I NUMERI DEL LAVORO/ Pochi giovani (e laureati) che bloccano lo sviluppo del Paese

La presentazione dei dati di luglio del progetto Excelsior ha sollevato nuovamente la questione del fabbisogno di laureati nel Paese.

Come noto, l’indagine intervista circa 100.000 imprese l’anno e tramite tecniche statistiche fornisce una sintesi mensile e rapporti pluriennali sui fabbisogni stimati dalle imprese relativi ad assunzioni e difficoltà a reperire alcuni profili.

Il rapporto che contiene le informazioni di medio lungo periodo, quello che è stato ampiamente citato in questi giorni, riporta la data di giugno ed estende le previsioni al periodo 2022-2026.

Il modello di previsione si basa su tre scenari che girano attorno agli sviluppi della guerra in Ucraina e sui suoi impatti. I tre scenari vanno dal più pessimistico al più ottimistico a quello intermedio. Senza rovinare la sorpresa al lettore (che trova tutto sul sito), lo stock degli occupati totali è dato in crescita fino al 2026, ed è previsto raggiungere i 25 milioni di addetti (più o meno a seconda degli scenari).

Si tratta, comunque lo si giudichi, di un aumento che varia fra gli 1,3 e gli 1,5 milioni di posti di lavoro. Visto che siamo in campagna elettorale, la previsione si potrebbe facilmente tradurre in promessa (speriamo di no, visto che simili promesse di solito portano sfortuna al Paese e il ridicolo su chi le fa).

I fabbisogni totali, che oltre alla crescita prevedono la sostituzione di chi si ritira dal lavoro, oscillano fra 4 milioni e 111 mila addetti nel caso più pessimistico e 4.368 mila nel caso migliore. Anche qui vale la pena sottolineare che si tratta di numeri grossi.

Dal punto di vista settoriale il rapporto sottolinea che “circa tre quarti della domanda di occupati sarà espressa dai settori dei servizi, con un fabbisogno stimato di oltre 3 milioni di unità tra il 2022 e il 2026, mentre la richiesta dell’industria ammonterà a oltre 920 mila occupati (circa il 22% del totale) e una quota residuale sarà appannaggio dell’agricoltura (poco meno di 150mila unità, cioè meno del 4%)”.

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Il rapporto si inoltra nella analisi dei fabbisogni di skill per la transizione ecologica, di skills digitali sempre più richiesti (e sempre più difficili da trovare), nonché sul fabbisogno che il Pnrr stesso ha fatto accelerare di una Pubblica amministrazione più giovane e con maggiori competenze.

In conseguenza di queste dinamiche, la quota di laureati richiesta raggiungerà il 31%, con la Pubblica amministrazione che mostra un fabbisogno del 68%. In valore assoluto si tratta di 1 milione e 246 mila laureati in cinque anni; in un’esemplificazione estrema circa 250.000 laureati l’anno. L’offerta annua di nuovi laureati per il periodo è di circa 194 mila l’anno, ne mancano più di 50.000 l’anno, e fra quelli disponibili non tutti hanno la laurea giusta.

C’è veramente da preoccuparsi! Vale la pena di fare alcune valutazioni.

Anzitutto dietro questa penuria c’è un crollo demografico che ha visto restringersi la classe dei giovani che entrano sul mercato del lavoro. Nella classe di età fra i 20 e i 34 negli ultimi 20 anni abbiamo avuto una perdita di circa 3 milioni di persone (da 12.167 mila a 9.204 mila), circa un quarto di tutta la classe di età. Anche la classe di età fra i 35 e i 64 anni di età è in calo, un calo che ancora non si è percepito, ma nei prossimi anni si farà sentire. La previsione Istat a 40 anni è di un calo di 8 milioni di unità. Si tratta della classe di età dove si esprime al massimo il potenziale di reddito e di carriera.

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Nella classe di età 25 e 34 anni, in calo, la quota di laureati ha raggiunto il 27% nel 2021 in Italia, riporta Eurostat. La media europea supera il 40% e l’obiettivo per il 2030 è raggiungere il 45%.

Quindi meno persone, soprattutto giovani, e fra queste pochi laureati sia rispetto al fabbisogno, sia rispetto alla media europea. Questa scarsità è il vero blocco allo sviluppo.

Non parliamo qui di politiche demografiche, ma un paio di cose sul mercato del lavoro occorre dirle.

La Pubblica amministrazione ha poche possibilità di competere con il settore privato e con il mercato internazionale per le competenze più elevate. Entrambe sono in grado di pagare meglio e di offrire lavori più interessanti e carriere connesse al merito, tutte cose inesistenti nel settore pubblico, che in cambio può offrire solo stabilità del posto e orari ridotti. Speriamo che la Pa si rassegni prima o poi a quella riforma indicibile che mi suggeriva 30 anni fa un mio collega tedesco: “dimezzare organici, raddoppiare stipendi”. Con la diffusione delle tecnologie digitali si potrebbe, ma al prezzo di ridurre le troppe leggi e ridare autonomia vera a enti e dirigenti: un prezzo che la politica non sembra voler pagare.

Riguardo ai giovani è ora di dirlo chiaramente: non sono a casa a far niente o a prendere il Reddito di cittadinanza: semplicemente “non sono”, nessuno li ha partoriti, accuditi e istruiti. Se avete la sensazione che ce ne siano di meno, è una sensazione giusta. 

Quelli che ci sono fanno più fatica a entrare nel mercato. Forse studiano di più o forse passano più tempo dei loro primi anni a fare stage, gavette varie e lavoretti sottopagati. Una politica del lavoro che “accorcia le rampe” e si occupi del salario (non quello minimo, ma quello adeguato) farebbe ri-affluire i giovani sul mercato e darebbe sollievo a quel senso di sparizione. Magari con stipendi adeguati vanno via di casa, consumano di più, si sposano e fanno figli (i giovani del dopodomani): è quella l’età! Se mancano i laureati poi, non è ora di tornare a programmare? Vale la pena di valutare meglio i numeri chiusi e le limitazioni all’ingresso degli atenei? Forse sì.

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Situazione critica, dunque, ma anche grandi responsabilità politiche e necessarie decisioni di merito. Le troveremo nei programmi dei partiti che si candidano alla guida del Paese? Fra poco vedremo.

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