I giovani non sono pigri ma costretti a convivere con l’incertezza

È agosto inoltrato, la città si svuota e il cielo a volte si rannuvola, brontola e pare debba scaricare tutta la pioggia del creato. Poi cambia idea e sputa appena due gocce, con sdegno. Se da qualche parte nelle aree limitrofe l’acqua è scesa più copiosa allora in lontananza si vedono pallidi accenni di arcobaleno. La siccità è innegabile ovunque ma dopo due mesi di temperature che rendevano l’estate simile a una malattia, a Roma l’aria si è un po’ rinfrescata. Quando ci sediamo al tavolino di uno dei pochi bar non ancora in ferie, l’idea è che si tratti di un normale aperitivo di decompressione. Però sto scrivendo un pezzo sul lavoro, e quando scrivi un pezzo sul lavoro finisce che qualcuno ha sempre qualcosa da raccontare.

Università della vita

Lapresse

Anastasia e Patrizia, per esempio, hanno 32 e 35 anni, sono ricercatrici e mi raccontano dei loro compensi per docenze a contratto: 1.100 euro lordi (poco più di 900 netti), per il corso di 36 ore tenuto da Patrizia presso un’università del centro-sud; 3.000 euro lordi (ovvero 1.890 netti), per il corso di 60 ore frontali tenuto da Anastasia presso un’università del nord.

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Questo è il presente, nel passato ci sono state le fasi di passaggio tra laurea magistrale e dottorato, e poi tra dottorato e post-dottorato. In quelle terre di mezzo non coperte da borse entrambe si sono attrezzate con i migliori mezzi messi a disposizione della loro generazione e di quelle a seguire: i lavoretti.

Anastasia racconta: «Quando ancora vivevo in Veneto lavoravo per un’associazione che si occupava di minori stranieri non accompagnati e minori passati per misure cautelari dopo reati penali. Io ero inquadrata come volontaria, in realtà stavo da sola con i minori come se fossi stata una responsabile e mi pagavano totalmente in nero. Proprio dandomi una busta con i soldi dentro. Gestivo ragazzini tra i 15 e i 17 anni, li mandavo a scuola, li tenevo sott’occhio, preparavamo il pranzo insieme. Più volte è passata la polizia per portare notifiche e comunicazioni dal tribunale, in quelle occasioni ho sempre dato il mio nome e cognome senza nessun problema. Mi chiedevano se ero l’assistente sociale e io rispondevo di no, dicevo che ero una volontaria. Nessuno ha mai chiesto se potessi o meno stare là da sola». 

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Patrizia interviene: «In quel periodo io però ricordo, perché vivevamo insieme, che eri anche particolarmente stanca perché non ti fermavi mai. Mi ricordava i periodi di pre e post dottorato in cui facevo la guardiasala, consegnavo audioguide, lavoravo in negozi di souvenir, facevo la cameriera in nero e pulizie in un b&b…».

«Sì», prosegue Anastasia, «per quattro mattine a settimana facevo turni da sei ore con i minori, poi dalle 17 alle 20 lavoravo in biblioteca dove avevo un piccolo contratto regolare tramite cooperativa. Avevo scelto quel turno serale perché così, nelle ore di mezzo, potevo cercare di lavorare alle pubblicazioni non pagate per il post dottorato. Nel tempo che avanzava facevo ripetizioni a un ragazzo delle superiori. Quando mi sono resa conto che ero sempre troppo stanca per impegnarmi davvero nella costruzione di una carriera accademica, mi sono trasferita a Roma, dove ho la mia famiglia e il mio compagno. Almeno, ho concluso, non avrei dovuto pagare l’affitto». 

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I giovani

LaPresse

Il motivo per cui ho iniziato a scrivere questo pezzo è che, da mesi, è ripartito a guisa di tormentone estivo un refrain che dice: «I giovani non hanno voglia di lavorare». Sono almeno vent’anni che lo sento ripetere, eppure intorno mi pareva di avere soprattutto coetanee e coetanei che correvano da un lavoro mal pagato e/o privo di contratto all’altro, chi studiando e chi no, in attesa del futuro.

Nel mentre il tempo è passato e vorrei dire, per questioni sia anagrafiche che di amor proprio, di aver smesso di essere giovane. Vorrei dirlo se non fosse che il contesto sembra sopra ogni cosa desiderare che non diventiamo adulti mai. Questo mentre i giovani veri vengono avanti e sempre di nuovi se ne creano, di volta in volta sempre narrati come privi di nerbo, di volontà, di disciplina e di interessi. Causa del loro male, privi di voglia di lavorare.

