Gelmini: ‘Draghi meglio di Meloni, potrebbe essere disponibile dopo le elezioni. Con Calenda c’è sintonia’

Il centrodestra è al suo triste epilogo. Ora è Calenda a parlare chiaro a e rivolgersi alle imprese. Ma non sono io che mi sono “spostata”, è Forza Italia che si è omologata alla destra-destra». È passata una settimana esatta dal suo addio ad FI, e la scelta di Mariastella Gelmini sembra assumere sempre più i contorni della prima tessera di un domino. Sono già 9 infatti gli addii tra gli azzurri. L’ultimo è quello di Mara Carfagna. «Una donna “tosta”» spiega la ministra degli Affari regionali che ora vorrebbe tutti gli ex azzurri accanto. «Con lei e con gli altri colleghi, spero davvero che si possa fare ancora un pezzo di strada assieme».

E chissà che la direttrice non sia proprio Azione di Carlo Calenda. («Ho letto il suo appello e mi è sembrato la declinazione più seria dell’agenda Draghi»), che nei giorni scorsi ha proposto proprio il premier attuale come futuro presidente del Consiglio: del resto, precisa la ministra «Tra lui e Giorgia Meloni gli italiani non avrebbero dubbi». 

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Ministra Gelmini il suo addio a Forza Italia ha fatto rumore e ha dato il via ad un esodo dal partito che forse segna anche la fine di una stagione politica italiana. Il centrodestra moderato si è archiviato una settimana fa?
«Sì, è stato il triste epilogo di una deriva iniziata molti mesi prima. Scegliendo di lasciare le impronte digitali sull’affossamento del governo Draghi si sono presi una responsabilità enorme e hanno messo a serio rischio il Paese, che nel frattempo si stava riprendendo dopo la tragedia del Covid. Le elezioni ci sarebbero comunque state di qui a poco, ma è prevalso il calcolo elettorale: non avrei mai immaginato un finale del genere».
Sono già 9 gli azzurri che hanno lasciato e l’ultima è stata la ministra Mara Carfagna. Pensa che nel vostro futuro politico ci sia spazio per un passaggio comune? Magari il 26 settembre vi ritroverete dalla stessa parte.
«Nove in questi ultimi giorni, ma dall’inizio della legislatura Forza Italia ha perso oltre quaranta parlamentari. Senza che sia mai stata fatta un’autocritica su questi abbandoni e sui risultati elettorali conseguiti dal partito. È la logica del “meno siamo, meglio stiamo”. Con Mara, che è una donna “tosta”, e con gli altri colleghi, spero davvero che si possa fare ancora un pezzo di strada assieme».
Intanto FI-Lega-FdI faticano a trovare un’intesa e c’è chi dice che Berlusconi e Salvini non accetteranno mai di avere la Meloni come premier. Lei li conosce bene, che ne dice?
«Troveranno un accordo: Forza Italia e Lega stanno unendo due debolezze e Giorgia Meloni, dal suo punto di vista, ha ragione. Se davvero Forza Italia non avesse voluto consegnarle la premiership, avrebbe confermato la fiducia a Draghi e garantito un’ordinata chiusura della legislatura. Avremmo messo in sicurezza i conti del Paese e gli approvvigionamenti energetici, conseguito gli obiettivi del Pnrr, attuato la delega fiscale e le riforme di giustizia e concorrenza, dato poteri straordinari a Roma Capitale, una riforma che stavo seguendo insieme a quella sull’autonomia. Invece si sono piegati a Salvini e adesso non potranno opporsi alla rincorsa di Fratelli d’Italia per la candidatura per Palazzo Chigi».

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Si dice che una campagna elettorale entra nel vivo quando si inizia a ragionare sul nome del premier. Oggi le uniche alternative – più o meno concrete – messe sul piatto sono Meloni o Draghi. Che ne pensa? E soprattutto ritiene che il presidente del Consiglio accetterebbe?
«Posti di fronte alla scelta, senza nulla togliere a Giorgia Meloni, credo che gli italiani non avrebbero dubbi. E certamente non ne ho io. Draghi però non si può tirare per la giacca. Ciò non toglie che molti elettori vorrebbero che portasse avanti il lavoro iniziato. Erano decenni che in Italia non veniva avviato un progetto riformista così ambizioso: abbiamo programmato investimenti per oltre 230 miliardi di euro ed una parte di queste somme le abbiamo già incassate per infrastrutture, scuole e asili, banda larga, sanità territoriale. Abbiamo riformato la pubblica amministrazione, iniziato una profonda sburocratizzazione, tutelato le famiglie economicamente più fragili dagli aumenti delle bollette. Io penso che per il bene del Paese serva proseguire questo lavoro. E Draghi ha già dimostrato di saperlo fare e di essere un leader stimato in Europa e nel mondo».
Da Forza Italia la accusano di aver trattato già «da tre mesi» l’uscita dal partito per entrare in Azione di Carlo Calenda. Cosa si sente di rispondere?
«È falso. Ma in Forza Italia oramai si ricorre all’insulto anziché rispondere sulle questioni politiche. Se volevo un seggio sicuro, me ne sarei rimasta dove stavo. La verità è che la classe dirigente attuale del partito aveva due missioni: completare l’osmosi con la Lega ed estromettere chiunque difendesse la storia, l’autonomia e i valori di Forza Italia. Quanto a me, ho letto l’appello di Calenda e mi è sembrato la declinazione più seria dell’agenda Draghi. Sì alle infrastrutture e agli investimenti, industria 4.0, più soldi in busta paga ai lavoratori, drastica revisione del reddito di cittadinanza e taglio di Irap e Irpef. Dobbiamo dare una prospettiva di serietà e concretezza all’azione politica. Calenda parla chiaro e si rivolge ai ceti produttivi, alle imprese, al popolo delle partite Iva e ai bonus e al reddito di cittadinanza preferisce il lavoro. Sono le battaglie che ho sempre fatto». 
A guardarla dal punto opposto invece, c’è chi non vede di buon occhio un suo avvicinamento a Calenda e al centrosinistra dopo oltre 25 anni in Forza Italia. Sta rinnegando qualcosa?
«Io sono rimasta dov’ero. Forza Italia si è invece omologata alla destra-destra e ha buttato a mare un premier europeista, atlantista e certamente non di sinistra. Non glielo ha prescritto il medico: Forza Italia poteva e doveva distinguersi dalla Lega ed essere coerente con la sua storia moderata, riformista e liberale. Non lo ha fatto e io ne ho tratto le conseguenze». 

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