Flat tax, com’è andata nei Paesi che hanno introdotto la ‘tassa piatta’? I vantaggi solo per i più ricchi. Penalizzati redditi bassi e …

Torna la “Flat Tax”, la tassa piatta ad aliquota unica. Quest’estate infilata a forza tra i temi da ombrellone. A riproporla in vista delle elezioni del 25 settembre è il centrodestra, anche se nel programma di coalizione presentato ieri l’introduzione sembra molto limitata (e non è indicata nemmeno l’aliquota, 15 o 23%). In concreto “Flat tax” può voler dire molto o molto poco, dipende da come la si applica. Esperienza dice che non sembra essere una mossa risolutiva per risollevare i destini economici di un paese. L’applicazione di un’aliquota unica sui redditi personali, in sostituzione di un sistema fiscale progressivo in cui il prelievo sale proporzionalmente all’aumentare del reddito, significa tendenzialmente premiare chi guadagna di più e penalizzare chi guadagna di meno. Questo è quello che emerge analizzando le esperienze dei paesi che hanno sperimentato questo tipo di imposizione. Tra di essi non compare nessuna economia occidentale avanzata, per lo più si tratta di ex paesi del blocco sovietico come l’Ungheria, la stessa Russia o di piccoli stati, non di rado inclusi nelle liste dei paradisi fiscali.

I sostenitori della flat tax ritengono che questa forma di tassazione possa ridurre l’evasione semplificando il sistema, favorire la crescita economica e attrarre investimenti. Nessuna di queste affermazioni ha però sinora trovato conferme nella realtà. Sembra illusorio pensare che la flat tax si auto finanzi, riducendo l’evasione e spingendo la crescita economica. Non è mai accaduto. In generale nei paesi in cui è stata applicata ha prodotto una diminuzione delle entrate. Tema particolarmente delicato in Italia il cui equilibrio dei conti pubblici è reso precario da un debito elevato e superiore a quello di economie paragonabili (con l’unica eccezione del Giappone). A meno che il gettito, ossia quello che incassa lo stato non resti invariato grazie all’allargamento di base imponibile (cioè voce aggiuntivi nel calcolo dell’imposta) o manovrando soglie di esenzione. A questo punto si tratterebbe però di una riforma finta, dove verrebbe meno anche l’aspetto di semplificazione.

Si possono in alternativa ridurre le spese, almeno in teoria. Ma molte sono spese obbligate come pensioni o il pagamento degli interessi del debito pubblico. Abbassare gli stipendi dei dipendenti pubblici pare politicamente impraticabile (oltre che socialmente discutibile). Resta la riduzione delle risorse per servizi erogati come sanità, scuola, etc. Per una famiglia benestante può essere vantaggioso versare meno tasse e pagare scuola e sanità private, lo è molto meno per chi ha redditi bassi. Qualcuno proporrà di usare i soldi del reddito di cittadinanza. Significherebbe. banalmente, togliere ai poveri per dare ai ricchi. E le somme non bastano. Il reddito di cittadinanza copre appena un quinto del costo della riforma di Salvini.

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Una delle (poche) leggi certe dell’economia è che non esistono pasti gratis. Concetto che si può declinare in mille contesti. Se parliamo di tasse significa che, riformando il sistema fiscale, c’è sempre qualcuno che ci guadagna e qualcuno che ci perde. Oggi in Italia, come in tutte le grandi economie avanzate, vige un sistema di tassazione progressiva. Ossia più sale il reddito più cresce la quota che viene prelevata dal fisco. Chi guadagna di più è chiamato a contribuire in misura proporzionalmente maggiore rispetto a chi guadagna meno. Questa progressività è stata fortemente ridotta negli ultimi decenni e oggi l’Irpef (l’imposta sui redditi delle persone fisiche) si compone di appena 4 aliquote che vanno dal 23% al 43%. Nel 1980 l’aliquota più elevata era al 70%, nel 1990 al 50%, nel 2000 al 45%. Il passaggio alla flat tax la ridurrebbe ulteriormente e drasticamente. Una precisazione. L’aliquota massima riguarda solo la parte di reddito che eccede una determinata soglia di introiti, nel regime attuale i 50mila euro. Per intendersi, chi ha un reddito di 60mila euro subisce un prelievo al 43% non sull’intera somma ma solo sui 10mila euro che eccedono la soglia.

