Gratton, il mito viola massacrato di botte. Ma i killer non sono mai stati trovati

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Firenze, 7 settembre 2021 – Della Fiorentina di Bernardini, che nel 1956 si aggiudicò lo scudetto, Guido Gratton non era soltanto una nota intonata di una formazione che viene snocciolata come un rosario. Di quell’Ave Maria del pallone composta dal funambolico Julinho, dal genio di Montuori, dalla grinta di Prini, Gratton era l’ingranaggio che faceva funzionare alla perfezione quello strano meccanismo chiamato calcio.

Inevitabile, che un brutto giorno d’inverno del 1996, a dire addio a Gratton, nella chiesa di Santa Croce, ci fossero più di cinquemila persone. Ex compagni del primo tricolore della storia viola, tanti amici, molti fiorentini che per lui e gli altri dieci di quella Fiorentina provavano un’adorazione mistica. Se ne andò troppo presto, il centrocampista di Monfalcone: aveva appena compiuto 64 anni e, lontano dal rettangolo verde, si guadagnava da vivere insegnando il tennis.

Ma come spesso capita ai grandi, c’è un alone di mistero intorno alla morte di Gratton. Non si sa chi lo massacrò di botte, in un’aggressione in piena notte nel circolo che l’ex calciatore viola gestiva a Bagno a Ripoli. La malasorte, poi, ha completato l’opera: la sedia e la racchetta che furono usate contro Gratton che tentava di ribellarsi ai malviventi – probabilmente in un tentativo di rapina finito male -, non esistono più: sono state gettata via per il poco acume di un giudice che ha preferito far posto nei magazzini dei corpi di reato piuttosto che lasciare spazio a una possibilità, anche la più remota, che a un eventuale dna dell’assassino presente su l’”arma” del delitto potesse essere associato un nome.

Perché tutte le altre indagini, all’epoca, si erano impantanate. Gli inquirenti, come si dice in questi casi, non avevano tralasciato nulla, scandagliando a 360 gradi la vita dell’ex calciatore. Un’esistenza modesta, quella di Gratton, figlio del Friuli degli anni 30 e di un calcio epico ma non certo opulento come quello dei giorni nostri.

Arrivato nella Fiorentina del presidente Guido Befani dopo un’ottima esperienza nel Como, Gratton trovò un perfetto adattamento nel WM di Bernardini, tramutando anche la sua indole offensiva in sacrificio di centrocampo. Con 34 presenze, fu uno dei maggiori protagonisti di quella spettacolare galoppata che consegnò a Firenze lo scudetto con ben quattro giornate di anticipo. Persero soltanto una partita, l’ultima contro il Genoa. Quel giorno, Gratton marcò una delle sue tre reti della mitica stagione. Con la maglia viola giocherà anche la Coppa dei Campioni e con quella della Nazionale Italiana le qualificazioni ai Mondiali del 1958. Ha vestito anche la maglia dell’Inter, del Napoli e della Lazio. Fu anche allenatore, ma per poco, prima di chiudere definitivamente con il mondo del calcio.

Dalle parti di Candeli, da qualche anno aveva trovato la sua nuova vita. Dei campetti da gestire con l’affitto, lezioni private agli appassionati che tra un rovescio e una volée non disdegnavano di ascoltare i racconti dell’amato campione d’Italia del ‘56. Nella “club house” del circolo, Gratton aveva ricavato anche un appartamentino. Quella notte, era il 18 novembre del 1996, si svegliò o fu svegliato dai ladri. Innescando la loro violenta reazione. Forse cercavano soldi, forse si erano resi conto che lì non c’erano. Gratton rimase tramortito a terra, cercò di trascinarsi al telefono per chiedere aiuto, ma non ci arrivò. Fu trovato moribondo e soccorso soltanto molte ore dopo. Il 26 novembre, in ospedale, morirà senza aver potuto neanche descrivere chi lo aveva aggredito.

Gli investigatori, di primo acchito, ipotizzarono che qualcuno potesse avercela con lui, vista la tanta violenza usata. Ma dalla vita dell’ex calciatore non spuntarono macchie. L’ipotesi più plausibile, ancora oggi, è che Gratton sia rimasto vittima della furia gratuita delle ondate criminali che in quegli anni erano giunte dall’est Europa. Poche ore prima, nella zona c’era stato un altro tentativo di furto. Allora, non fu data grande importanza alla genetica. Oggi, con i progressi della scienza e con una banca dati del dna in continuo aggiornamento, eventuali tracce biologiche sugli oggetti utilizzati per uccidere Gratton, avrebbero potuto fornire anche solo la “targa” dell’assassino. Invece, quei reperti non esistono più. E non da ora: il procuratore aggiunto Luca Turco ha scoperto che nel 2007, dopo l’archiviazione del caso, era stato dato l’ordine anche di buttare via la seggiola e la racchetta. E, nello stesso sacco dell’immondizia, è finita anche la speranza di scoprire chi ammazzò il campione dello scudetto del ‘56.

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