I dazi hanno uno scopo solo come preludio a un negoziato. È lo stesso problema delle sanzioni: se diventano un elemento permanente, che senso ha?».

Ma in questo momento Xi Jinping non è più debole di prima della pandemia, anche se è difficile misurare la sua popolarità?

«Chi lo sa? Sì, voglio dire, ha commesso due errori madornali. Uno quello di legarsi alla politica Covid zero anche davanti a nuove varianti come Omicron, la cui diffusione è estremamente difficile da fermare. In secondo luogo, ha appoggiato Putin. La situazione economica è piuttosto negativa. Non è chiaro se l’economia stia crescendo, almeno nella prima metà dell’anno. E quindi Xi si trova in una posizione di debolezza. Ma è una posizione politicamente debole, è in pericolo dal punto di vista politico? Non credo, perché penso che la sua presa sul partito sia troppo forte. E noi in Occidente sottovalutiamo la misura in cui ha blindato la sua posizione, al punto da poter commettere questi errori senza dover affrontare alcuna sfida interna. Quindi non sono sicuro che sia necessariamente indebolito politicamente, ma è chiaro che la Cina è indebolita economicamente da ciò che ha fatto. Ed è per questo che credo che i cinesi accetterebbero la distensione se gli Stati Uniti gliela offrissero, anzi credo che la coglierebbero al volo».

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Lei ha auspicato un viaggio di Biden in Cina. Pensa che lo farà?

«Non ha senso fare un viaggio – e lo stesso discorso vale per l’Arabia Saudita – se non c’è nessun accordo da concludere, non sarebbe intelligente. In questo momento gli Stati Uniti hanno il loro diplomatico più talentuoso, il mio amico Nicholas Burns, come ambasciatore a Pechino e sono sicuro che stia lavorando sodo per trovare una base per far progredire le relazioni tra Stati Uniti e Cina. E credo che Biden non salirà su un aereo finché Nick Burns non avrà capito che c’è un accordo da concludere. L’intesa secondo me comporterebbe una riaffermazione della dottrina della “ambiguità strategica” quindi un chiarimento sulla tenuta del compromesso del 1972, e poi il negoziato sulle tariffe. Ci sono molti segnali di aperture in questo senso».

Lei è britannico e ha insegnato in Gran Bretagna prima di trasferirsi negli Stati Uniti. Il premier Johnson con i suoi viaggi a Kiev e i toni durissimi contro Mosca sembra giocare a Churchill anche per distrarre dai suoi guai interni.

«Lo conosco da quasi quarant’anni e gli ho visto attraversare tantissime crisi e scandali, ognuno dei quali avrebbe distrutto un politico normale. Penso che Boris sia la definizione stessa di “anti-fragile”, che le crisi lo rendano più forte. Sarei sorpreso tuttavia se fosse il leader dei conservatori alle prossime elezioni. Ma ho imparato a non considerarlo spacciato. La situazione economica è molto difficile: il Covid, l’impatto della guerra, la Brexit. Il divorzio con l’Europa non si è ancora concluso e già gli alimenti sono molto alti, nel senso che c’è un costo aggiuntivo per qualsiasi azienda britannica che commercia con l’Unione. Il Regno Unito ha un problema di inflazione probabilmente maggiore di quello degli Stati Uniti o della maggior parte dei Paesi dell’Ue. Quindi direi che le prospettive, anche a prescindere dai problemi di Boris con il Partygate, sono piuttosto tetre per il Regno Unito e questo raramente aiuta il partito al potere. La mia ipotesi è che, a un certo punto, il premier sarà sostituito come leader conservatore prima delle prossime elezioni. Ma sa, lui è Boris, non ci scommetterei la vita».

19 giugno 2022 (modifica il 19 giugno 2022 | 21:56)

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