Il consenso come fondamento di tutto, anche della sessualità

In tempi di pandemia è forse passata sotto silenzio la campagna indetta da Amnesty international, volta all’adeguamento del nostro codice penale, in materia di stupro, alla convenzione di Instanbul del 2013, ratificata dal nostro Paese, ma non ancora accolta.  All’articolo 36, paragrafo 2, della Convenzione si specifica infatti che qualsiasi rapporto di natura sessuale, deva essere successivo al consenso esplicito delle parti in causa “dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona, e deve essere valutato tenendo conto della situazione e del contesto”.

Oggi che il tema è di nuovo caldissimo per la vicenda giudiziaria che vede coinvolti leader di movimenti politici o manager aziendali, si impone una riflessione sul valore del consenso femminile, affinchè qualsiasi relazione sessuale sia manifestazione della libera decisione di entrambe le parti, e, vista la natura fisiologica del rapporto sessuale, in primis della donna.

Cosa vuol dire acconsentire?

Libertà implica conoscenza e consapevolezza. Conoscere sé stessi, i propri desideri, e attuarli in un rapporto duale dove l’altro sia altrettanto libero e consapevole.

Libertà vuol dire assenza di condizionamento, tanto interno quanto esterno.

Richiede che entrambe le controparti siano lucide (era ubriaca, era stonata, dormiva, era condizionata da una pressione di tipo psicologico, economico, sociale), e possano dire no in ogni istante.

Anche se i preliminari sono iniziati, anche se lei è vestita in modo sessualmente provocante, anche se lei è entrata nella tua casa, anche se ha inizialmente detto di sì. Anche se è tua moglie, la tua compagna, fidanzata o una sex worker.

La libertà non si cede. E’ inalienabile. E in ogni istante posso agirla. E’ mia. E se la persona è un’unità inscindibile di anima, o psiche, e corpo, il corpo io me lo riprendo. Perché non l’ho mai ceduto. Se un attimo prima era pervaso dal desiderio e l’attimo dopo non lo è più, io ho la libertà, il dovere, per rispettarne la dignità, l’integrità, di dire no.

Non è una cosa, non può essere prestata, ceduta, venduta, senza che la mia interiorità l’accompagni, senza che nel mio io si inscriva quanto accade al mio corpo.

Purtroppo il corpo della donna è un costrutto sociale e culturale molto più di quello maschile. La donna come pubblica proprietà, oggetto di precetti religiosi, leggi, tradizioni, mode.

La donna come eterno femminino, incarnazione di una bellezza i cui canoni variano nei secoli. Laura dall’aurea chioma, e le donne dai capelli scuri e gli occhi trasparenti che pullulano in tanta letteratura romantica. La donna che si può utilizzare per stringere patti politici, unioni dinastiche, sottili mediazioni diplomatiche.

Il mito e la letteratura occidentale, come espressioni della cultura, minimizzano o normalizzano, o travestono romanticamente incontri tra lui e lei che, analizzati, sono stupri, socialmente accettati se non codificati.

Ci sono due statue del Bernini che esemplificano quanto detto: il ratto di Proserpina e la metamorfosi di Dafne.

Nel ratto di Proserpina la dea fanciulla è ghermita in un abbraccio rapace, ruvido, feroce, le mani del dio dei luoghi oscuri affonda le dita nella sua tenera carne, insensibile al suo dibattersi. Il ratto della donna, il ratto delle Sabine, il matrimonio sotto forma di rapimento o di acquisto.

Nel secondo gruppo scultoreo, la povera Dafne, inseguita dall’infoiato Apollo, che vuole abusare di lei, prega il padre Peneo di salvarla. E nulla può fare il genitore se non trasformarla in un essere vegetale, inaccessibile a qualsiasi penetrazione. Il poeta Ovidio, nelle Metamorfosi, si sofferma sul dolore del dio, che si stringe invano al petto l’essere arboreo che tanto concupiva, e stabilisce che d’ora in avanti quell’albero gli sarà sacro e simbolo di gloria poetica.

Parliamo di Zeus e dei suoi numerosi amplessi extraconiugali, la maggior parte configurabili come stupri? Il primo fra tutti, quello di Europa, che, condotta a tradimento dall’Oriente fino a noi, darà il  nome ai nostri lidi.

