I rider, Torino e quelle battaglie che ricordano gli operai degli Anni ’70: gli “insubordinati” sulle due ruote che smascherano la nostra …

Ci sono in mezzo più di cinquant’anni di storia italiana eppure, a leggere l’approfondita e accurata indagine portata avanti dalla giornalista della rivista Lavialibera Rosita Rijtano in “Insubordinati – Inchiesta sui rider”, sembra quasi che le istanze degli operai degli Anni Settanta valgano anche oggi tali e quali ad allora. Almeno per quella massa di ragazzi e ragazze, spesso e volentieri stranieri senza il briciolo di un diritto, che dalla mattina alla sera scorrazzano nelle città di tutta Italia. A partire da Torino – che è stata anche teatro del primo sciopero italiano dei ciclofattorini – e che in questa lunga inchiesta di Rijtano è lo sfondo perfetto per le vite in lotta dei rider. Un termine molto «cool», indubbiamente, ma che nasconde incidenti, paghe da fame, clienti senza scrupoli e padroni. Sì, «padroni», come li chiamano gli stessi rider-operai. 

Il libro è uscito il 15 giugno per Edizioni Gruppo Abele e raccoglie una sfilza infinita di nomi, storie, testimonianze, carte dei processi e riferimenti normativi. Ma è soprattutto una cronaca impeccabile di quello che è successo sotto al naso di tutti noi – che non abbiamo visto o, per meglio dire, voluto vedere – negli ultimi 6-7 anni. Anni durante i quali la «gig economy» ha declinato nel peggiore dei modi il concetto di capitalismo: una verga bordata sulla schiena dei più deboli.

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La truffa dell’«economia dei lavoretti» è però durata il tempo di una pandemia che ha reso i ciclofattorini «lavoratori essenziali» durante il lockdown: è in quelle settimane che davvero si è capito cosa sia il lavoro da rider, e cosa nasconda di così terribile. Ma all’essenzialità, ricostruisce Rijtano, non è mai corrisposto l’avvento dei diritti e dei soldi. Così in questi anni i ciclofattorini si sono organizzati e hanno lottato – spesso tra l’indifferenza dei sindacati – per ottenere qualche diritto in più. In alcuni casi – come nell’accordo tra Assodelivery e Ugl – i sindacati sono stati persino deleteri: mentre i rider chiedevano di essere inquadrati come dipendenti, l’accordo insiste sulla loro natura

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Rijtano nei dodici mesi di lavoro al libro ha incontrato decine di rider e di molti di loro racconta le storie. Come quella di Enrico, mille giorni in sella alla sua bici, 46 mila chilometri fatti e sette incidenti. O quella di Salvatore, che nella lotta per la categoria ha creduto così tanto da esser persino finito in tribunale. In mezzo ci sono gli stranieri, «tutte diverse, con il loro singolare bagaglio di sofferenza e umanità», facilmente ricattabili a causa delle difficoltà linguistiche, economiche e sociali e che vengono abbagliati dalla possibilità di guadagnare qualche soldo. Ma anche loro, come gli altri, finiscono arruolati in un sistema di caporalato, come molte inchieste giudiziarie, da nord a sud, e che Rijtano riporta, hanno raccontato.

Moderna espressione dell’evoluzione del capitalismo, dove vali qualcosa finché sei in grado di pedalare, ridotta all’essenziale la storia è sempre quella, dagli Anni ‘70 a oggi: «Una storia di oppressori ed oppressi». Se non lavori come dicono loro – i padroni o i subappaltatori del servizio – ti bloccano l’account. E sei fuori dai giochi.

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