I finali edulcorati delle favole alla Walt Disney

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È innegabile che Walt Disney abbia influenzato il nostro modo di narrare e ascoltare storie. L’impero che questo visionario di Chicago ha fondato sul motto “Se puoi sognarlo, puoi farlo” ci ha, in una certa misura, educato a essere un pubblico preparato a un certo tipo di personaggi e di evoluzione della storia che si chiude sulla speranza di un futuro tutto da scrivere.

Al di là delle problematiche che questo tipo di narrazione può generare, una volta diventata un modello indiscusso, è interessante capire come si è conquistata lo status di standard. I grandi classici disneyani, quelli invecchiati troppo presto e quelli meno, hanno creato difatti un nuovo canone favolistico. Meglio, hanno sovrascritto il canone, reinterpretando un ricco repertorio di favole popolari europee e non solo.

Walt Disney: una politica family-friendly

Il 5 dicembre cade l’anniversario della nascita dell’imprenditore e artista Walt Disney. Oggi, quindi, scorriamo alcuni dei classici di maggior successo dell’animazione disneyana, guardando a come la politica family-friendly della Disney abbia voluto/dovuto rimaneggiare la tradizione popolare.

Niente dettagli violenti, truci e truculenti, anche se riguardano i cattivissimi villain delle favole. Nessun finale strappalacrime che non conceda un lieto fine al o alla protagonista della favola. E questo perché l’obiettivo dei prodotti di casa Disney è di rivolgersi a tutta la famiglia, a tutte le età, proponendo immagini, storie e linguaggi adatti ai più piccini.

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Tuttavia, come diceva lo stesso Walt a Dereck Hart nel 1959ci si deve rivolgere agli adulti… i bambini non hanno soldi!”. La forza delle produzioni Disney infatti, non è solo quella di creare storie per bambine e bambini. Tutt’altro. Quel mondo ha il merito, o il demerito (non si entrerà, mi si perdoni il gioco di parole, nel merito) di proporre una dimensione che soddisfa il nostro bisogno di storie “zuccherine”, leggere, allegre, piene di numeri musicali e che abbiamo la certezza che finiranno nel migliore dei modi possibili.

I finali edulcorati dal canone disneyano

L’impatto dei cartoni targati Disney sull’immaginario collettivo è talmente ampio e pervasivo che in gran parte dei casi la versione cinematografica ha sostituito quella originale della favola, con i suoi dettagli più crudi e sanguinolenti da romanticismo ottocentesco. Focalizzandoci esclusivamente sulla riscrittura dei finali, ci sono un paio d’esempi particolarmente eloquenti.

La favola originale di “Biancaneve”, come immortalata dalle ricerche dei fratelli Grimm, prevede una tragica fine per l’invidiosa matrigna. Quando si presenta al matrimonio della giovane con il principe (che in questa versione tra l’altro non salva la fanciulla inerme), viene costretta ad indossare delle pantofole di ferro roventi e a danzare fino alla morte. Siamo molto lontani dalla morte casuale della strega disneyana.

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Cinquantesimo classico Disney, anche “Rapunzel” si basa su una favola trascritta dai Grimm. Anche qui però, alcuni dettagli violenti del finale vengono rimossi. La strega Gothel, dopo aver scoperto delle visite del principe, esilia Raperonzolo in un deserto e convince il principe che non la vedrà più. Il principe disperato si getta dalla torre e cade su un rovo di spine che finiscono per renderlo cieco. Niente paura però! C’è comunque un lieto fine: dopo anni di peregrinazioni, i due si ritrovano nel deserto e le lacrime di Raperonzolo ridonano la vista al principe.

L’ultimo esempio che citiamo è il noto caso de “La Sirenetta”, film tratto dalla favola di Andersen, alla quale la trasposizione Disney sottrae un po’ della sua tragica poesia. La sirenetta dello scrittore danese infatti finisce con il cuore spezzato. Il suo amato principe sposa un’altra donna e lei deve scegliere tra ucciderlo e tornare sirena, in mezzo alle sue sorelle, e morire lei stessa, tramutandosi in spuma di mare. La giovane sceglie la seconda via e si getta tra le onde, privandoci di un lieto fine che avrebbe dato un senso ai suoi innumerevoli sacrifici.

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Ma per questo, com’è ormai noto, c’è la Disney.

Debora Troiani

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