Gli orfani di Draghi, da Di Maio a Brunetta, da Calenda a Renzi

Addio sogni di gloria draghiana. Dopo le parole ruvide pronunciate dal premier ieri in Aula al Senato gli orfani dell’ex numero uno della Bce si leccano le ferite. Spiazzati e spaesati. Oltre che senza bussola. Sì, perché la narrazione dell’agenda Draghi dopo Draghi, che vede tra i capofila il ministro uscente Renato Brunetta, ma anche il leader di Azione Carlo Calenda, ora è difficile da sostenere. Lo si era capito, in realtà, già nel momento in cui il presidente del Consiglio, pur avendo incassato la fiducia sul dl Aiuti, si era precipitato al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Segnale evidente di una totale assenza di volontà di mediare che, poi, è tutto in politica. Del resto, vorrà dire qualcosa se persino un moderato come il senatore Gaetano Quagliariello, a caldo dopo l’intervento del premier in Aula, ai microfoni di La7 ammetteva che nei panni di Draghi avrebbe smussato i toni del discorso. Profetica, insomma, quella barzelletta sul banchiere che non usa il cuore raccontata recentemente dal capo del governo alla stampa estera. E tardiva invece la sua battuta di oggi davanti ai deputati: quel «Certe volte anche il cuore dei banchieri centrali viene usato».

Di Maio ora rischia di rimanere col cerino in mano

E veniamo agli orfani. In prima fila tra chi rischia di rimanere col cerino in mano, c’è Luigi Di Maio che, dopo aver ascoltato il premier seduto al suo fianco a Palazzo Madama, ha parlato di discorso «ineccepibile, concreto, lungimirante» Per poi aggiungere: «Adesso non ci sono più scuse: chi non vota la fiducia al governo volta le spalle agli italiani». Ma i fatti nel volgere delle ore, si sa, hanno preso tutta un’altra piega. E così, tanto per cominciare, l’obiettivo della sua scissione e cioè dare stabilità all’esecutivo, è fallito miseramente. E adesso dalle parti di Insieme per il futuro inizia una fase non facile, in assenza di bussola e tempo per strutturarsi in vista delle prossime elezioni. Non a caso il ministro degli Esteri ha ribadito che l’agenda Draghi deve andare avanti. Chissà poi la delusione in queste ore del sottosegretario uscente alla presidenza del Consiglio, Bruno Tabacci, che ha generosamente voluto cedere il suo simbolo a Ipf al Senato. Ci ha provato di nuovo a mettersi alla testa di operazioni responsabili, dopo i tentativi falliti per agevolare la nascita di un governo Conte ter, ma ancora una volta non gli è andata bene.

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Gli orfani di Draghi, da Di Maio a Brunetta, da Calenda a Renzi
Bruno Tabacci (Getty Images).

Crippa e D’Incà, la scissione congelata

Sempre in area pentastellata, però, merita una menzione – almeno come draghiano last minute – anche il capogruppo M5s alla Camera Davide Crippa, convinto sostenitore del voto di fiducia a Draghi. E che dire di Federico D’Incà? Il ministro per i Rapporti con il Parlamento aveva addirittura tentato la mossa disperata per togliere le castagne dal fuoco al M5s di esplorare la possibilità di evitare il voto di fiducia sul dl Aiuti. Né Crippa e né D’Inca potevano immaginare che sulla testa del Movimento sarebbero invece piovute dichiarazioni come pietre sul reddito di cittadinanza e sul super bonus.

La delusione di Giorgetti e dei governisti della Lega

Nella Lega c’è Giancarlo Giorgetti che sperava in «tempi supplementari». Ma la partita si è chiusa con un triplice fischio inappellabile da parte di Draghi in persona. Il ministro dello Sviluppo economico, è vero, ha abbracciato il presidente del Consiglio dimissionario al termine del suo intervento, ma di sicuro le parole non proprio al miele rivolte all’indirizzo dei leghisti (dalla stoccata su tasse e pensioni alla questione balneari) avranno messo un po’ in imbarazzo anche lui. E tutta l’area moderata del Carroccio, governatori in testa.

