Gli alibi perfetti della maternità e il sollievo di non pensare più a sé stessi

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Ho iniziato a pensare alle cose che non riesco più a fare e che invece vorrei, dovrei, potrei. Può uno scoglio arginare il mare? Volere è potere? Si stava meglio senza figli? Esistono risposte oneste a questa domanda? Spesso sui social leggo mamme che chiedono a chi le segue se ci sono cose che non fanno più da quando sono arrivati i figli. Sono dispiaciute? Vivono di rimpianti? Penso sempre che i rimpianti siano poco interessanti, quello che non abbiamo fatto racconta quello che siamo più delle nostre marginali imprese.

In tutta evidenza le risposte sono ipocrite, servono a pulire lo specchio il cui riflesso vogliamo rimandare al mondo: non c’è niente che io non faccia, vado ai concerti, a farmi le mani, a fare gli aperitivi con le amiche e i pazzi siete voi, arredo la stanza tutta per me. Io darei fuoco alla stanza tutta per me. Ho pensato ai miei vent’anni, erano gli anni 2000, arrivando alla conclusione che non li vorrei mai indietro, men che meno avere vent’anni oggi.

Signore mie, sono riuscita a passare attraverso il 2020 e 2021 senza mai guardare una serie tv, il mio unico sforzo è stato leggere due libri di gente ancora viva, guardare un film uscito nell’ultimo anno chiedendo indietro i soldi a me stessa, sono riuscita a non uscire mai con nessuno. «Scusa, ma sono una mamma» è l’alibi perfetto? Sono qui che mi dico «adesso faccio un pezzo generazionale, mi ameranno tutti, mi inviteranno in un talk show o a un TEDx in Molise» e invece rimango da sola con il mio vocabolario ridotto a cercare parole per pensare in grande.

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Si dice che con i figli ci sia bisogno di stare attenti a non annullarsi. Lasciatemi dire che non dover più pensare a sé stessi è un sollievo che arriva fino al dire «ho male all’altro».

Ci sono milioni di madri tagliate fuori dal dibattito corrente che sono ben contente di stare con i figli a casa; stacco, arriva il coro greco che con il ditino alzato dice loro che non possono sentirsi realizzate a casa, che sono vittime del patriarcato, del cambiamento climatico, della maternità intensiva, dei boomer, dei figli, del privilegio, della povertà, dei social, dei pettegolezzi, dei pianeti, delle maledizioni, di David Foster Wallace.

Ecco, David Foster Wallace ha fatto il giro, era accessorio dei miei vent’anni e pure adesso, solo che ne abbiamo quaranta di anni, da fermaporta finalmente qualcuno l’ha preso in mano e se lo è letto, che non basta più «Questa è l’acqua» per darsi un tono. Sono piuttosto certa che oggi Chapman si presenterebbe alla porta con una copia di “Infinite Jest”.

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Abbiamo gli stessi appoggi da vent’anni, e non proviamo mai vergogna. Ho smesso di ascoltare musica perché mi fa pensare a quando ero giovane. Tendo ad ascoltare solo canzoni che conosco, cosa me ne faccio se non posso cantarci su; pensiamo che siano nostre e solo nostre, e Dio solo sa quanto mi dispiace quando altri se le prendono: è appropriazione culturale, è rapina, è sfortuna (l’album, quello su cui continuiamo a piangere la giovinezza).

La mia generazione milanese, quella del «sabato in barca a vela, lunedì al Leonkavallo», quella che squattava in attici di Porta Romana, quella dove l’ambizione femminile si fermava alle Suicide Girls che si sono inventate il conformismo non conforme (più grazioso di body positivity; gira voce che alcune siano finite in frange di estrema destra, chissà se è vero), quella che ai tempi si sdilinquiva ai concerti dei With Love per andare in giro oggi con le magliette di Nico Vascellari che nel frattempo è diventato richiestissimo artista e di famiglia Fendi, quella generazione dove nessuno voleva fare soldi perché erano a posto così, quella dove nessuno voleva cambiare il mondo, ma solo che il mondo non cambiasse loro.

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«Astro nascente di quattro poveri stronzi» ce lo scriveremo tutti sulla lapide o sul fiocco nascita dei nostri figli, andiamo a tirare fuori Niccolò Contessa dalla capanna di Unabomber e che finalmente ci liberi dal male, amen.

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