Terrazza romana

«Scusate il disturbo», dice Irene, che è piccolissima di corporatura e si presenta sulla soglia avvolta da una specie di vestaglia grande il triplo di lei. Siamo a San Lorenzo in un appartamento fatiscente come ne ho visti all’infinito in ogni città studentesca e post-studentesca a ogni latitudine di questo paese. Immobili ereditati dopo il decesso di anziane madri e padri, mai restaurati, mai manutenuti, con impianti al limite e abitabilità dubbie, non di rado con canoni di affitto folli, lasciati alle coabitazioni di chi prima era studente e adesso è lavoratore, senza alcuna remora perché, anche in questo caso: tanto sono giovani. «Scusate il disturbo», dice dunque Irene, «so che devi scrivere un articolo, io non ho avuto esperienze eclatanti, adesso faccio la fisioterapista, ho un buon lavoro e mi ritengo molto fortunata».

Irene ha 23 anni e le chiedo se è proprio sicura di non aver mai avuto esperienze negative. Dice: «In realtà no, ho solo fatto la cameriera a Ravenna quando ancora studiavo alle superiori, ma mi pagavano davvero bene». Le chiedo se aveva un contratto, risponde che in effetti lavorava in nero, ma comunque si ritiene fortunata alla luce del compenso. Le dico che capisco la sensazione, in genere nasce dal guardarsi attorno e vedere amiche e amici in situazioni analoghe, ma pagati la metà. Le chiedo se a volte non le sembri che ci riteniamo fortunati a fronte di condizioni inaccettabili, perché tutto sommato avrebbero potuto trattarci anche peggio.

Irene dice: «Adesso che inizio a parlarne mi vengono in mente altre cose, per esempio che il datore di lavoro cambiava personale in continuazione, o che la responsabile di sala era sempre in turno, sempre, non so come facesse. Forse è vero che accettiamo l’inaccettabile, però mi pagavano cinquanta euro per turni di quattro ore scarse».

Dall’altro lato della terrazza si sente un piccolo riso soffocato, è Sabrina, a cui queste condizioni sembrano il paradiso. Sabrina non toglie mai gli occhiali da sole anche se ormai è buio. Ha trentadue anni, fa la fotografa, ma sa che non potrà mai bastarle. Lavora in un bar di una delle molte aree gentrificate della città, dice: «Dovevo essere solo un turno jolly, invece a volte lavoro quattro giorni, altri cinque, una volta ho fatto dieci turni consecutivi. I miei turni sono di nove ore e pagati sessanta euro, in nero. Le nove ore però non sono quasi mai solo nove ore perché stacchiamo alle due di notte, e poi bisogna smontare. Quel tempo in più non viene mai calcolato. Gli orari notturni e i festivi non sono pagati come tali. Non abbiamo pause e, se vogliamo ricavarci un attimo per mangiare qualcosa, il cibo lo dobbiamo portare da casa. L’altro giorno il proprietario mi ha chiesto se un giorno, in turno, ho voglia di portare la mia attrezzatura per fare qualche scatto. Credo voglia farmi fare un sevizio fotografico per il locale senza pagarmi la prestazione». 

Guardo Sabrina e il resto dei presenti, chiedo se sanno se si tratta di un caso isolato o se questo tipo di trattamento è diffuso in tutta la zona. Mi rispondono che, per quanto ne sanno, è diffuso in tutta la città.

Il diavolo veste Prada

«Io ho 26 anni e non ho una laurea in niente», dice Mariangela. «Ho una sorta di master di primo livello non convalidabile perché, a causa di un cavillo, a suo tempo ho potuto accedervi quando mi mancavano solo tre esami al termine della triennale. Poi però ho iniziato a lavorare sul serio nel campo che avevo scelto, e di fatto non mi sono mai laureata». Mariangela viene dalla cosiddetta “bassa veneta” e, diciottenne, sapeva di voler studiare lingue straniere a Venezia. «I miei mi dissero che per loro andava bene, ma che avrei dovuto avere un’entrata economica o per loro non sarebbe stato possibile pagarmi affitto e spese. Dopo un rapido giro di curriculum sono stata contattata da una grande azienda di ristorazione che ha sedi in tutto il mondo. Per me è stata una fortuna perché mi ha dato stabilità negli anni a venire, non ho mai studiato senza lavorare, ho lavorato nelle loro sedi sia a Venezia che a Roma, ho lavorato anche a Berlino durante l’Erasmus. Se non avessi avuto quell’impiego sarei dovuta tornare a casa e basta. Certo, per quanto riguarda l’università, frequentavo quando potevo».

