I D’Innocenzo a Venezia, con America Latina un ‘viaggio al termine di un uomo’

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I fantasmi che abbiamo dentro, il nostro personale nightmare e l’amore che cerchiamo sempre: i gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, al terzo film dopo La terra dell’abbastanza e Favolacce, portano in concorso a Venezia, ed è la loro prima volta, America Latina ma «più che di aspettative siamo carichi di paure, come un altro nuovo esordio, ci sentiamo due ladri che hanno scassato il database di Barbera per essere qui. Noi cerchiamo di comunicare con il cinema, speriamo di riuscirci ma intanto proseguiamo come il personaggio di America Latina nella ricerca della sincerità».

L’attesa è innegabile, sono due giovani talenti, appena 33 anni, appassionati di cinema e fuori dai “giri”, così personaggi da essere amati dalla moda (e da Alessandro Michele di Gucci), fanno storie «restando scomodi, prima di tutto a noi stessi». Bulimici, indaffarati dichiarati hanno sempre un nuovo progetto, «questa volta è una serie tv, Dostojevski, ma con lo scrittore non c’entra niente, stiamo scrivendo» (per Sky ndr).

È da spiegare anche il titolo del film (prodotto da Lorenzo Mieli per The Apartment, società del gruppo Fremantle, Vision Distribution e Le Pacte uscirà il 25 novembre con Vision): «America Latina è un luogo immaginario, un contrasto tra America che è il sogno, l’ideale, come vogliamo apparire e Latina, un terra che rappresenta la nostra palude», dice Elio Germano, il protagonista del film, come già era in Favolacce.

Della storia si può dire poco: Germano è Massimo Sisti titolare di uno studio dentistico a Latina, gentile, educato, con una moglie e due figlie, vive per loro, si commuove in salotto a vedere la bellezza della sua famiglia. Poi c’è un sotto, uno scantinato, qualcosa che non deve trapelare. «Massimo è in crisi, una modalità di vita che riguarda tutti quando ci rendiamo conto che siamo diversi rispetto al ruolo da rappresentare. Un ruolo maschile che deve essere sempre un modello vincente per la società, bisogna essere performanti e in questo senso chi non ci riesce si allontana.

I volumi di questa storia sono alti, estremi, ma possiamo ritrovarci un po’ tutti in questo contrasto, un bipolarismo tra la nostra fragilità, sensibilità, e quello che ci viene richiesto dalla società. Massimo fa un viaggio dentro se stesso, nel suo abisso, nella sua palude, nell’orrore nascosto sotto al tappeto volendo che non trapeli, per ritrovare la sincerità nell’estremo dolore e proprio per questo è una storia d’amore seppure appare altro».

America Latina sfugge i generi «ne contiene tanti, seppure viene definito thiller aggiungiamoci almeno psicologico noi – aggiunge – amiamo i generi e le loro regole le conosciamo tutte per poi aggirarle. In campo ci sono emozioni fondamentali e il primordiale che è in noi, per difenderci dal dolore spesso non le tiriamo fuori ma pur senza esibizioni qui ci sono sentimenti forti. Citando Celine, questo è viaggio al termine di un uomo»,

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