Il centrodestra chiede aiuto alle Ong “nemiche”

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Da settimane le autorità sanitarie denunciano la carenza di medici e infermieri, e chiedono nuove assunzioni per rispondere all’emergenza Covid. I dirigenti di alcune regioni governate dal centrodestra, come l’assessore alla sanità Giulio Gallera dalla Lombardia e il presidente della commissione regionale sanità del Piemonte Alessandro Stecco, hanno addirittura chiesto aiuto alle “nemiche” Ong, agli specializzandi e fino ai medici in pensione

«La criticità di oggi e di domani – ha dichiarato il professor Stecco – è quella legata al personale sanitario, che nonostante i bandi e le assunzioni già avvenute nella fase uno non è in grado di fronteggiare un tale aumento di ricoveri. Questa criticità impedisce da un lato di aprire nuovi reparti Covid e dall’altro di gestire i reparti necessari al mantenimento di percorsi clinico-assistenziali per le altre patologie, tema che mi sta molto a cuore».

Eppure da marzo 2020 grazie all’art. 13 del “Decreto Cura Italia”, convertito in Legge n. 27/2020, potrebbero essere assunti “alle dipendenze della pubblica amministrazione per l’esercizio di professioni sanitarie e per la qualifica di operatore socio-sanitario… tutti i cittadini di Paesi non appartenenti all’Unione europea, titolari di un permesso di soggiorno che consente di lavorare, fermo ogni altro limite di legge”. Eppure pare che nessuno se ne sia accorto

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Sono 77.500 tra medici, infermieri, farmacisti, psicologi, coloro che potrebbero portare aiuto alle strutture pubbliche. «Un esercito di professionisti, purtroppo invisibili per qualcuno», denuncia Foad Aodi, medico fisiatra, già stato Presidente dell’Associazione Medici di Origine Straniera in Italia e membro  del Consiglio Direttivo della Fondazione dell’Ordine dei Medici di Roma. «Invisibili perché in un momento in cui si parla solo di immigrazione clandestina, di discriminazioni, di razzismo, mancano politiche per l’integrazione da parte dei vari Governi: non si può partecipare ai concorsi senza avere la cittadinanza, anche quando si è medici o professionisti della salute e della sanità».

77.500 professionisti della sanità di origine straniera, di cui 22 mila medici, 5 mila odontoiatri, 38 mila infermieri, 5 mila fisioterapisti, 5 mila farmacisti, 1000 psicologi, 1500 tra podologi, tecnici di radiologia, biologi, chimici, fisici. Circa 2500 in attesa di riconoscimento del titolo di studio conseguito all’estero, nella patria d’origine o in altre nazioni e Stati. L’80% di loro lavora in strutture private, e solo il 10% esercita presso strutture pubbliche, perché i concorsi sono, ancor più assurdamente in un momento come questo, riservati ai cittadini italiani. 

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Il Dossier statistico immigrazione 2020 ci dice che «Le vicende degli ultimi mesi hanno messo in luce il contributo fondamentale dei lavoratori stranieri proprio in quei settori chiave necessari a contrastare la pandemia. Secondo uno studio apposito prodotto dalla Commissione europea nel mese di aprile, circa il 31% degli immigrati in età lavorativa sarebbe classificabile come key worker, con quote di oltre il 40% in paesi quali la Francia e la Danimarca.

In relazione al totale dei lavoratori Ue, i cittadini stranieri sono ad esempio il 25% degli addetti alle pulizie e l’11% di quelli dell’agro-alimentare. Una ricerca dell’Ocse di poche settimane successiva mostra che i servizi sanitari di molti dei paesi più colpiti dal Covid-19 dipendono significativamente dall’immigrazione. In particolare, nel Regno Unito è nato all’estero il 33,1% dei medici e il 21,9% degli infermieri; poco al di sotto le percentuali riscontrate in Germania (20,2% e 16,2%), mentre in Francia e Spagna la quota di medici di cittadinanza straniera è, rispettivamente, del 15,6% e 13,7%». In questo Paese, par di capire, non c’è tanto bisogno di chiudere i porti, quanto aprire gli accessi alle professioni di cui c’è bisogno e per le quali ci sono tantissime persone disponibili a lavorare.

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