Non faccio a Mariangela la domanda: a fronte di possibilità di borse di studio sempre più risicate, chi può permettersi di fare l’università senza lavorare? Non gliela faccio perché siamo qui per parlare d’altro, ovvero della sua esperienza con il mondo degli stage post master. Quelli, per intenderci, che dovrebbero formarti e traghettarti nel mondo del lavoro.

«Tornata da Berlino ero affaticata e confusa, credo di aver vissuto un momento di crisi e ho deciso di cambiare alcune cose. Ho ripreso in mano il mio interesse originario, quello per la moda e il costume, e mi sono trasferita a Roma dove ho frequentato un master attinente questo campo. Alla fine di questo corso sono stata indirizzata verso uno stage nel settore dell’organizzazione eventi. La mia capa era una pr di mezza età, l’ufficio si trovava dentro casa sua. Non so quanto fosse regolare, so che io e le mie colleghe arrivavamo alle nove del mattino e spesso stava ancora dormendo, o si presentava in vestaglia. Lavoravo full time dalle nove alle diciotto e venivo pagata novecento euro più cento per l’evento organizzato. Il fatto è che mi pagava tramite assegni e senza nessun contratto o nota di pagamento. Su questi assegni c’era scritto solo “prestazione occasionale” e non arrivavano mai a fine mese e mai tutti insieme. Mi dava gli assegni quando si ricordava, a volte da quattrocento euro, a volte da cinquecento. Poi in realtà per lei facevo di tutto, tipo andare a prendere la figlia dagli amici dopo che aveva giocato a tennis…». 

Fermo Mariangela e le chiedo: «In pratica, mi stai dicendo che ti faceva fare Il diavolo veste Prada?». «In pratica sì», dice Mariangela, «e il mobbing si sprecava, diceva che il mio fondotinta era troppo liquido, che non ero abbastanza elegante, oppure al contrario mi blandiva pubblicamente quando voleva mortificare una collega. In tutto questo staccavo alle 18 e poi lavoravo al ristorante dalle 20 fino all’una e mezza di notte».

La parte migliore di questa esperienza, però, sta senz’altro nella sua fine: «Lo stage si è concluso prima del tempo. Dovevo gestire un evento molto grande, un’apertura con inaugurazione. Tra i vari aspetti da gestire c’erano gli autisti per gli ospiti considerati più vip. Io dovevo organizzare il trasporto di un ospite in particolare, e la nostra agenzia di riferimento mi ha chiesto il suo indirizzo e numero. Ho subito pensato che si trattava di qualcosa rispetto alla quale non avevo esperienza né indicazioni, ma la mia capa in quel momento era impegnata in una riunione, dunque di mia iniziativa ho fornito i dati richiesti. Poco dopo le deve essere giunta l’informazione, e ho capito con chiarezza che il numero non avrei dovuto darlo. Ha fatto irruzione in ufficio, cioè nel suo salotto, e tutta rossa in faccia ha iniziato a gridare (cito testualmente): “Tu, campagnola di merda, non sai niente di questo lavoro, brutta stronza”. Ho cercato di spiegare il mio punto di vista con educazione ma lei ha minacciato di “spaccarmi la faccia”. Allora mi sono detta no, non mi puoi minacciare, puoi dirmi che ho il fondotinta liquido, ma non puoi minacciarmi. Ho preso le mie cose, e me ne sono andata. Diciamo che è stato Il diavolo veste Prada finito male». 

Il mondo deve sapere 

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Enrico ha 28 anni (a novembre, specifica) è laureato in ingegneria elettronica e sta prendendo una seconda laurea in architettura. Attualmente lavora in un cocktail bar, prima faceva ripetizioni di matematica e fisica ma con la pandemia si è trovato senza entrate. Allora ha provato un settore per lui nuovo. Nel giro di pochi mesi è passato da prendere solo ordini a fare chiusura cassa e locale, ma la paga è uguale. Non è bassa, solo che è rimasta invariata. Enrico, per motivi personali, ha deciso che in fondo per lui il lavoro in nero non è un problema, ed è forse la persona più disillusa su questa terrazza: «Questo lavoro non è quello che voglio fare nella vita e per me non è una questione essenziale».

