GdB fuori da Facebook, quale futuro per i giornali sui social?


Fari puntati sul rapporto tra social network e informazione. A tre giorni dall’annuncio della decisione presa dal direttore del GdB Nunzia Vallini, che ha sospeso la condivisione delle notizie del quotidiano sulla pagina Facebook in risposta all’odio crescente e incontrollabile che da mesi si scatenava nei commenti, continua il dibattito sul tema. Voci a favore e contro, insieme in un confronto che rivolge l’attenzione all’importanza dell’informazione e a come è diffusa online.

Se ne è parlato venerdì sera a Messi a fuoco su Teletutto (canale 12 del digitale terrestre e in streaming su www.teletutto.it), dopo che nel pomeriggio sia la community Alike (con Gummy Industries e Talent Garden) che Varesenews (promotori del festival di giornalismo Glocal) hanno organizzato due tavole rotonde virtuali sul tema. In collegamento con il conduttore Andrea Cittadini, oltre al direttore Nunzia Vallini, ci sono stati diversi ospiti tra cui il presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia Alessandro Galimberti, l’esperto di digital e innovazione Andrea Boscaro, Claudia Vago project manager di Fondazione Finanza Etica e Giovanni Ziccardi, docente di informatica giuridica all’Università degli Studi di Milano.

Un dibattito di cui c’era bisogno, partito dal Giornale di Brescia perché per primo ha scelto di uscire da Fb, ma che riguarda tutte le testate, italiane e non. Il problema esiste e non può più essere sottovalutato: che fare allora nel concreto? I social network ormai hanno un ruolo strategico nella diffusione delle notizie online e non possono essere ignorati, eppure hanno dinamiche instrinseche difficili da interpretare.

Ecco la cronaca testuale della puntata che potete rivedere a questo link a partire da sabato 21 novembre.

20.36: Nunzia Vallini: “Il livello di violenza verbale sulla nostra pagina aveva superato ogni limite. Il tema non è tanto se uscire da Facebook, ma perché restarci. Durante l’emergenza Covid sono stati molti gli attori esterni che, sfruttando l’algoritmo, hanno approfittato dei nostri post soffiando sul fuoco. La scelta è stata dettata dal fatto che la nostra integrità e i nostri valori ci impongono di non voltare la testa davanti a un fenomeno simile: è una presa di posizione”.

20.38: Alessandro Galimberti: “Lasciare Facebook non è stata una sconfitta, ci voleva: qualcuno doveva avere il coraggio di farlo per primo. Uscire dalle logiche di viralità, dei bot, delle echo chambers. Il tema è che non si può andare avanti in un luogo come la Rete dove, per deliberata scelta, non esiste regolamentazione. Non c’è legislazione a nessun livello, né nazionale né internazionale. Questo determina un pericoloso liberi tutti e dà spazio alla violenza verbale più becera. Si commettono migliaia di reati che tecnicamente sono impossibili da perseguire, se non in minima parte. Usciamo da queste regole di business imposte e ingovernabili”

20.42: Andrea Boscaro: “La decisione è stata molto coraggiosa, anche perché mette in conto la perdita del 16-18% – in questo caso – del traffico online verso il sito del giornale. Mark Zuckerberg, in occasione dell’audizione al Senato Usa per lo scandalo Cambridge Analytica, aveva detto che non si sarebbe assunto la responsabilità delle conversazioni sulla sua piattaforma, che spetta invece agli editori, in quanto Facebook è solo erogatore di tecnologia. Però negli ultimi 30 giorni, il social ha dato primi segnali di svolta, forse troppo tardivi”

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20.44: Claudia Vago: “Secondo me la scelta del GdB non è stata la soluzione migliore, non solo per la perdita di traffico sul sito che può essere riparabile percorrendo altre vie. Vanno trovati modi diversi di essere presenti su queste piattaforme. Il GdB resterà in silenzio su Facebook, ma le persone continueranno a parlare, anche delle sue notizie. Sarebbe più coraggioso decidere di fare educazione e fare cultura, anche se è difficile e richiede molto tempo. Contro le fake news più che i censori e i debunker, occorre una strada stile Finlandia in cui fin dalle elementari si insegna a leggere le notizie in modo critico. Potrebbe essere utile usare Facebook per dialogare con la community, organizzare dibattiti e costruire un senso comune”