Ma, ancora, la vis grata puellae del poeta Ovidio, (violenza gradita), che gradita non è affatto, anzi talmente odiata e respinta che alcuni antropologi ci parlano di popoli dove la rottura dell’imene è demandata a una persona altra dal neo sposo, perché la corrente di negatività nata dalla prima notte di matrimonio sia veicolata altrove.

La prima volta è sempre uno stupro. Non ricordo chi lo ha detto. Ma fanciulle tenute all’oscuro di qualsiasi nozione elementare riguardo la sessualità, perché fossero pure e “innocenti”, venivano poste nel letto  nuziale accanto a un corpo fino ad allora estraneo. Cosa accadeva poi?

La natura dell’atto implica di per sé una sopraffazione. Trovavano una qualche delicatezza e gentilezza nel novello sposo? Lo speriamo. Ma potevano dire no?  O dovevano inchinarsi all’autorità maritale, per generare i figli che Dio avesse voluto concedere? Era loro permesso di esprimere desideri, segnalare cosa il loro corpo avrebbe gradito, perché il primo rapporto non fosse così doloroso? Credo di no, non lo sapevano, o, se pure avessero avuto tanta disinibizione da esplorarsi, sarebbero state giudicate delle viziose, svergognate, delle “poco di buono”.

Perché si tace dei cavalieri eccitati che inseguono Angelica, eroina in eterna fuga, per deflorarla, fino a piangere al sospetto che il suo onore (l’onore della donna si concreta nel suo imene intatto) sia stato violato? E lei si darà, liberamente, a un umile fante giovanissimo e bellissimo, Medoro, che giace ferito, inerme e indifeso, senza nessuna traccia dell’aggressività degli altri.

Perché non insegnare che Don Rodrigo non impedisce le nozze perché desidera sposare Lucia (impossibile allora un matrimonio tra una donna del popolo e un aristocratico) ma solo per trascinarsela al suo castello e godersela fino a che gli fosse piaciuto?

Quando il fante cavalca, la donna perde l’onore. Per dire che gli eserciti invasori, la presa di una città, di un Paese, era seguita da migliaia di stupri efferati, perché il corpo della donna era una delle proprietà del nemico. E quanto c’entri poco lo stupro o l’abuso sessuale con l’erotismo, l’affettività, lo dimostrano gli assassini successivi alla violenza inflitta.

Che fa la donna che subisce uno stupro?

È andata a far lezione di surf!

La donna o muore o rimuove.

Esempio finissimo di questa rimozione è la marocchinata subita da Cesira e la figlia ne “La Ciociara” di Moravia. Cosa fa Rosetta dopo uno stupro atroce avvenuto presso l’altare della Madonna, in una chiesa diroccata?

Va al fiume a lavarsi. E mangia. E famelicamente si concede ad altri maschi, come a ripetere il trauma, cercando di elaborarlo, una degradazione, stavolta autoinflitta, come unico riscatto di una volontà straziata. Tornando alla campagna di Amnesty international, l’organizzazione chiede che l’articolo del codice penale dove all’articolo 609-bis, si prevede che il “reato di stupro” sia necessariamente collegato agli elementi della violenza, o della minaccia o dell’inganno, o dell’abuso di autorità, sia riformulato secondo il modello già adottato da altri 13 Paesi europei e di recente dalla Danimarca.

Lo stupro non dovrebbe essere dimostrato dalla vittima con orribili iter processuali volti a dimostrare che la donna ha fatto di tutto, fino a rischiare la vita, per sottrarsi, processi volti a colpevolizzare o degradare o ridicolizzare la vittima; basterebbe sapere se lei ha potuto dire la sua. O che non è stata libera di esprimere il suo consenso, perché poco lucida o pressata da un contesto condizionante.

Per chiudere qualche cifra che manifesta la portata del problema: in Italia 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila).

Ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13,6% delle donne (2 milioni 800 mila), in particolare il 5,2% (855 mila) da partner attuale e il 18,9% (2 milioni 44 mila) dall’ex partner.

Amen

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