Io dico che mi pare che l’illusione della flessibilità sia talmente deceduta, e la precarizzazione dell’esistenza talmente sistematizzata, da non far risuonare neanche più la rabbia delle aspettative disattese nelle loro parole. Lui risponde che chi dieci o vent’anni fa si preoccupava di queste cose era abituato agli strascichi di un mondo dove esistevano delle tutele. Per loro tutto questo semplicemente non è mai esistito. «Però», aggiunge, «voglio dire che questa cosa che si dice, il fatto che i ragazzi non hanno voglia di lavorare, semplicemente non è vera. Tutti i giovanissimi che sono venuti a fare una prova o un periodo da noi hanno sempre lavorato bene, il punto è che basta che paghi. Per esempio ci sono posti molto frequentati in pieno centro storico in cui non puoi mai fermarti, e per otto ore ti danno 35 euro ovviamente senza contratto. Sono cose che sanno tutti».

Nel 2006 ignoravamo che mancavano due anni alla crisi economica che avrebbe dato il colpo di grazia a molte sicurezze residue del secolo appena passato. Ignoravamo che, più o meno chiunque non fosse già in sicurezza, le conseguenze di quella crisi se le sarebbe portate dietro fino a oggi. Tuttavia nel 2006 il precariato prendeva già la forma di qualcosa di diverso dall’eccezione e, proprio in quell’anno, Michela Murgia pubblicava Il mondo deve sapere per Isbn, mentre Aldo Nove pubblicava Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese… per Einaudi Stile Libero.

Mi chiamo Roberta contiene interviste fatte da Nove a lavoratrici e lavoratori precari, pubblicate su Liberazione tra il 2004 e il 2005. Inizia così: «Quando ho scritto Superwoobinda, dieci anni fa, volevo raccontare una generazione di trentenni privi di futuro. Dieci anni sono passati. Il futuro, lo abbiamo visto sulla nostra pelle, non è ancora arrivato. Siamo ancora tutti, nostro malgrado, dei bambini». 

Il mondo deve sapere è il racconto dell’esperienza di Murgia da venditrice di elettrodomestici Kirby in un call center. Lo lessi nel 2011 proprio mentre lavoravo come operatrice outbound. Nella desolazione dell’area industriale nordestina in cui mi aggiravo, tra una pausa e l’altra, era esilarante (non è vero, era soprattutto deprimente) riscontrare come ogni paragrafo annunciasse in modo profetico le assurdità che avrei visto e vissuto una volta ripreso il turno.

Nella postfazione del 2010, Michela Murgia scrive: «A distanza di cinque anni il lavoro non sembra un bene rifugio più per nessuno. La crisi ha azzerato la distanza tra chi sta perdendo il posto fisso e chi invece nell’ultimo decennio si era abituato a considerare normale il perderlo una volta ogni tre mesi. Anziché generare solidarietà trasversale, la precarietà diffusa ha innescato una guerra tra poveri dove i primi a perdere sono gli immigrati e i giovani, gli uni a causa della crescente negazione istituzionale dei loro diritti, gli altri perché si crede erroneamente che possano ancora aspettare, magari spostando a quarant’anni la lancetta di percezione della gioventù».

E ancora: «Da rifondare non c’è solo lo statuto dei lavoratori, ma le regole dello stare insieme e il concetto stesso di appartenenza civile, un lavoro immane che nessuno può fare da solo, e dove anche chiamare le cose con il loro nome significa già mettere sotto scatto la finzione che tutto sia già come dovrebbe essere».

12 anni dopo, anziché chiamare le cose con il loro nome, risulta ancora e sempre più semplice tacciare i più giovani di pigrizia.

Meglio così

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Mariangela ha poi specificato che la sua, comunque, in realtà non è una brutta storia. Perché dopo lo scontro con la pr ha trovato persone oneste con cui fare uno stage vero: «Adesso lavoro come assistente costumista, è un lavoro precario ma sempre contrattato, c’è instabilità, ma mi piace moltissimo e la speranza è quella, un giorno, di diventare costumista a tutti gli effetti». 

Enrico ha preso una chitarra da non so dove e suona, con Mariangela cantano un pezzo di Gazzelle che quando inizia fa «Io non avevo soldi, tu non avevi sogni, meglio così».

Non so immaginare se tra dieci anni saranno altrove oppure ancora qui, con contratti o non-contratti molto simili, a parlare delle stesse cose e fare quasi le stesse cose. Non lo so perché dieci anni fa, quando avevo più o meno la loro età, la mia vita era davvero diversa da quella attuale, ma molti problemi di ordine pratico legati esattamente al lavoro, al reddito, all’inseguimento della stabilità e alla convivenza con l’incertezza sono ancora qua. Dunque non so se queste persone tra dieci anni saranno ancora qui o saranno altrove, l’unica cosa che auguro loro è di non essersi isolate.

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