I NUMERI/ La verità scomoda sull’impoverimento dell’Italia

I nostri mass media sono invasi da statistiche e da commenti sull’andamento dei redditi delle famiglie, dei salari e della natura dei rapporti di lavoro, che descrivono una comunità italiana in costante impoverimento, caratterizzata da disuguaglianze crescenti e da tensioni sociali destinate ad avere conseguenze negative sulla tenuta democratica del nostro Paese.

Le letture prevalenti tendono ad attribuire le cause del nostro declino economico ad alcuni fattori esterni (la globalizzazione, le delocalizzazioni delle attività produttive, i vincoli di bilancio imposti dalle Autorità europee), per la gran parte condivise da quasi tutte le forze politiche, anche a prescindere dalle specifiche sensibilità dei ceti sociali di riferimento, per motivare l’incremento degli interventi dello Stato per sostenere le imprese e i redditi delle persone. L’espansione degli aiuti di Stato e della spesa assistenziale rimane la caratteristica condivisa delle politiche economiche intraprese dai Governi di diversa estrazione politica che si sono alternati alla guida del nostro Paese negli ultimi 10 anni.

Ma c’è un altro modo di leggere l’evoluzione del nostro Paese che non riscuote un altrettanto successo di opinione. Sono le statistiche e le indagini (Istat, Banca d’Italia, Agenzie delle Entrate) che mettono in evidenza una crescita del patrimonio immobiliare e mobiliare detenuto dalle imprese e dalle famiglie superiore di quattro volte l’importo del Pil nazionale, e che risulta ampiamente sottoutilizzato per i nuovi investimenti. Un patrimonio che si è ulteriormente incrementato nel corso della pandemia, soprattutto per la parte dei depositi bancari, in misura persino superiore agli aiuti erogati dallo Stato alle imprese e alle famiglie. 

Le statistiche confermano la presenza costante di un’economia sommersa, composta di prestazioni lavorative non regolari e di sottodichiarazioni dei redditi, superiore ai 200 miliardi l’anno. Un fenomeno rimasto sostanzialmente inalterato nel corso degli anni 2000, nonostante i numerosi provvedimenti adottati dal legislatore per ridurne l’entità. 

Il Direttore dell’Agenzia delle Entrate Ruffini non esita a dichiarare che in Italia ci sono oltre 19 milioni di evasori fiscali, resilienti persino ai condoni e alle rottamazioni generose offerte dal legislatore nel corso degli anni recenti. Tanto da far ritenere che il 90% dei 1.100 miliardi di crediti fiscali vantati dallo Stato (equivalenti al 60% del Pil annuale) debbano essere considerati in via di fatto inesigibili o difficilmente recuperabili. 

Cresce il debito pubblico, altrettanto la ricchezza delle imprese e delle famiglie, ma il Paese nel suo complesso si impoverisce. Contraddizioni che meriterebbero di essere spiegate date le conseguenze che ne derivano per le decisioni da assumere in materia di politiche economiche e sociali. Ma i tentativi in questa direzione risultano scarsi per molti aspetti e questi pochi non godono di buona opinione.

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Quando vengono periodicamente comunicati i dati sul sommerso e dell’evasione fiscale si grida allo scandalo, si invocano nuovi provvedimenti contro i grandi evasori, e tutto finisce lì. Eppure il mancato prelievo fiscale su una quota rilevante del reddito prodotto, soprattutto se prolungata nel tempo, potrebbe offrire una spiegazione credibile alle contraddizioni evidenziate. Alla formazione delle prestazioni sommerse – doppi e tripli lavori, lavori occasionali, quote di salario occulte per i lavoratori dipendenti e prestazioni non dichiarate da quelli autonomi, lavoratori in nero – che nell’insieme sommano prestazioni equivalenti a 3,5 milioni di lavoratori a tempo pieno. Nella letteratura corrente questo numero viene erroneamente identificato con quello dei lavoratori sfruttati e sotto remunerati. Nella realtà, questi ultimi, in grande prevalenza lavoratori immigrati, rappresentano una parte minoritaria del lavoro sommerso. Concorrono al risultato finale milioni di persone, imprenditori e famiglie per importi medi non dichiarati superiori ai 20 milioni pro capite.

è una stima approssimativa, ricavata dall’analisi sulla propensione a evadere le imposte elaborate dall’Istat e dall’ Agenzia delle entrate per i lavoratori autonomi e dipendenti. Ma che offre una spiegazione ragionevole del perché il 41% dei contribuenti fiscali, al netto delle detrazioni fiscali in essere, non versa nemmeno un euro all’erario.

Le prestazioni sommerse falsano la lettura delle disuguaglianze sociali, e degli indicatori di reddito (Isee) utilizzati dalle Amministrazioni pubbliche per erogare un enorme volume di prestazioni per le finalità assistenziali: Redditi di cittadinanza, integrazioni per le pensioni e per i salari, assegni unici per i minori, accesso gratuito ai servizi e alle prestazioni, bonus per gli acquisti, riduzioni di tariffe e bollette.

Le dichiarazioni Isee annuali inoltrate dalle famiglie hanno superato i 12 milioni per prestazioni che riguardano circa la metà della popolazione residente. Dichiarazioni che non vengono ritenute idonee, per oltre il 60% delle domande, nelle indagini effettuate a campione dalla Guardia di Finanza su mandato delle singole amministrazioni.