20.28: Nunzia Vallini: “Ci siamo autocensurati per mesi, non pubblicando le notizie che potevano lasciare spazio agli haters. Non ha funzionato. Siamo consapevoli di essere un interlocutore culturale, ma in questo caso non è un tema di moderazione, ma di decenza. In questo momento storico è delicato permettere che le piazze, anche virtuali, si infiammino. Il GdB non vuole scappare dal nemico, né intende chiamarsi fuori. I dibattiti di questa settimana dimostrano che il terreno è fertile per un cambiamento. Proprio oggi abbiamo avuto un confronto diretto con la responsabile delle relazioni per Facebook con i media in Italia (Livia Iacolare ndr) che è stato un primo incontro costruttivo”

20.52: Giovanni Ziccardi: “Da anni mi occupo di odio online. Ho apprezzato la scelta legittima del GdB perché era un problema che si era già posto con altre testate, in molti ci hanno già ragionato, ma nessuno aveva fatto questo passo. Non si tratta solo di commenti, ma anche di reputazione. La politica e la stampa spesso sono i primi che tendono ad alimentare odio e discussione scorretta per alimentare la viralità dei propri contenuti”

21.02: Nunzia Vallini: “Le gocce che hanno fatto traboccare il vaso sono state più d’una. Dagli insulti a medici e infermieri, accusati di sequestrare i pazienti Covid per incassare i premi in busta paga, al vilipendio al Capo dello Stato. In occasione della visita di Sergio Mattarella a Brescia nel giorno di Ognissanti per rendere omaggio alle vittime del coronavirus, si sono registrate anche minacce di morte. Questo ha travisato il sentire di lettori e telespettatori, che per primi ci hanno chiesto conto di quello che stava accadendo sulla nostra pagina Facebook e ci hanno chiesto di intervenire. Non c’è civismo che tenga se non ci sono orecchie pronte ad ascoltare”.

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21.07: Alessandro Galimberti: “Ricordo la vicenda dell’agente di Polizia Locale che lo scorso febbraio a Palazzolo si è tolto la vita per essere stato travolto dall’odio su Facebook, dopo che aveva lasciato la sua auto di servizio in un parcheggio per disabili. Anche il caso di Tiziana Cantone, suicida dopo che un suo video intimo con l’ex fidanzato era stato diffuso in Rete. Pensare che basti l’educazione online è ingenuo: servono sanzioni. La Rete è popolata da leoni da tastiera, servono leggi chiare.

Per fermare un reato online inoltre è necessario mettere in campo risorse incredibili, persino per la Polizia postale è difficile individuare i responsabili e la gran parte restano impuniti. Non ci sono regolamentazioni: Facebook dovrebbe assumersi le responsabilità di quello che accade sulla sua piattaforma, come fa un editore. Se il GdB moderasse i commenti rischierebbe addirittura di dover rispondere di quello che fanno i suoi utenti. Mi sembra del tutto incongruente, dobbiamo uscire dal conformismo culturale per combattere questa battaglia. Sarebbe utile che le piattaforme almeno fossero tenute a collaborare istantaneamente con le forze dell’ordine, invece non accade”.

21.18: Andrea Boscaro: “In molti casi gli haters non sono consapevoli delle conseguenze di quello che fanno. Procedere attraverso segnalazioni e iniziative ad hoc (come Odiare ti costa) può essere un primo passo”

21.23: Claudia Vago: “Quello che si scrive sui social resta e spesso gli haters sfogano delle frustrazioni, ma sono una minoranza. C’è una grossa maggioranza di persone che invece stanno in silenzio, ascoltano ed è a loro che dobbiamo continuare a parlare. Bisogna lavorare con la community, far sì che si allei con la testata e isoli la minoranza, per smascherarla anche attraverso contatti one-to-one. Credo che si tratti di una minoranza molto rumorosa perché le si lascia spazio, un vuoto che al contrario va riempito”

21.27: Giovanni Ziccardi: “Religione, paura del diverso, razzismo, politica sollevano da sempre odio. Con la Rete l’odio è divenuto generico, i temi sono tantissimi. In questo contesto storico ogni elemento di cronaca può generare manifestazioni d’odio, anche solo per generare visibilità.

