«I prezzi saliranno, salviamo il potere d’acquisto con il taglio dell’Iva e del cuneo fiscale»- Corriere.it

Inflazione, l
Da sinistra: Lucio, Carlo, Gian Franco e Claudia Carli

Per l’Italia, per dirla con la Fratelli Carli di Oneglia, il futuro prossimo non andrà liscio come l’olio. Perciò sono necessari e urgenti «interventi efficaci di sostegno al reddito». E vanno sostenute le aziende familiari, spina dorsale dell’imprenditorialità nazionale, là dove contribuiscono alla tenuta del sistema economico. Perché l’inflazione salirà ancora, nota Carlo Carli, direttore generale dell’azienda ligure produttrice di olio. «Finora l’industria e la distribuzione hanno fatto molto da cuscinetto — dice —. Non c’è stato un trasferimento proporzionale dei rincari sui consumatori. Ma questa è una situazione che può essere gestita a breve termine. Siamo stati disponibili a fare sacrifici sulla bottom line finché possibile, ma a medio termine servono interventi strutturati per evitare la spirale inflattiva. L’ipotesi di recessione è fondata, se c’è una riduzione dei consumi forte. È indispensabile riuscire a preservare il potere d’acquisto».

Le proposte

Proposte? «Taglio dell’Iva ai prodotti di largo consumo che non hanno l’imposta agevolata, come le conserve che potrebbero scendere dal 10% al 4%. E intervento sul cuneo fiscale, per portare più soldi nelle tasche dei lavoratori». Quanto alla centralità delle aziende familiari: «Ora è fondamentale la capacità di adattamento e le imprese familiari hanno sempre saputo reagire ai fattori esogeni. Perché l’imprenditore è sempre impegnato nel business, la catena di comando è corta. Si riesce a leggere il mercato e decidere in tempi brevi». Ruolo chiave, dunque.

Trasformazione

Quarta generazione, 45 anni, laurea in Economia a Pavia e master in business administration alla Bocconi, Carlo Carli ha due figlie di 8 e 10 anni, si definisce «uno sciatore incallito» e in questi anni ha contribuito alla trasformazione dell’azienda. «Essere monolitici è pericoloso — dice —. Sono entrato in azienda quando mi sono laureato, era basata solo sul mercato italiano e sulla vendita a domicilio, bisognava cambiare. Ho avuto la fortuna di trovare autonomia». Non era scontato. Fondata nel 1911, 390 dipendenti, la Fratelli Carli è ancora controllata per intero dalla famiglia Carli che ne esprime i manager. Carlo, oltre che direttore generale, è amministratore delegato della Fratelli Carli Usa; il padre Gian Franco è presidente e amministratore delegato; la sorella Claudia è capo della Comunicazione corporate. E Lucio, cugino di Gian Franco, è direttore della divisione Cosmesi.

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Il marchio

L’azienda ha un marchio forte, conosciuto però soprattutto da chi ha più di 45 anni. Per raggiungere altri consumatori ha avviato una strategia in tre direzioni: a) diversificare i prodotti (oltre all’olio, anche conserve e gastronomia, vini e cosmetici); b) internazionalizzare; c) investire sulla sostenibilità (BCorp dal 2014, primo produttore in Italia, ora è anche Benefit Company).

Gli empori monomarca

Fratelli Carli, che aderisce all’Aidaf (l’associazione italiana delle aziende familiari), produce e distribuisce olio d’oliva ma non più soltanto con i furgoncini verdi e gialli. Dei 155 milioni di ricavi del 2021 (con un utile di 1,7 milioni e un margine operativo lordo di dieci milioni, 50 milioni dichiarati di indebitamento netto) il 30% viene dalle vendite online, il 45% dagli ordini al telefono, il 15% è ancora per posta («Soprattutto dalla Francia»). Il 10% viene dai negozi monomarca, 20 finora, dopo il progetto pilota avviato dieci anni fa a Torino. Sulla catena retail sta spingendo il piano industriale al 2026, in elaborazione con il Boston Consulting Group. Obiettivo a quattro anni: 200 milioni di ricavi (dopo il +31% del 2020-2021 e un 2022 atteso in linea con l’anno scorso), 15 milioni d’investimenti. Da gennaio sono stati inaugurati due negozi a Vicenza e Treviso. «L’obiettivo è portare in quattro anni i negozi monomarca al 20% del fatturato — dice Carlo Carli —. Intendiamo aprirne una decina in Italia nei prossimi quattro anni per poi espanderci all’estero, replicando il modello in Germania e Svizzera dove prevediamo di raddoppiare i ricavi locali entro il 2026».

Oltre il «delivery»

Per l’azienda nata con l’assioma della consegna solo a domicilio è una rivoluzione, quasi in controtendenza vista l’esplosione del «delivery» durante il Covid (che ora si è fermata). Perché non ci hanno pensato prima? «Temevamo che il retail cannibalizzasse le vendite a domicilio — dice Carli —. Ma l’esperimento di Torino ci ha detto che online e punti vendita fisici raccolgono due tipi diversi di acquirenti. Aprendo negozi, aggiungiamo clienti. Il doppio canale ci consente poi di continuare con le tradizionali confezioni multiple, da sei bottiglie, che aiutano a mantenere redditività e fidelizzano. Le teniamo per il domicilio, non nel retail». La crescita oltreconfine è la seconda leva del piano, dopo i negozi. «Oggi il 30% del nostro fatturato viene dall’estero: Germania, Svizzera, Francia, Austria, Belgio — dice Carli —. Era il 5%dieci anni fa. Vogliamo arrivare al 50% nel 2026, con focus su Germania e Svizzera».

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Il mercato

Terza e ultima parte del piano è l’efficientamento dei processi. «Non con un taglio dei costi ma con la qualità del servizio, dall’attenzione al cliente alla logistica. Dagli anni ‘60-70 a oggi il mercato dell’olio è cambiato in modo radicale. Si è passati dal consumo dell’olio d’oliva all’extravergine e sono entrati più protagonisti nel mercato (come la multinazionale spagnola Deoleo che ha Bertolli, Carapelli e Sasso, ma un competitor diretto di Fratelli Carli è Monini ndr.). Ora più che un rafforzamento del marchio il piano esprime la a volontà di raggiungere il maggior numero possibile di consumatori». Con un prodotto di qualità e il modello del «blend», la miscela di olii (il cui costo come materia prima «è cresciuto del 20-21% in un anno») provenienti da Italia, Spagna e Grecia.

Blend e investitori

«Gli olii dop o monocultivar sono nicchie di mercato, la stragrande maggioranza dell’olio venduto è frutto di miscele — dice Carli —. Abbiamo in portafoglio sette extravergini, creiamo blend come nel vino, per ottenere un certo tipo di prodotto organolettico: più dolce, fruttato, piccante. O con proposte sul territorio, 100% italiano o monocultivar della regione». La quotazione in Borsa non è per ora contemplata e l’accoglimento di un socio finanziario non è inseguito. In ogni caso, «sarebbe subordinato alle competenze, soprattutto sul retail».

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