Un “modello” redistributivo che tende a scoraggiare la crescita del reddito ufficiale e che amplifica le prestazioni pubbliche a favore degli evasori. Come tale, meritevole di essere attenzionato e analizzato per correggere le distorsioni. Purtroppo i tentativi in questa direzione non riscuotono molti consensi. I sostenitori del modello redistributivo a oltranza, che appartengono al variegato arcipelago della sinistra politica e sociale, considerano questo modello come una sorta di variabile indipendente di qualsiasi politica economica, a prescindere dalla disponibilità di risorse da redistribuire. Protestano scandalizzati per l’entità dell’evasione fiscale, ma la interpretano come una conferma della contrapposizione tra una popolazione minoritaria dotata di grandi ricchezze e che evade le tasse, a dispetto dei ceti meno abbienti tartassati, in costante crescita e privi di mezzi di sostentamento. Tendono a considerare gli abusi come una sorta di male necessario, frutto del comportamento di pochi furbetti, che non alterano la bontà di un modello che dovrebbe essere potenziato con ulteriori iniezioni di risorse.

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Il fenomeno è talmente diffuso dall’essere diventato terreno di competizione anche per le variegate forze politiche del centrodestra, tradizionalmente protese ad assecondare condoni fiscali e a circoscrivere la capacità di accertamento delle imposte da parte dell’amministrazione, che con un discreto successo sono riuscite a erodere il monopolio della sinistra politica nel rivendicare i pensionamenti anticipati e gli aiuti dello Stato per le diverse categorie di lavoratori.

Il tema dell’impoverimento della società è diventato punto di convergenza delle vecchie e nuove pulsioni corporative, e il brodo di coltura del populismo italiano. La causa della deriva della spesa assistenziale pubblica che è raddoppiata nel corso degli ultimi 15 anni con un esborso aggiuntivo cumulato superiore ai 300 miliardi di euro.

Le vittime predestinate del modello redistributivo all’italiana sono i contribuenti con un reddito lordo superiore ai 35.000 euro Isee: il confine universalmente accettato per identificare le persone e le famiglie meritevoli di accedere ai contributi pubblici rispetto a quelle che si devono assumere il carico di finanziarli per il resto della collettività. 

L’immagine dell’Italia che diventa povera è una sorta di profezia che si autorealizza. Del tutto simile a quello delle famiglie aristocratiche che vendevano le proprietà e l’argenteria per mantenere gli stili di vita precedenti. Con la differenza che tutto questo avviene a livello di massa dilapidando risorse pubbliche e risparmio privato, descritto con puntigliosità, e rigore analitico, da Luca Ricolfi (“La Società signorile di massa”) che mette in rilievo le motivazioni della progressiva riduzione della popolazione che lavora e che si deve far carico della quota crescente di quelle inattive.

Si può invertire questa tendenza?

Il pessimismo è obbligato per tre ragioni di fondo:

– è storicamente dimostrato che l’incremento della spesa pubblica, soprattutto per la parte assistenziale, genera esso stesso la condizione per una sua espansione. Perché le prestazioni finiscono per essere considerate come una sorta di diritto acquisito da parte dei beneficiari, per rispondere alle aspettative delle persone che si ritengono a torto o a ragione discriminate, o semplicemente per rimediare i fallimenti nel raggiungimento degli obiettivi (caso tipico dell’Italia, dove l’incremento della spesa assistenziale coincide con quello dell’aumento del numero dei poveri);

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l’aumento del numero delle persone assistite e di quelle a carico delle persone che lavorano genera uno spostamento naturale della domanda politica rivolta ad assicurare nuove prestazioni a carico dello Stato. Siamo agli albori di una campagna elettorale che rimette in fila vecchie e nuove promesse di aiuti di Stato, sotto i titoli dell’agenda sociale e della pace fiscale, completamente avulsi dalla realtà:

– le proiezioni demografiche sulla popolazione residente segnalano una perdita di 4 milioni di persone in età di lavoro entro il 2040 e un contemporaneo aumento del numero dei pensionati (+1,5 milioni). Con le implicazioni che ne derivano sull’espansione della spesa previdenziale, assistenziale e sanitaria.

Non sono esattamente le condizioni ideali per affrontare una transizione economica che richiede capacità di attrarre investimenti e risorse umane abbondanti e qualificate, da sostenere con adeguate politiche economiche e fiscali. Una transizione che richiede conti in ordine, una riduzione radicale degli sprechi e significativi aumenti di produttività che in parte dovrebbero essere trasferiti per reggere i costi derivanti dell’invecchiamento della popolazione.

Richiede inoltre un mutamento degli approcci valoriali. Non esistono pasti gratis, diritti acquisiti e altri da soddisfare con ulteriori concorsi di spesa pubblica. Un’equa ed efficace redistribuzione del reddito dipende sempre dalla capacità di generarlo con un concorso attivo. La spesa assistenziale va riportata al suo scopo di tutelare i soggetti fragili e non autosufficienti.

Ma la domanda di fondo è: esiste ancora una classe dirigente in grado di parlare il linguaggio della verità e che questa possa ottenere un consenso popolare adeguato per governare? Dalla risposta sul campo a questa domanda dipende il futuro della democrazia e del benessere del nostro Paese.

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