Gratteri e la resistenza contro Draghi e Cartabia perché teme la valutazione sulle sue inchieste flop

Dal “resistere resistere” del Procuratore Saverio Borrelli contro Berlusconi, alla “Nuova Resistenza” di Nicola Gratteri contro Draghi e il ministro Cartabia. Dobbiamo temere che il Procuratore di Catanzaro voglia andare in montagna, visto che nell’intervista a Marco Travaglio fa riferimento esplicito al fatto che “quasi 80 anni fa, per conquistare la nostra democrazia, hanno perso la vita migliaia di donne e uomini”? Forse non è questa l’intenzione, ma le alternative paiono alquanto preoccupanti, se provengono da uomini in toga o in divisa. Anche perché il nuovo partigiano afferma con sicurezza che “Ogni stagione ha la sua resistenza”.

Chissà a quale forma di conquista di democrazia adatta ai nostri tempi sta pensando il Procuratore. Non a quella parlamentare, evidentemente, dal momento che la sua nuova lotta partigiana parte da una forte critica rispetto alla riforma del ministro Cartabia (che nel frattempo ieri è stata approvata al Senato), rispetto alla quale dice che “non dobbiamo abbassare la guardia”. Ma neppure attraverso il passaggio dalle urne, visto che il referendum ormai è andato secondo le sue aspettative e non ci sono scadenze elettorali immediate. Una cosa però è certa, che la nuova lotta partigiana dovrà passare prima di tutto attraverso una forte presa di distanza da questo governo. Nicola Gratteri già in precedenti interviste aveva definito Mario Draghi come un esperto di economia ma inadeguato su tutto il resto. Ieri ha precisato meglio, lamentando il fatto che “i media hanno diffuso un’aura di intoccabilità attorno a questo governo, che invece – almeno sulla giustizia – non funziona”. Voce dal sen di Travaglio fuggita. Che cosa sarà mai della morbida riforma Cartabia a far imbufalire, e soprattutto preoccupare il prestigioso magistrato? La valutazione anche da parte degli avvocati sulla carriere e sulla professionalità dei magistrati.

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Un bel punto dolente, per il procuratore di Catanzaro. Potrebbe capitare che qualcuno di buona memoria o con un buon archivio andasse a rispolverare tutte le cantonate di una lunga storia. Quella iniziata da quel mattino del 12 novembre 2003 a Platì, quando l’intero paesino della Locride fu svegliato da centinaia di uomini in divisa i quali in diretta televisiva perquisirono, frugarono e poi arrestarono 150 persone, tra cui due sindaci, dodici ex assessori e poi segretari comunali e tecnici. La storia ci testimonia come finì. Nessuno fu condannato per mafia, e solo 8 su 150 risultò responsabile di reati di piccola entità. Ma un grande risultato politico, con un’intera classe dirigente distrutta e la fama di un paese di essere capofila della mafia, una reputazione negativa che resterà attaccata a un Comune in cui nessuno si vuol più nemmeno candidare alle elezioni amministrative.

Se quello di Platì fu l’esordio, l’elenco delle inchieste-bolla di sapone è lungo, e termina con quella clamorosa nei confronti del Presidente del Consiglio regionale della Calabria, Mimmo Tallini. Mandato agli arresti come amico dei mafiosi il 19 novembre del 2020, assolto perché “il fatto non sussiste” il 18 febbraio 2022. Una di quelle storie che si ripetono, con la manette (in questo caso i domiciliari) che conquistano le prime pagine, con il Fatto scatenato nell’apertura del giornale, e il Presidente del consiglio regionale qualificato come “facilitatore politico amministratore della ‘ndrangheta”. E Nicola Morra, Presidente della commissione bicamerale antimafia che lo qualifica subito come “impresentabile”. È il solito discorso sul terzo livello, quello in cui non credeva Giovanni Falcone. È la storia di Giancarlo Pittelli, privato della libertà da due anni e mezzo e che tra poco rischia di passare dai domiciliari al carcere (e sarebbe un vero scandalo, considerati anche la sua età e le condizioni di salute).

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È stata la storia di Tallini, una vita politica distrutta. Tutti “mafiosi”, come l’ex vicepresidente della Provincia di Catanzaro Giampaolo Bevilacqua, assolto nello stesso giorno di Tallini, come l’ingegnere Ottavio Rizzuto, funzionario del Comune di Cutro, cui quelle accuse di abuso d’ufficio e concorso esterno in associazione mafiosa spezzarono per sempre il cuore, insieme all’assoluzione, nel settembre di un anno fa. E tralasciamo la buffonata politica dell’informazione di garanzia a Lorenzo Cesa.

Per tutto questo e altro noi la capiamo, dottor Gratteri. Fosse mai che qualcuno come un avvocato, fuori dalla protezione della sua casta, quella con la toga “giusta” dei magistrati, vada a mettere il naso nel suo curriculum processuale. Chissà se non è già capitato al Csm, quando le è stato preferito il collega Melillo per il ruolo di Procuratore nazionale antimafia. Lei è molto bravo a difendere con le unghie e con i denti il suo ruolo, e il suo potere. E arriva fino al punto – e torniamo al concetto di “resistenza” – di fare un appello alla mobilitazione. Di chi? “In Italia – dice ci sono ancora tante personalità di grande levatura morale: facciano sentire la loro voce”. Il problema è: in montagna o nelle istituzioni democratiche?

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