Governo, Conte verso la non fiducia. Ipotesi Draghi come Ciampi nel 1994

Di Battista incalza i 5 Stelle a opporsi a Draghi

Il Movimento 5 Stelle, secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it, si starebbe orientando a non votare la fiducia al premier Mario Draghi al Senato. E a Palazzo Madama non c’è, come alla Camera, l’ipotesi scissione. Al massimo su 61 senatori potrebbe uscire votando a favore del premier in 2 o 3. A non piacere ai 5 Stelle sono stati molti punti del discorso del presidente del Consiglio, ma soprattutto questo passaggio: “Dobbiamo completare l’installazione del rigassificatore di Piombino entro la prossima primavera, è una questione di sicurezza nazionale. Non è possibile volere la sicurezza energetica e allo stesso tempo protestare contro queste infrastrutture”. Intanto si parla di un ritorno – smentito dalla Lega – dell’asse Salvini-Conte.

DI BATTISTA SPRONA I 5 STELLE A OPPORSI A DRAGHI – “Ricapitoliamo le dichiarazioni del Messia. Il reddito di cittadinanza verrà modificato come dico io e soltanto io. Sempre più armi in Ucraina perché per la Nato conta più della Costituzione. Salario minimo ok ma seguendo gli ordini europei e lavorando a braccetto con i sindacati che non vogliono minimamente perdere parte del potere che ancora gli resta. Sì ai rigassificatori perché dobbiamo comprare sempre più gas Usa (costa di più ed è più inquinante ma tanto mica lo paga lui). Superbonus? Come direbbe Mimmo in Bianco Rosso e Verdone ‘Nonna, nonna m’hanno fatto un buono. Che vor dì, vor dì che…?’ (Lascio a voi la risposta). E dopo tutto questo c’è davvero qualcuno con il fegato di votargli la fiducia?”. Lo chiede, con un post su Facebook, l’ex deputato M5S Alessandro Di Battista.

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L’ipotesi che circola, in caso di mancata fiducia a Draghi da parte di M5S e di una buona fetta del Centrodestra di governo (Lega in testa), è che il premier ottenga comunque la fiducia al Senato (chi si oppone uscirebbe dall’Aula) per poi dimettersi al Quirinale. Il Presidente Mattarella a quel punto, dopo un breve giro di consultazione con i partiti, scioglierebbe le Camere lasciando però Draghi – non sfiduciato da uno dei rami del Parlamento – nella pienezza delle sue funzioni (potendo quindi fare anche decreti in caso di emergenza). Un precedente c’è. Nel 1994 il presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, dopo il dibattito si presenta dimissionario e il 16 gennaio il Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, respinge le dimissioni e, “sentiti i presidenti delle due Assemblee, ai sensi dell’articolo 88 della Costituzione”, firma “il decreto di scioglimento della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, controfirmato dal presidente del Consiglio dei Ministri”. In sostanza, si tratta di un’escamotage per permettere a Draghi di restare in carica fino alle evetuali elezioni non da premier dimezzato.

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