Il 25 aprile oggi e le diverse interpretazioni della Resistenza

Celebrare la festa della Liberazione dal Nazifascismo in un momento in cui la guerra è alle porte dell’Europa assume un valore fortemente simbolico. Proprio per questo il 25 aprile 2022 è stato e sarà foriero di polemiche e divisioni soprattutto su un tema: il concetto di Resistenza. Se per anni l’opinione pubblica italiana e straniera è stata tutta d’accordo nel mettere da una parte, quella buona, i partigiani, e dall’altra, quella cattiva, i fascisti, adesso è impegnata in una controversia più complessa. Chi sono davvero i partigiani? Cosa può definirsi davvero Resistenza e come dovrebbe essere messa in atto?

La prova pratica a questo dilemma etico è stata fornita dalla guerra in Ucraina. In quel paese, in questo momento, un popolo sta resistendo all’attacco di un invasore straniero, i russi. Eppure ci sono degli elementi controversi. A volendo essere provocatori ce ne sono alcuni grotteschi. A cominciare dal fatto che, soprattutto nel Donbass, i principali protagonisti della resistenza sono i miliziani del Battaglione Azov, un corpo paramilitare di chiara estrazione neonazista. Un bel rompicapo per noi che viviamo a qualche migliaio di chilometri e dobbiamo decidere da che parte stare.

Possono i membri del battaglione Azov essere considerati dei partigiani? Combattono per l’autodeterminazione del proprio popolo eppure portano con sé un retaggio di brutalità condannata dalla storia. Sono dei neonazisti che si sono macchiati di crimini contro i connazionali russofoni però non stanno esitando a morire per la propria bandiera. Una contraddizione in termini che apre il dibattito dalle nostre parti su un argomento abbastanza dirimente per ogni resistenza. Il nostro paese deve fornire armi alla resistenza ucraina?

La resistenza italiana è diversa da quella ucraina? È giusto inviare armi?

Secondo alcuni, proprio perché animata da questi personaggi, non è giusto che l’Occidente la armi. Si corre il rischio di dare le armi a dei criminali. Inoltre la stessa parte di opinione pubblica imputa, non solo alla Russia le cause dell’inizio del conflitto, dividendo le colpe con l’atteggiamento della Nato e vedendo in Zelensky un burattino nelle mani degli Stati Uniti. Un leader pericoloso quanto Putin insomma. In più fornire armi non farebbe altro che alimentare un’escalation nel conflitto e soprattutto significa alimentare un potere che non vuole la fine della guerra. Per questi motivi, secondo questa parte, non dovremmo armare la resistenza ucraina e percorrere esclusivamente la via diplomatica.

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Un’altra parte della nostra opinione pubblica ritiene improprio il paragone tra resistenza italiana e quella ucraina. La resistenza italiana aveva radici politiche e storiche più profonde dettate dal fatto che un movimento culturale aveva lottato e covato la liberazione per tutto il ventennio fascista. Inoltre l’Italia proveniva da un periodo di lotte e guerra iniziato con il Risorgimento e tutta l’Europa aveva un “desiderio di pace” a fronte di decenni di morte e distruzione. Di fatto la resistenza italiana operò per perseguire la pace. Probabilmente in Ucraina non sarà così e lo scenario che ha portato a questo conflitto è totalmente diverso.

C’è poi un’altra parte della nostra opinione pubblica, probabilmente la maggioritaria, che considera la resistenza ucraina sovrapponibile a quella italiana che contribuì a liberare il nostro paese dal Nazifascismo. Con tutte le sue imperfezioni, è il popolo ucraino che si sta difendendo e va sostenuto, anche con l’invio delle armi. Secondo questa parte non può esserci resistenza senza essere armata. Non fornire le armi agli ucraini significherebbe lasciarli alla mercé dei russi e costringerli alla resa. D’altronde anche la nostra resistenza venne armata dagli alleati nonostante noi italiani avessimo più di una colpa nell’inizio del conflitto. Addirittura noi italiani avevamo appoggiato un dittatore sanguinario che diede il via, con una serie di occupazioni di stati sovrani, alla seconda guerra mondiale.

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Le testimonianze di chi c’era in disaccordo con l’Anpi sull’invio di armi

In particolare nelle ultime ore, in un intervento su La7, un partigiano 99enne, Carlo Smuraglia, ex presidente dell’Anpi, ha detto chiaramente che quell’ucraina è paragonabile alla resistenza italiana. Inoltre, in quanto resistenza contro un invasore, quella resistenza va armata. Ha ricordato la gioia, così l’ha definita, quando gli alleati lanciavano, di notte dagli aerei, dei pacchi con le armi. Perché senza armi non sarebbero stati capaci di difendersi e scacciare i nazisti dal suolo italiano. L’attuale dirigenza dell’Anpi invece vuole percorrere la via diplomatica ed è contro l’invio di armi in Ucraina perché alimentano solo l’escalation militare.

A fronte di tutte queste considerazioni vengono delle domande che diventano più pressanti nel giorno in cui si festeggia la festa della Liberazione. L’Italia di oggi sa davvero cos’è stata la Resistenza? A 80 anni da quei fatti sono pochissimi i testimoni diretti di quegli eventi, bisognerebbe avere infatti tra i 95 e i 100 anni per aver imbracciato un fucile in quei mesi. Il fatto che questi fatti storici si stiano allontanando nel tempo è un vantaggio o uno svantaggio? Da una parte si perdono appunto le ultime persone che hanno vissuto quegli eventi, dall’altra parte però si acquisisce la maturità nell’analisi storica.

Quale sarà il retaggio storico della Resistenza?

A fronte di situazioni come la guerra in Ucraina per lasciare un’eredità storica sulla Resistenza italiana poi è giusto seguire chi ha vissuto quel periodo, come il partigiano Smuraglia, e ha combattuto per liberare il nostro paese, o bisogna comunque fermarsi a contestualizzare e seguire politici e storici di epoche successive? Il retaggio che la Resistenza lascerà è formato dalle parole dei combattenti dell’epoca o dalle generazioni successive, quella del ’68 su tutte, che si sono alimentate di quella retorica ma non l’hanno vissuta in prima persona?

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Mettere in discussione questo retaggio e come si è formato è revisionismo? Ognuno può avere la sua opinione ma una cosa è certa. Sono domande complesse che possono animare il nostro dibattito pubblico grazie al fatto che ci sono state persone morte per la libertà del nostro paese e per la democrazia e, almeno questo ogni 25 aprile, dovremmo ricordarlo lasciando la retorica da parte.

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