I suicidi correlati all’odio online fanno capire qual è l’impatto sulle persone. Il virtuale non esiste: è tutto reale. La piattaforma non è il problema, ma è lo specchio amplificato e disinibito della società. Attenzione, il mostro non è Facebook ma l’odio che c’è tra la gente”

21.32: Alessandro Galimberti: “La tecnologia è neutra, è un’opportunità, ma se usufruita in totale assenza di regole perdiamo ogni riferimento. Gli utenti malintenzionati sono consapevoli dell’impunità. La viralità come business rende corresponsabile il fornitore della tecnologia: gli operatori lo sanno ma non intervengono”

21.36: Lisa Di Berardino (vicequestore aggiunto Polizia Postale di Milano): “Durante la pandemia i reati online sono aumentati. Le tecniche per trovare i criminali della Rete sono molteplici, ci sono alcune piattaforme che collaborano meno di altre nell’aiutarci a identificare chi commette ingiuria o diffamazione, anche perché hanno sede in territori esteri dove non sono reati normati”

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21.38: Livia Iacolare (Facebook), intervento tratto dal dibattito online con Alike: “Abbiamo rimosso 1,3 miliardi di profili falsi e il 99% prima che fossero attivi sulla piattaforma: lo si evince dal nostro report trimestrale sulla trasparenza”

21.46: Barbara Sgarzi, docente di social media e comunicazione: “I giornalisti hanno fatto la loro parte nella diffusione dell’odio. Durante la pandemia molte testate non hanno brillato per equilibrio, spesso sono state le testate stesse a condividere contenuti non verificati alla ricerca del clic. Dobbiamo chiederci, facendo un passo indietro, se non siamo stati noi giornalisti per primi a incendiare la polveriera. Bisogna fare un esame di coscienza e darsi una regolata, perché questo significa anche perdita di autorevolezza”

21.48: Giovanni Ziccardi: “L’errore è generalizzare. Ci sono forze politiche e organi di stampa che alimentano l’odio per ottenere consenso. Ci sono realtà che si connotano per altre scelte. Non si può più dire che la diffusione dell’odio sia solo limitata a frange estreme, ma si è espansa in ambiente più democratici”

21.50: Claudia Vago: “Il problema delle testate è anche il modello di buisiness e hanno difficoltà a campare, si basano sulle pagine viste per vendere spazi pubblicitari, prestando il fianco a titoli forzati o stratagemmi acchiappaclic. Bisogna lavorare sulla qualità del tipo di traffico che si attira e sul tipo di coinvolgimento della community. Per lottare contro l’odio occorre riflettere sul lungo termine e su cosa vogliamo essere, l’audience verrà poi”

21.52: Andrea Boscaro: “Parte dell’editoria sta maturando il pensiero che per stare su queste piattaforme bisogna starci con la testa, con progetti di qualità. La piattaforma ha un’ulteriore responsabilità: gli algoritmi opachi. Bisogna fare una battaglia in questo senso, dal basso”

21.54: Alessandro Galimberti: “L’Ordine dei Giornalisti ha un consiglio di disciplina che risponde al Presidente del Tribunale, ma perseguire tutti gli illeciti deontologici è impossibile perché ogni giorno ne vengono commessi in un numero spropositato. L’OdG fa quello che può con i mezzi che ha, ma serve una grande opera di acculturamento della professione. Durante la pandemia sono stati commessi molti errori: la categoria dei giornalisti ha responsabilità enormi e in questo alcuni di noi sono indifendibili”

22.00: Nunzia Vallini: “La nostra dimensione provinciale ci consente di fare comunità reale, siamo nati nel 1945 come organo del Comitato di liberazione nazionale, per ricomporre una città lacerata. Una missione che vogliamo onorare: questa è una nuova resistenza contro la maleducazione o peggio ancora contro i seminatori di odio seriali. Non ci sottrarremo, pena la perdita dell’autorevolezza e della nostra credibilità”.

 



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