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Renato Brunetta (da Fb).

Brunetta sconfortato lascia Forza Italia dopo Gelmini

Tra i cuori afflitti c’è di sicuro quello di Renato Brunetta. Talmente sconfortato da aver deciso di lasciare Forza Italia. D’altronde per il ministro da tempo Draghi era diventato il «presidente», scalzando Silvio Berlusconi. E già questa suonava quasi come una lesa maestà per le liturgie azzurre. Quelle braccia allargate all’indirizzo del premier intercettate dall’Adnkronos ieri, indicavano quasi sicuramente un segno di fastidio rispetto alle scelte del suo partito. L’addio del titolare del dicastero di Palazzo Vidoni arriva dopo quello di Maria Stella Gelmini, anche se per la ministra hanno avuto un certo peso i dissidi con i vertici azzurri filo leghisti, a cominciare dalla senatrice Licia Ronzulli.

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Carlo Calenda leader di Azione (da Fb).

I nuovi centri scricchiolano e il campo largo è archiviato

Certo, adesso il «bipolarismo bastardo», tanto indigesto al ministro per la Pa, è tornato a prendersi la scena. «Perché affannarsi a pensare a nuovi centri, al centrodestra unito, al campo largo… quando è chiaro, documentato, il successo dell’esperienza che stiamo vivendo? Quando esiste già un programma riformista riconosciuto dall’Europa di 5 anni e oltre?», diceva Brunetta il 30 giugno scorso al Corsera. Mai avrebbe pensato che neanche in un mese le sue certezze così granitiche potessero vacillare. Ma Renato non si dà per vinto: «Io non cambio, è Forza Italia che è cambiata». E rilancia: «Mi batterò ora perché la sua cultura, i suoi valori e le sue migliori energie liberali e moderate non vadano perduti e confluiscano in un’unione repubblicana, saldamente ancorata all’euroatlantismo». Intanto, tornando al campo largo, Enrico Letta ha scaricato definitivamente il M5s. «Loro non sanno quello che hanno fatto, chi ha combinato quello che ha combinato, non sa quel che ha fatto», ha sbottato il segretario dem. «Noi e i cittadini italiani ci renderemo conto presto di quali saranno i danni. Ci sono stati errori enormi che hanno fatto tutti loro».

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Matteo Renzi durante il suo intervento in Senato il 20 luglio (Getty Images).

Calenda e Renzi hanno perso la bussola

Il sogno di un Draghi bis dopo il 2023, poi, porta la firma di Calenda che ieri sfoggiava una sudaticcia polo griffata ‘Azione’. Difficile però pensare che il premier, a maggior ragione dopo il secondo schiaffo (il primo fu sulla partita del Quirinale) ricevuto ieri dal Parlamento possa prestarsi. Adesso, dunque, l’ex ministro dello Sviluppo economico potrà solo cercare di cambiare un po’ narrazione e volgerla a un draghismo senza Draghi. In buona compagnia, c’è da dire, perché al centro gli orfani non si contano. E con loro pure gli sconfitti. Uno di questi è Matteo Renzi. Il leader di Italia viva si è sentito a suo agio nei panni di king maker, dote che in molti gli hanno riconosciuto. Insieme alla capacità di fiutare l’aria. Solo che stavolta ha toppato. È probabile che la crisi di governo, anziché azzoppare, riesca a dare nuova linfa al progetto di un terzo polo. Ma il tempo per arrivare a un amalgama, parola cara a Massimo D’Alema, non è molto. E il rischio, come ha appena detto ai microfoni di Skytg24 il capogruppo di Leu alla Camera, Federico Fornaro, che un centro possa trovare spazio solo in Parlamento e sui media e non tra gli elettori, è da mettere in conto…

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