Giovanni Brusca esce e campa tranquillo senza neanche il problema dello stipendio

Giovanni Brusca detto “’u verru”, il porco, scarcerato dopo venticinque anni. Tanti? Pochi? I garantisti pelosi alla Saviano dicono che no, troppi, che ‘u verru ha cambiato vita, va pure in chiesa, e poi nel solito delirio narcisistico prendono a parlare di loro, delle persecuzioni subite, dei libri da comprargli. Curioso garantismo, provenendo dai sedicenti paladini della legalità e della lotta alla mafia che poi sono gli stessi che, in rapporti intimi con la magistratura, crocifiggono i nemici ad un semplice avviso di garanzia. Tra i garantisti un po’ visionari, Piero Sansonetti che però è un galantuomo non sospettabile di calcoli, disposto a prendere le sue cantonate come nel caso di Cesare Battisti, pluriomicida pluriprotetto del quale Sansonetti gridava la persecuzione, se non l’innocenza, fino a che quello non ha ammesso tutto e più di tutto e allora Sansonetti non ha parlato più. Coerente fino in fondo, oggi dice: venticinque anni di galera non li deve fare nessuno. Davvero, Piero? Ma che facciamo con le famiglie delle vittime, centocinquanta famiglie quanti sono gli assassinii confessati tra i quali le due massime stragi della repubblica, Capaci e via d’Amelio, oltre alla crudeltà sui bambini come il piccolo Di Matteo tenuto sequestrato tre anni, visto trasformarsi in un adolescente come un animale in gabbia e infine strangolato e sciolto nell’acido?
I parenti delle vittime di mafia, come Maria Falcone, diventano, un po’ per osmosi di dolore, come l’oracolo santo, qualsiasi banalità o sciocchezza uscita dalle loro bocche è presa per il Verbo incarnato e così la sorella del giudice può dire senza che nessuno le risponda: questa legge che scarcera Brusca l’ha voluta mio fratello. E con ciò? Detto che anche Falcone poteva sbagliare, il fatto è che una legge del genere egli la volle nel pieno di una lotta alla mafia che non aveva ancora raggiunto il suo acme, non aveva visto le stragi selvagge che avrebbero travolto lui e il collega Borsellino. Comunque parliamo di trent’anni fa: chi l’ha detto che una legge deve valere per sempre, che retrospettivamente non fosse sbagliata in nuce, per quanto strategicamente comprensibile?
Poi ci sono i perdonisti sul fanatico andante: Brusca ha sofferto, Brusca è pentito, è un altro uomo. E chi lo garantisce? Loro? Brusca medesimo? Che sia un altro uomo è certo, gli hanno dato una nuova identità, un luogo segreto, e un vitalizio da 1500 euro al mese per lui più 500 per ogni parente e i parenti di mafia sono sempre tanti, sono infiniti. La protezione testimoni dei telefilm o qualcosa di più scabroso, del tipo “per servizi resi”? Vista in quest’ottica, la questione sulla pena troppo dura o troppo mite perde di sostanza: Brusca non si è pentito, si è semplicemente consegnato un attimo dopo il suo arresto e ha mollato i compari, ma non l’organizzazione; non risultano gesti significativi in questo quarto di secolo, risulta invece, anche se dirlo non sta bene, che comandasse anche in carcere. E il suo messaggio da incappucciato per le vittime sapeva tanto di beffa in puro stile mafioso, e magari di avvertimento: chi deve capire capisce, certe orecchie sono allenatissime a tradurre anche i sospiri.
Brusca ha fatto quello che lo Stato gli chiedeva. Ha confessato le cose che lo Stato sapeva già e ha garantito di tenerle al sicuro; in cambio ha avuto un passaggio in carcere, venticinque anni, il minimo possibile per tacitare l’opinione pubblica, e adesso ha una nuova vita. Intanto le prefiche, i provocatori, i prezzolati e qualche ingenuo in buona ma sprecata fede partono con la propaganda del tempo passato, dell’uomo diverso. Da cui la autentica trattativa Stato-mafia, sulla quale gli ossessi delle agende rosse, dei complotti, dei mafiosi al potere una volta tanto non fiatano. Anzi difendono ‘u verru fin quasi ad esaltarlo.
Anche nell’isola ‘u verru lo maledicono ma insieme lo difendono, lo comprendono, c’è sempre un substrato culturale che induce una sorta di connivenza istintiva. Ai tempi del mio fugace passaggio nell’antimafia mi spedivano per scuole e teatri a dire le solite coglionate, non abbassare la guardia, tenere alta la testa, in mezzo a una pletora di parenti di mestiere, opportunisti, parassiti, mestieranti e qualche mafioso antimafia. Facevo il mio numero con giornalisti e magistrati e ogni volta mi accorgevo che questi e quelli, nel parlar male dei Riina, i Provenzano, i Brusca, usavano un linguaggio felpato, non c’era astio, non odio, se mai un rispetto impalpabile ma impossibile da non cogliere, come se stessero dicendo: sì, sono dei mostri ma, a loro modo, dei genii, del male ma sempre genii e noi, che siamo il bene, siamo allo stesso loro livello e siamo riusciti a fermarli e sapete perché? Perché noi possiamo capirli; perché tra noi ci intendiamo. Una cosa un po’ fastidiosa, un misto di vanagloria personale e orgoglio culturale. Non ho mai sentito uno dire: questi sono feccia, sono il peggio del peggio, non sono umani. Anzi, se scappava detto a me subito mi rimbeccavano, con educata durezza: ma cosa vuoi capire tu, che non ci stai dentro, ma datti una calmata. E sorridevano, compatenti.
Giovanni Brusca detto ‘u verru esce e campa tranquillo senza il problema dello stipendio: glielo paghiamo tutti a cominciare dai parenti di quelli che ha sterminato. Parte dell’informazione lo difende, gli spaccacapelli cavillano di leggi sacre, ergastoli ostativi e anime redente. Si potrebbe pensare che per risolvere il problema della disoccupazione in Italia basta ammazzare 150 cristiani. Ma restiamo seri e diciamo che no, davvero non ha senso chiedersi se 25 anni di prigione siano pochi o troppi nel caso del mafioso Brusca “che è un altro uomo”. Ma è lo stesso anche per i terroristi, che con sei o sette ergastoli addosso si fanno dieci, dodici anni e poi vanno all’opera, come il capo BR Mario Moretti. Sempre alla faccia dei parenti delle vittime, che urlano invano il loro sconcerto perché non accettano le logiche dello Stato, dei suoi sporchi segreti da custodire.

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