‘Full Time’ conquista con la grinta delle mamme lavoratrici, è la perla di Venezia (di T. Marchesi)

Alla Mostra è per così dire in seconda fila, nella sezione Orizzonti, ma è uno dei migliori film di quest’anno. “Full Time” (À Plein Temps) di Eric Gravel è la sintesi esatta di una condizione che ogni mamma lavoratrice separata – spesso anche sottoccupata, rispetto ai suoi titoli di studio – conosce fin troppo bene. La vita è un’eterna corsa contro il tempo. In Italia il film uscirà con Wonder Pictures.

Lanciata da una delle serie tv più amate di questi anni “Chiami il mio agente” (era la spiritosa Noémi, segretaria-amante del capo), Laure Calamy è l’attrice-rivelazione dell’ultimo cinema francese. Ha vinto il César per un film incantevole di Caroline Vignal che in Francia ha fatto gridare al ‘nuovo Rohmer’, “Io, lui, lei e l’asino” (“Antoinette dans les Cevennes” in originale).

Non bella, non giovanissima, Calamy è, anche fuori dallo schermo, una forza della Natura. In “Full Time”, la sfida ordinaria di far quadrare il lavoro ‘alimentare’ da cameriera d’hotel, il quotidiano trasferimento in città dal paesino in cui vive e l’assistenza di una vicina che le tiene i bambini diventa una mission impossible quando Parigi va in tilt per gli scioperi generali e le manifestazioni di piazza di inizio 2020. Trasporti pubblici paralizzati, ritardi a raffica sul lavoro, ultimatum a 360 gradi – dalla direttrice dell’hotel, dall’anziana babysitter – e pochi soldi per far fronte all’emergenza. Oltretutto l’ex coniuge è in ritardo col mensile pattuito: è quasi la norma. Ma no surrender, nessuna resa: si può sorridere comunque alla vita, ai propri bambini, a un impiego migliore che forse arriverà.

Non è un film epico, ma Julie è una supereroina della realtà. Ci sono occasionali imbarazzi – quando ‘ci prova’ con un vicino che le ha dato un passaggio – e occasionali black out dell’anima – quando ti sembra di non farcela proprio più – che “Full Time” intercetta con straordinaria finezza, senza mai perdere quel ritmo indiavolato che è il suo passaporto speciale.

In controluce c’è tutto il resto, dice Laure Calamy: “I turni che si allungano, i salari che si abbassano, i piccoli ricatti continui dei datori di lavoro, le qualifiche professionali deprezzate sul mercato, e perfino certe prove impensabili che la pulizia negli alberghi ti riserva”. Come li definiva, da folgorante minimalista, Grace Paley? Piccoli contrattempi del vivere.

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