Hamburger vegetali, il caso Francia: il governo vieta per legge i riferimenti alla carne, ma il Consiglio di stato blocca il provvedimento

Il 29 giugno, un decreto pubblicato sul Giornale Ufficiale della Repubblica francese e fortemente voluto dall’industria della carne stabiliva che, a partire dal 1 ottobre 2022, in Francia, i prodotti a base di proteine vegetali non si sarebbero più potuti chiamare con nomi che rimandano a prodotti della macellazione o della pesca come “hamburger”, “nuggets” o “salsicce”. Un’associazione di imprese specializzate nell’alimentazione vegetale ne ha però richiesto la sospensione e il Consiglio di Stato si è pronunciato mercoledì in loro favore.

Fino a pochi giorni fa, la Francia si apprestava a diventare il primo paese in Europa a vietare il termine “hamburger vegetale”. Un decreto annuncia infatti che “non sarà possibile utilizzare la terminologia propria dei settori tradizionalmente associati alla carne e al pesce per designare i prodotti che non appartengono al regno animale”. Atteso “da diversi anni”, il decreto costituisce “una tappa essenziale in favore della trasparenza dell’informazione per il consumatore ma anche della preservazione dei nostri prodotti e competenze”, sottolineava a fine giugno, in un comunicato, Jean-François Guihard, presidente di Interbev, l’Associazione nazionale interprofessionale del Bestiame e delle Carni.

Il testo avrebbe reso effettiva l’applicazione dell’articolo 5 di una legge risalente al 10 giugno 2020, relativa alla trasparenza dell’informazione sui prodotti agricoli e alimentari. Ma il divieto non ha lasciato indifferenti associazioni e imprese del vegetale. L’associazione Protéines France, che riunisce diversi attori che lavorano con le proteine vegetali, ha infatti introdotto un “référé-suspension” sul decreto, ossia una procedura d’urgenza per chiederne la sospensione. Una prima risposta è arrivata mercoledì, quando il Consiglio di Stato, la più alta giurisdizione amministrativa francese, si è pronunciato accogliendo la loro richiesta. Per il momento, il decreto è solo stato sospeso, e il Consiglio dovrà pronunciarsi nei prossimi mesi sul merito della questione. “È una prima tappa positiva, ma vedremo cosa succederà in seguito”, afferma Christophe Rupp-Dahlem, presidente di Protéines France, per il quale “quando un termine indica semplicemente una forma, come ad esempio ‘salsiccia’, e non è legato a un’origine animale, dovrebbe poter essere utilizzato anche per prodotti vegetali”. Dal canto loro, diversi rappresentanti dell’industria della carne, come la Federazione Nazionale Bovina, si sono detti “sbalorditi” e denunciano una “provocazione alle filiere dell’allevamento”.

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“Un attacco alle imprese francesi”
“Si tratta di una legge voluta esclusivamente dall’industria della carne. Neanche le associazioni dei consumatori hanno mai rilevato problemi nelle denominazioni ‘hamburger’ o ‘salsiccia vegetale’”, dichiara Florimond Peureux, presidente dell’Osservatorio nazionale dell’alimentazione vegetale (ONAV) che si occupa di informare i professionisti della salute e della politica sugli effetti dell’alimentazione vegetale sulla salute. A fine 2020, l’ONAV, insieme ad altri rappresentanti dell’industria vegetale e di quella della carne, era stato consultato dalla Direzione generale della Concorrenza, della Consumazione e della Repressione delle frodi (DGCCRF) sul contenuto del futuro decreto. Risultato: “100% delle domande dell’industria della carne sono state soddisfatte. Mentre l’insieme delle domande formulate dall’industria vegetale sono state cancellate con un colpo di spugna”, accusa Peureux, per il quale denominazioni come “hamburger” o anche “carpaccio vegetale” sono ormai entrate nel linguaggio comune e non rappresentano un inganno per il consumatore, bensì un’agevolazione a trovare e preparare i prodotti.

