Idee. Giraud e Sarr: una rivoluzione copernicana per l’economia giusta

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Giraud e Sarr: una rivoluzione copernicana per l'economia giusta

Solinas

Perché, nel mare magnum dei saggi che prefigurano un altro futuro possibile post-pandemia, merita una particolare attenzione Un’economia indisciplinata. Riformare il capitalismo dopo la pandemia, che la Emi manda in libreria da domani (pagine 208, euro 16)? Una risposta l’ha data “Le Monde”, definendola «un’opera iconoclasta per ripensare i fondamenti dell’economia mondiale». Già, perché l’agile testo, scritto a quattro mani dal gesuita francese Gaël Giraud e da Felwine Sarr, un intellettuale senegalese, non propone semplici correttivi al modello in auge, bensì formula un’autentica visione alternativa all’«economia che uccide» (copyright papa Francesco), i cui dannosi effetti collaterali, dal punto di vista sociale, ambientale e culturale, sono sotto gli occhi di tutti. Come siamo arrivati sin qui? «L’economia è l’unica scienza a essersi fermata a un mondo statico, perché pensata sul modello della fisica classica», risponde Sarr. Gli fa eco Giraud: «Il neoliberalismo è ingannevole: era una diga alla tirannia dello Stato; adesso, la diga stessa è al servizio dell’uragano».

Per comprendere il senso di affermazioni del genere e perché non vadano derubricate a eccessi ideologici conviene dare un’occhiata ai profili dei due autori. Di Felwine Sarr in Italia sappiamo ben poco, sebbene un suo testo Afrotopia sia uscito anche da noi (Edizioni dell’Asino, 2018). Sarr è un personaggio a dir poco poliedrico: oltre a insegnare filosofia africana alla Duke University in North Caroline ed essere stato cofondatore degli Ateliers de la Pensée di Dakar, è anche autore di romanzi, nonché musicista. Non è un caso che proprio lui, ritenuto uno degli intellettuali più brillanti del continente africano, sia stato nominato dal presidente francese Macron responsabile della commissione sulla restituzione delle opere d’arte africane trafugate dalla Francia durante il colonialismo.

Quanto a padre Gaël Giraud, economista francese e gesuita (e che sarà oggi a Mantova alle ore 17 in dialogo con Carlo Marco Belfanti, docente di Economia a Brescia) i lettori lo conoscono per il suo fortunato Transizione ecologica. La finanza a servizio della nuova frontiera dell’economia (Emi 2015). Autore di un fondamentale articolo “Per ripartire dopo l’emergenza Covid-19”, uscito su “Civiltà Cattolica” nell’aprile 2020, Giraud è una delle menti cattoliche di punta in campo economico a livello mondiale: lavora alla Georgetown University di Washington dove dirige anche il Programma per la giustizia ambientale, da lui fondato.

Proprio le biografie degli autori spiegano l’eccezionalità di questo libro, in cui costantemente spaziano dall’attualità alla filosofia, dalla teologia all’economia, con una dinamica che talora li vede incrociare le lame e, più spesso, alzarsi la palla a vicenda, prima di tirare schiacciate devastanti contro il neoliberalismo, «quell’utopia mortifera di privatizzazione integrale del mondo e di riduzione di ogni risorsa a un capitale». Un’ideologia – spiegano i due – che non solo ha fatto scuola nelle accademie ma ha letteralmente infettato l’immaginario del mondo.

«È urgente riscrivere i manuali di economia», afferma a chiare lettere Sarr. E spiega: «Quando arrivano, al primo anno di università, i nostri studenti hanno una visione del mondo spontanea, quella che chiunque (non specialista) può avere e che è costruita sulla base di un’esperienza implicita della sovrabbondanza, della generosità. Poi, con tre o quattro anni di lavaggio del cervello microeconomico, ci sono studenti che diventano “cattivi”, egoisti, calcolatori, che finiscono per somigliare alla finzione dell’Homo oeconomicus. Prendono alla lettera l’antropologia che viene loro inculcata in maniera normativa, evidentemente senza esercizio critico». Urge intraprendere quindi una strada radicalmente diversa, «agli antipodi della visione statica, disincarnata, veicolata dall’economia neoclassica. Per quest’ultima, la prosperità sarebbe semplicemente l’effetto magico dell’incontro del “capitale” con il lavoro, un lavoro disincarnato prodotto da un Homo oeconomicus che è, in realtà, uno schiavo».

Nel proporre la loro visione alternativa Sarr e Giraud non esitano ad attingere alla grande sapienza dell’umanità codificata, per esempio, nel concetto tipicamente africano di ubuntu o nella Pachamama del Sudamerica, sebbene non disdegnino di citare anche giganti del pensiero di oggi come Paul Ricoeur e Christoph Theobald. Partendo da considerazioni di natura esclusivamente economica, il libro approda, nel finale, a uno scenario che auspica una rivisitazione culturale globale, un radicale cambio di prospettiva antropologica, senza il quale ipotizzare un nuovo modello economico rimarrebbe un’utopia. «Bisogna reinsegnare all’europeo (e non a lui soltanto!) ad aprirsi ad altri immaginari, plurali, e ad uscire dall’autoreferenzialità, in primo luogo intellettuale e anche dell’immaginario – chiosa Sarr –. Quando vado a trovare gli altri, non li guardo con la curiosità del turista, o di chi getta su di loro uno sguardo venato di esotismo o li vede come appartenenti a un’alterità radicale. Questi altri sono lo specchio di ciò che sono io».

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