Gli alleati contro il premier: serve una verifica


Enrico Borghi, esponente del Pd e membro del Copasir, la butta lì con l’aria di chi, avvezzo ai misteri degli 007, sa: «Attenti che Conte potrebbe essere Badoglio e non Cadorna. Se ne sarebbe capace? Lui non so, ma qualcuno che lo consiglia la Storia la conosce bene». Non è una boutade ma il modo per descrivere una strategia attraverso due personaggi simbolo, che hanno pilotato diversamente un insuccesso: Cadorna fu travolto dalla sconfitta di Caporetto; Badoglio, invece, approfittò della disfatta del Paese nella Seconda guerra mondiale per traghettare l’Italia dal fascismo alla Repubblica. E non c’è dubbio che dopo gli errori di sottovalutazione della seconda ondata dell’epidemia, i ritardi, l’impennata dei contagi (ieri toccata quota 25mila in un giorno) e il rischio di un nuovo lockdown che rischia di dare il colpo mortale alla nostra economia, Conte deve gestire la fase complicata del passaggio da una fase politica ad un’altra: la triste verità, infatti, è che se non si trova un modo per unire il Paese, il Paese fallisce e impazzisce. Lo dicono le cifre spietate della guerra al virus e della crisi. E lo testimonia il fastidio sempre più marcato degli esponenti dell’attuale maggioranza verso l’immobilismo del premier. L’interrogativo è uno solo: riuscirà Conte, premier del patto gialloverde e poi dell’alleanza giallorossa, a reinventarsi come fautore dell’unità nazionale?

Per la natura del premier è un compito estremamente complicato, ma Conte, che ha uno spiccato istinto di sopravvivenza, nel contempo ha capito che è l’unica strada che ha a disposizione per non finire male. Tant’è che all’indomani del vertice in cui la sua maggioranza lo ha messo al muro e lo ha costretto a convocare il tavolo della verifica prima degli Stati Generali dei 5 stelle, dopo l’intervento alla Camera sul decreto per gli aiuti alle categorie colpite del lockdown, nel quale il rappresentante del Pd lo ha mezzo maltrattato, il premier ha ricevuto gli esponenti dell’opposizione più dialogante: si è intrattenuto prima con la forzista Polverini e poi con Renato Brunetta. Agli interlocutori è apparso pensoso, pure confuso. «Potrebbe essere lui ha confidato poi Brunetta a cominciare il cammino verso l’unità nazionale. Ma ha bisogno di tempo, più i contagi si innalzeranno e più si farà coraggio».

Appunto, l’unico fattore che può spingere Conte a cambiare spartito è il coraggio della disperazione. E la consapevolezza che se lui non cambia musica il Quirinale potrebbe essere costretto a seguire altre strade: l’ipotesi di un governo diverso, con un premier autorevole, è sempre lì sul tavolo con la fotografia di Mario Draghi. L’ex governatore della Bce è sempre più di casa al Colle: l’altro giorno dal Quirinale lo hanno cercato nello studio del medico che condivide con lo stesso Mattarella e la deputata Michaela Biancofiore. Inutile aggiungere che il premier soffre questo rapporto, come si trova sempre più a disagio in una maggioranza che non governa più, che non ha più fiducia in lui e lo incalza. Al vertice con i capigruppo dell’altra sera è arrivato baldanzoso: «Lasciate fare a me. Ho valutato tutte le ipotesi e meglio di così non si può fare». Poi il presidente «so tutto io» è stato messo in croce dai capigruppo del Pd, Marcucci e Delrio. Poco prima anche la renziana Bellanova gli aveva sparato contro sul decreto: «Non puoi arrivare con un provvedimento dove al posto delle cifre ci sono le X e prendere decisioni con il Dpcm senza darci i documenti del Comitato scientifico che ti hanno portato a quelle decisioni». Risultato, con la coda tra le gambe il premier ha ceduto: «A questo punto acceleriamo il tavolo politico della maggioranza, anche nei prossimi giorni, senza aspettare gli stati generali dei 5 stelle». Anche perché sul versante grillino le cose non vanno meglio per lui: il nuovo capogruppo del Senato, Ettore Licheri, famoso per il suo pragmatismo, risponde soprattutto a Giggino Di Maio.

La verità è che il premier non è mai stato debole come ora. Non è più popolare come un tempo, visto che il Paese non gli perdona di essere arrivato impreparato alla seconda ondata dell’epidemia. Secondo un sondaggio della maga Ghisleri il suo indice di gradimento per la prima volta è sceso sotto il 40%. E l’immagine appannata del suo governo tira giù anche i partiti della maggioranza: scendono Pd e renziani e la Meloni supera i grillini. Come potrebbe essere altrimenti visto che si è rotto il rapporto di fiducia con l’opinione pubblica. La radiografia della Ghisleri sugli ultimi provvedimenti dell’esecutivo è spietata: al 52% degli italiani non piace l’ultimo Dpcm; per il 67% è insufficiente; sugli interventi economici il 58% è convinto che i soldi non arriveranno mai; il 60% li considera palliativi.

Insomma, qualcosa si è rotto. E sarà difficile per Conte e il suo governo rimettere insieme i cocci. «Lui commenta con una punta di sarcasmo il pd Matteo Orfini non può parlar come un prefetto, lui è il premier. Ecco perché avevo chiesto a Zingaretti o a Orlando di entrare nell’esecutivo per dargli una mano. Ecco perché avevo detto che nel governo ci sono ministri inadeguati anche tra i nostri. Nelle emergenze contano gli uomini! Solo che forse è troppo tardi». E pure un altro piddino, Luca Lotti, che non ha mai sparato sul premier, ha dei dubbi che possa guidare una fase complicata che punti all’unità del Paese. «Non ce lo vedo proprio lo liquida non penso che ne abbia le capacità».

Si, perché il compito è improbo. Perché la rottura non riguarda solo il premier e la sua maggioranza, ma addirittura la politica e il Paese. Se Atene piange, Sparta non ride. A Roma ci sono ristoranti che hanno esposto cartelli con la scritta: «I politici non sono graditi». Ieri Salvini è stato contestato nella manifestazione dei ristoratori. Chi è nei guai non vuole slogan, ma risultati anche da chi è all’opposizione. Tant’è che forzisti e leghisti non hanno seguito la Meloni nella protesta davanti a Palazzo Chigi (lei è andata su tutte le furie al punto da far saltare il vertice del centrodestra sulle regionali). Anche tra i leghisti, come tra gli azzurri, c’è chi annusa il pericolo di una frattura sociale e punta a creare un clima unitario, anche se con difficoltà. «Calma e gesso», si raccomanda Giancarlo Giorgetti. Il rischio è alto per tutti. L’Italia vive una spaccatura profonda tra garantiti e non garantiti. Lo vedi nell’atteggiamento sul probabile lockdown: il 30% lo vorrebbe di 2-3 settimane; il 20% di due mesi; il 32% assolutamente no; gli altri sono disorientati. E la demarcazione tra favorevoli e contrari ricalca precisamente le due anime della società: tra i primi ci sono dipendenti, studenti e pensionati; tra i secondi partite Iva, imprenditori e artigiani. Può Conte rimettere insieme un Paese che ha diviso? Un’emergenza drammatica può essere governata con una maggioranza di pochi voti? In molti nutrono dei dubbi. L’altro giorno Nicola Zingaretti ha inviato un sms al suo storico avversario alla Regione Lazio, Storace: «Hai visto Francesco, ho battuto il pugno sul tavolo per costringere Conte ad aprire all’opposizione!».

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