Il dottore Giuseppe De Donno, tradito da tutti, alla fine si arrende

Con quel faccione come una forma di grana padano, quei capelli impalliditi dal sole che sbatte feroce sopra il Po e gli occhiali spessi, fuori moda, tu chi eri, Giuseppe De Donno? Eri quel medico che parlava mite, la cadenza mantovana, le “e” strette come fessure, e i mantovani sono dei pazzi furiosi che solo una società ipertollerante può mandare liberi, gente capace di qualsiasi cosa, senza una logica, però sono anche quelli che secondo tutte le statistiche vivono meglio in Europa e forse al mondo. Gente di terra grassa, ciccioli e torte sbrisolone, vino troppo zuccherato che ti fa scoppiare il sangue e la testa e se c’è una cosa di cui i mantovani non hanno bisogno è che gli scoppi il cervello, già fin troppo in pressione. De Donno era mantovano ed era pazzo: un anno fa si mise in testa di sfidare la dittatura del medico unico del virus lanciando una sua terapia alternativa che curava il Covid col plasma iperimmune. Ci aveva messo tutto se stesso, ci aveva speso, ci aveva scommesso e i risultati arrivavano e lui, De Donno, in televisione, ripieno e impacciato, a difendersi dallo scetticismo dei saccenti, dei meschini. Lo trattavano come un pazzo e pazzo era, era mantovano, ma di quei pazzi lucidi che aprono strade. E più lo irridevano e più lui portava risultati, salvava i poveri cristi senza intubarli e lo faceva senza alzare la voce, senza fare lo Sburione sui social.
Dirigeva un’unità di ricerca all’ospedale Carlo Poma. Studiava, scopriva e aveva successo. Non un virologo da Instagram, uno pneumatologo serio e mite che aveva proprio tutti contro e non solo in quel Mantovano stregato, gonfio di ectoplasmi stanati da quel cacciatore di immagini che è Roberto Bertoni. Un panorama fatto di un campanile, di una corte e di un faggio che filtra il cielo e c’è tutta la tristezza della Bassa. Vecchi strumenti, funi, ruote di biroccio, bulloni, buoi e camion e paioli di rame e badili e tutta la tecnica agricola, proletaria che ha aperto il Novecento e che oggi sembra lontana altri mondi. Spiriti lungo la riva del fiume, affiorano dalla nebbia d’una notte di gelo, si staccano dai rami nudi di alberi viventi, raccontano storie del Novecento: facce stravolte di vecchi sfatti dai lavori crudeli, dai triboli senza fine. Vecchi con la bici per mano, su una chiatta, alle prese con un vitello, appesi a un sorriso senza denti… Quelle scale di legno, con le corde appese come annunci d’impiccagione, fuori della stalla, quella luce gialla, scaldata dalle vacche. Una gallina con la sua covata. Ora c’è un albero nudo nella desolazione dell’inverno e i suoi rami scarni puntati in alto sembrano bestemmie a un cielo senza Dio. È aspra la vita in campagna, almeno lo era. L’immensa piccolezza dell’uomo che semina l’infinito; trebbiature, mietiture e sigarette sotto i cappelli, appoggiati a una carcassa di trattore. E il calore di una casa, di una cucina dove una donna vecchia e forte stende la sfoglia di pasta come un lenzuolo dorato. Davvero c’era quel mondo lì? Sì, e a sprazzi sopravvive. Ma le giovani non sanno farla più la sfoglia, non vogliono impararla, sanno come mangiarla, golosamente, riempiendosi il pancino denudato ma impararla no, non vogliono, costa fatica e non sanno che così perdono la tradizione, perdono se stesse.
Ma che ne sanno dell’infinita tenerezza d’una nidiata di pulcini che beccano il granturco? Di un vecchio che intreccia cesti vicino a un muro di legname? Si faceva tutto in campagna, si produceva il mangiare e il bene, il pane e il vino ed era davvero sudore della fronte. Come si poteva non esser comunisti, socialisti in mezzo a quel sudore Dio solo lo sa. Ma bastava salire di ceto, da mezzadri a proprietari, per scoprire l’egoismo. Però il sudore restava e restava l’amore per la terra, per i suoi doni da cavarle bestemmiando, c’era il rispetto per la terra a unire socialisti e liberali, mezzadri e “signori”. Si scannavano, ma davanti alla terra e ai suoi rituali sapevano di che parlavano, sapevano di tornare fratelli. Contadini si nasceva, contadini si moriva. E chi dava del tu al fuoco non poteva essere altro, la diffidenza e spesso il disprezzo da “quelli di città”, venivano cordialmente ricambiati.
