I dubbi dei giovani sul futuro della politica, dalle parole di un giovane democratico

di Lucio Mancino*

Molte volte mi sono posto la domanda del perché i cittadini non votassero più per la sinistra democratica: sono parte della generazione Y o come viene definita giornalisticamente Millennial, eppure cerco di percorrere e comprendere come mai una politica che fonda i suoi principi sull’uguaglianza e sulla giustizia sociale non abbia più seguito. La risposta all’interrogativo sembra banale ma non scontata. Per anni i cittadini hanno assistito a continue promesse di cambiamento, senza pensare però cosa cambiare e soprattutto cambiare per andare dove. I cittadini non vivono di slogan, e non certo potevano votare un partito che si era allontanato da loro, dai loro bisogni, dalle loro necessità.

Per me la sinistra significa tante cose, significa soprattutto uguaglianza, ma bisogno fare un passo in avanti, bisogna capire come si aiutano i più deboli e come si riduce la forbice della disuguaglianza. Lo si fa con coraggio, chiedendo a chi ha di più di aiutare chi ha di meno, perché se la forbice tra ricchi e poveri si è allargata significa che il sistema fiscale non funziona, se i servizi pubblici non sono efficienti ne consegue che questa forbice sia destinata ad allargarsi ancora di più.

Perché un giovane, soprattutto del Sud, che vuole proseguire gli studi ma dall’altra parte vive in una famiglia dove uno dei genitori non lavora e l’altro è in cassa integrazione o è un precario, non potrà mai scegliere di andare all’università ma dovrà per forza rimboccarsi le maniche e trovare un lavoro per aiutare la famiglia; e quando questo accade, e accade, è la sconfitta di tutti, perché significa che i cittadini non hanno pari dignità sociale e soprattutto perché lo Stato non è in grado di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, come recita l’art. 3 della Costituzione. La sinistra ha il compito difficile di rimuovere questi ostacoli, ma in questi anni ha abdicato a questo ruolo, ha perso le sue radici, non ha fatto più le sue battaglie e spesso si è accontentata di far parte semplicemente del governo.

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Bisogna essere schietti, il senso di responsabilità che ad esempio ha avuto il più grande partito di centro sinistra, il Partito democratico, nel restare al governo non viene compreso dalle persone. Perché se non vogliamo abbandonare il senso di responsabilità, che ha delle sue motivazioni, bisogna porsi il quesito del perché abbiamo abbandonato quei valori per i quali la gente si sentiva protetta e si sentiva parte di una Comunità che li rappresentava.

Cosa bisogna fare? Il Pnrr è uno strumento che offre tante opportunità, anche sulla gestione e l’erogazione dei servizi pubblici locali. Il personale nella Pa ha un’età media di 50 anni e con questi presupposti è stata lentamente avviata una politica di digitalizzazione della pubblica amministrazione, senza pensare che le assunzioni di nuovi specializzati anche nei piccoli comuni sono fondamentali. Va sfatato anche il mito del posto fisso, dove si pensa – soprattutto nelle piccole comunità – che si svolga un semplice ruolo di scrivania. Scriveva Antonio Gramsci che: “molti concepiscono la pubblica amministrazione non come il più delicato, forse, e importante organo della vita sociale, ma come un rifugio per i senza energia che non riuscirebbero nella lotta per la vita a guadagnarsi un tozzo di pane e un giaciglio pulito e coperto”.

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Ma se invece pensiamo di assumere nuove competenze nelle Pa, non facciamo una semplice campagna di assunzioni, non facciamo soltanto una semplice manovra di
lotta alla disoccupazione. Assumere nella pubblica amministrazione significa innanzitutto rendere i servizi pubblici più efficienti, significa attuare realmente il processo di digitalizzazione e migliorare i criteri di efficienza, efficacia ed economicità. Negli anni abbiamo spesso e giustamente premiato il merito, dando risalto alle giovani eccellenze del Paese, ma agli ultimi chi ci pensa, ai neet (persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione) chi ci pensa? A loro quale stimolo può offrire questo Paese per dargli una dignità che la Costituzione gli riserva?

Il reddito di cittadinanza è una misura utile a bloccare l’emorragia, ma non a risolvere il problema. Qui deve intervenire il terzo settore, la formazione, dare spazio ai desideri e alle passioni degli ultimi. L’Italia deve essere all’altezza di soddisfare due esigenze importanti e farle interagire tra di loro: premiare il merito e attraverso il merito aiutare chi è più debole. Queste sono solo alcune delle tante sfide da affrontare, compreso il cambiamento climatico, una più equa riforma del fisco, una giustizia efficiente, una sburocratizzazione che attragga gli investimenti, lottare per annientare il lavoro nero che al Sud dilaga.

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Ma la più grande responsabilità delle classi dirigenti e dei partiti della sinistra democratica che si sono succeduti negli ultimi anni, compresi i commissariamenti tecnici – Dini, Ciampi, Monti, Draghi – rimarrà quella di non aver preparato i giovani alla vita politica, creando di fatto una subalternità ai tecnicismi di maniera eliminando, così, la supremazia della politica. Questo errore clamoroso si è riscontrato nei fatti che hanno condannato la nazione all’indifferenza e al rifiuto di ogni partecipazione di massa alla vita politica.

*Ex consigliere comunale di Giffoni Valle Piana (Salerno)

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