Le simulazioni Il modello di flat tax al 15% proposto da Salvini significherebbe risparmi di 100 euro al mese per i redditi più bassi ma superiore ai mille euro per quelli più ricchi, con punte fino a 4mila euro per chi ha pensioni d’oro, stipendi manageriali e vitalizi vari. Per la fascia da 15mila – 28mila euro, si pagherebbero 208 euro in meno di tasse; tra i 28mila e i 50mila euro, fino a 575 euro al mese. A calcolarlo è il Centro consumatori Italia, che ha analizzato le ricadute della proposta. Nel 2019, quando il leader della Lega avanzò la stessa proposta, si stimò un ammanco per le casse pubbliche di circa 60 miliardi di euro all’anno. La proposta più morbida di Silvio Berlusconi (tassa unica al 23%) avrebbe un costo di circa 30 miliardi. Il 23% è però l’attuale aliquota minima dell’Irpef. I benefici della riforma andrebbero insomma quasi esclusivamente a chi guadagna di più. In entrambi i casi nessun beneficio per incapienti, casalinghe, disoccupati, lavoratori precari. Come intuibile dai dati sulla distribuzione dei redditi per fasce d’età i vantaggi sarebbero soprattutto per i contribuenti con età elevata, a scapito dei più giovani.

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Il caso Ungheria – L’Ungheria ha introdotto un’aliquota unica al 15% sui redditi personali tra il 2010 e il 2013 e contestualmente ha unificato, sempre al 15%, il prelievo Iva. Studi recenti mostrano come i vantaggi siano andati a favore della fascia più benestante della popolazione e a danno dei più poveri e del ceto medio. Tra il 10% più ricco della popolazione, oltre 9 contribuenti su 10 hanno avuto dei vantaggi economici dalla riforma. Nella fascia medio bassa circa l’80% ha invece avuto uno svantaggio. Come si legge nelle analisi “l’effetto di redistribuzione delle ricchezze è diminuito a danno della solidarietà sociale”. La spinta della riforma sulla crescita economica è stata al di sotto delle attese e trascurabili sono stati i benefici sull’occupazione. Secondo i dati della Banca Mondiale, dal 2010 al 2017 il 20% più ricco della popolazione è passato dal possedere il 37,7% del reddito totale ungherese al 38,5% (con aumento maggiore per la metà ancora più facoltosa, che è passata dal 23,1% al 23,9%). Nello stesso periodo il 20% più povero è sceso dall’8,2% al 7,9%. Stando ai dati della Commissione europea è salita la percentuale di lavoratori ungheresi a rischio povertà mentre si sono ridotte le somme statali per scuola e sanità. Di recente anche il Fondo monetario internazionale ha ricordato come l’aumento delle diseguaglianze sia nocivo per la crescita economica.

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Il caso Russia – Nel 2001 l’ex Unione sovietica ha introdotto un sistema fiscale incentrato su un’unica aliquota al 13% con un contestuale ampliamento della base imponibile e della no tax area, ossia il livello di reddito fino al quale non si pagano tasse. Sono seguiti anni di crescita economica ma nessuno è stato in grado di dimostrare un legame tra le due cose, anche perché Mosca beneficiò nel periodo di un forte incremento degli incassi da vendita di idrocarburi. Già nel 2005 il Fondo monetario internazionale aveva studiato l’esperimento russo giungendo alla conclusione che non esistessero prove di un legame tra risultati economici e introduzione della tassa piatta. Certamente la riforma fiscale non ha favorito un’evoluzione del tessuto produttivo russo, sempre più dipendente dalla vendita di materie prime e sempre meno presente nelle produzioni ad alto valore tecnologico.

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