Se l’approvazione del decreto rappresenterebbe una vittoria per le lobby della carne, in un contesto in cui il commercio delle alternative vegetali continua a svilupparsi (27% di crescita delle vendite negli Stati Uniti e in Europa nel 2020, secondo uno studio Xerfi), la sua applicazione sarebbe in realtà piuttosto limitata. Secondo il testo, infatti, i prodotti “legalmente fabbricati o commercializzati in un altro Stato membro dell’Unione europea o in Turchia, o legalmente fabbricati in un altro Stato che faccia parte dell’accordo sullo Spazio economico europeo” non sono sottoposti al decreto. In Ue, quindi, solo le industrie che producono in Francia sarebbero obbligate a modificare i nomi dei loro prodotti. Un nonsense per il presidente dell’ONAV, dato che il divieto rivela un chiaro “tentativo di uccidere l’innovazione vegetale in Francia” e di sferrare “un attacco economico alle imprese francesi del vegetale”. In breve, “un grande sforzo per nuocere a pochi” se si considera che i prodotti vegetali di origine francese rappresentano una minoranza sugli scaffali dei negozi rispetto a quelli prodotti all’estero. Se il decreto dovesse davvero essere applicato, le marche francesi dovranno adattarsi o decidere di delocalizzare la propria produzione all’estero. Ciò rappresenterebbe un duro colpo per la filiera francese e dimostrerebbe che “la promozione di un’alimentazione migliore per l’ambiente e per la salute dei cittadini non viene difesa dal governo francese, bensì dall’Europa”, osserva con amarezza Peureux.

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Un “effetto a catena” in Europa?
Nell’ottobre del 2020, l’Unione europea si era già espressa sulla questione con un voto del Parlamento contrario al divieto di usare le denominazioni tipiche dei prodotti animali per le alternative vegetali, sebbene nel 2017 avesse vietato quelle relative ai latticini. Tuttavia, le industrie francesi della carne non sembrano volersi fermare ai confini nazionali. I professionisti del settore hanno già chiesto al governo francese di fare di più, portando il tema a Bruxelles per allargare il perimetro di applicazione del decreto a tutti i prodotti, indipendentemente dalla loro origine. Per l’Interprofessione nazionale porcina (INAPORC), ad esempio, questo decreto sarebbe solo una “prima tappa nella protezione delle denominazioni tradizionali delle ricette a base di carne” in Francia ed è arrivato il momento di “allargare questa misura a livello europeo”.

Una vera minaccia per alcuni, come spiega Laurent Gubbels, portavoce di Heura Foods, una start-up di carne vegetale nata a Barcellona ed oggi presente in Europa e nel mondo. “Anche se non saremmo colpiti direttamente dato che produciamo in Spagna, per noi questo decreto è una cattiva notizia perché ostacolerebbe il mercato del vegetale. Inoltre temiamo che la decisione francese provochi un effetto a catena e che le lobby della carne in altri Paesi facciano pressione per introdurre leggi simili”, avverte Gubbels facendo notare che la start-up è già coinvolta in un processo in Spagna perché accusata dall’industria della carne di aver utilizzato proprio la parola “carne” in una campagna pubblicitaria per un hamburger vegetale.

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Negli ultimi mesi, anche il Sudafrica e la Turchia hanno introdotto restrizioni sulle denominazioni ma anche sull’aspetto delle alternative vegetali, come il “formaggio vegano”, per evitare che imitino i prodotti animali. Il Belgio, invece, potrebbe presto vietare denominazioni come “carne tritata vegetale” e “pezzi di pollo a base vegetale”. “Abbiamo notato che si sta creando una sorta di movimento internazionale contro queste denominazioni”, osserva Ronja Berthold, policy manager della European Vegetarian Union che raggruppa circa 40 società e associazioni vegane e vegetariane e milita per un’alimentazione più vegetale in Europa. “Abbiamo bisogno di norme europee uniformi e l’Unione dovrebbe provare a influenzare o addirittura fermare queste tendenze a livello nazionale”, afferma. Per Florimond Peureux non è il caso di preoccuparsi troppo: “Negli altri Paesi spesso i governi considerano l’alimentazione vegetale più sana e sostenibile e ne sostengono l’industria. Per esempio, in Portogallo esiste già un’opzione vegetariana nelle mense, mentre in Francia è impensabile. Anche in Italia, dove l’industria della carne è molto potente, alcune marche decidono di testare qui le loro gamme di prodotti vegetali prima di distribuirle in Europa, perché il Paese è piuttosto favorevole a questo tipo di nuovi prodotti”, conclude.

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