il conto di caro bollette e inflazione- Corriere.it

Il rialzo delle bollette d una spallata al sogno toccato con mano da molti italiani del lavoro in remoto. In Italia, solo nel 2021, secondo i dati del ministero del Lavoro, si sono contati 2 milioni di abbandoni volontari da parte dei dipendenti, un +33% rispetto al 2020. La fuga dal lavoro tradizionale in ufficio era stata la diretta conseguenza dello sconvolgimento della pandemia da Covid e dallo smart working che, improvvisamente, era diventata l’unica modalit lavorativa possibile durante i lockdown che avevano svuotato gli uffici. Quando le cose erano tornate un po’ alla normalit, in molti avevano deciso che le 8 ore in un ufficio e il quotidiano e monotono viaggio casa-lavoro, non erano pi accettabili. E cos, in molti, moltissimi, davanti al rifiuto da parte dell’azienda di mantenere il lavoro in remoto anche a emergenza finita, hanno preferito lasciare il lavoro. E questa tendenza era destinata a crescere anche nel 2022. Ma la crisi energetica ci ha messo lo zampino.

Lavorare a casa ha un costo

Con gli stipendi sempre pi massacrati dall’inflazione e la prospettiva dei salassi invernali causati dall’aumento delle bollette, molti italiani fan dello smart working (l’86% di chi lo ha sperimentato vuole continuarlo, magari nella formula mista remoto-presenza, secondo l’ultimo report dell’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano) stanno a malincuore rivedendo la loro adesione al lavoro agile in mancanza di sostegni economici da parte delle aziende. Perch lavorare da casa significa tenere accesi luci e pc tutto il giorno, per non parlare del riscaldamento. Spese che quando si va in ufficio ricadono tutte sul datore del lavoro e che, soprattutto in presenza di stipendi bassi, possono fare la differenza nel bilancio familiare. L’aumento dei costi di queste voci ora rischiano di intaccare pesantemente i risparmi derivati dal lavoro agile e che uno studio condotto dal Codacons e pubblicato nel febbraio scorso quantificava per le tasche dei lavoratori tra i 2.845 euro e i 5.115 euro all’anno (ai quali si devono aggiungere i 7 giorni totali risparmiati per gli spostamenti casa-lavoro e le minori emissioni di Co2).

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La questione dei buoni pasto

Secondo quanto riporta l’Inapp nel report “Attualit e prospettive dello smart working”, presentato la scorsa settimana, solo il 20% dei dipendenti disposto a guadagnare meno pur di lavorare in remoto alcuni giorni della settimana. Agli aumenti dei costi energetici, per chi lavora da casa, si aggiunge infatti anche la questione dei buoni pasto. Nei Piao, i nuovi Piani integrati di attivit e organizzazione della Pa, ci si muove in ordine sparso: in alcuni casi viene specificato che chi sta a casa non matura il buono pasto, in altri si resta sul vago. Per questo ora, nella Pa, dipendenti e sindacati chiedono una compensazione economica prima di firmare gli accordi individuali.

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I guadagni delle aziende

Alle aziende, per, far lavorare a casa i dipendenti conviene. Per esempio, l’Eni a Torino ha chiuso il quartier generale e prenotato sedi pi piccole da usare a rotazione, mentre Tim si ristretta in tre palazzi, dismettendone quattro. Intanto, a Milano, il sindaco Sala ha aperto allo smart working di tutti i dipendenti comunali il venerd, per un weekend lungo di risparmi energetici sulle casse comunali. Secondo un report del Politecnico di Milano, un’azienda che tiene a casa i propri dipendenti risparmia nell’immediato circa il 30% tra spese di affitti, utenze e buoni pasto. Risparmio che, sempre secondo il Politecnico, pu essere quantificato “tra i 4 mila euro e i 6 mila euro a dipendente, rispettivamente per 6 e 9 giorni di smart working al mese. E il risparmio sale fino a 10 mila euro all’anno per ogni dipendente che lavora esclusivamente in modalit agile”.

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