Il medico Giuseppe continua a crederci, a difendere la sua cura alternativa ma non gli credono. Poi gli studi internazionali, chissà quali, la fanno archiviare. Meglio “tachipirina e vigile attesa”, vuoi mettere? Ma c’era da pompare i vaccini che oggi sono o sacri o demoniaci e nessuno ci capisce più un cazzo. Perché Mantova sarà anche terra di pazzi, ma il mondo è un postaccio d’imbecilli cattivi e troppo distante è il pianeta contadino, troppo uguale a se stessa la Bassa padana con le sue facce, con l’immensa tristezza umida e sontuosa. Non c’è figlio della Bassa che non sia melanconico, nato com’è tra quei gelsi, quei canneti. Quei tramonti africani, d’un’Africa padana. A tu per tu con la vita del bosco, le sue morti sfuggenti, misteriose, le sue stregonerie. Le feste sull’aia, incatenati a un tavolo fra batterie di bottiglie presto vuote, un fisarmonicista che pare dipinto da Ligabue, che altro erano se non ottusi tentativi d’esorcizzare i fantasmi? Ma il Grande Fiume, il Bosco, le sue bestie erano più furbi, instillavano nel sangue una struggente allegria che istupidiva gli uomini più del vino. No, non allegria: il sollievo d’essere nati lì, di poter morire lì, “nelle pianure più fertili del mondo”, come le chiamava Napoleone. Sprofondati in quella terra grassa, che fiorisce solo a sputarci. Arenati nel tempo, come una barca vuota che galleggia nella polvere del crepuscolo. E le reti metalliche di recinzione sul fiume sono immense tette, hanno pure i capezzoli. Tette materne, da succhiare per nutrirsi del latte della Bassa. E la neve quando arriva è come la Beresina, neve assassina, che acceca, che dura e non diventa mai nera, mica come in città. “Compagno” dice don Camillo a Peppone “non lo capisci che il mondo sta cambiando, e che presto ci ritroveremo io e te, soli, sotto un ponte a litigare?”. “E allora?”, ringhia il sindaco comunista. “Continueremo a litigare sotto il ponte”. E don Camillo ringraziava Dio, che gli aveva fatto l’unico regalo vero, un nemico sincero, che non tradisce.
Il dottore Giuseppe, tradito da tutti, alla fine si arrende, smette di fare il primario al Carlo Poma, va via, arriva a Porto Mantovano per fare il medico condotto. Va a visitare i pazienti del benessere non più contadino, di una agricoltura altamente specializzata, tecnologica, ma gli accidenti restano gli stessi da che mondo e mondo: e anche questa è una storia di quelle che il fiume Po racconterà in eterno, una storia bassaiola, da squilibrati con un cuore immenso. Nel Novecento mantovano di Bertoni ci sono quelle strette di mano, lunghe, dure, da slogare i polsi. Le mani di chi sgrava una vacca, taglia una pianta, solleva una forma, impugna un aratro, manovra un trattore, carezza un bambino, pesta un rivale, se le torce pregando. Chissà se usano ancora, se ancora ci sono quelle mani d’acciaio deformate dalla vita campestre. Chissà se ancora si fanno quei colloqui tra asino e cristiano, certo però che il somaro sembra più intelligente. Dio che sorrisi senza denti sotto quei cappelli, sopra quelle camicie senza cravatta, abbottonate fino in cima, a strozzare gozzi contadini, rasati male, barbe di fil di ferro, di bifolchi, mezzi uomini, mezzi lupi. Che facce deformi, da Cottolengo, da campagna, belluine, felliniane, piene di poesia. Sono le facce della vita. C’è ancora, sparso tra le foto, qualche maniscalco, qualche ramaio, collezionista, orologiaio, mestieri medievali, rimasti intatti per secoli e di colpo travolti dal futuro dei nuovi saperi ignoranti, impotenti, senza manualità, senza poesia. Ma nessuna meraviglia, anche 70 anni fa era possibile comperare senza spostarsi di casa: c’era l’automobile a domicilio, e se volete sapere come funzionava leggetevi il libro, i racconti epici di Stelio Villani.
Questo è il mondo che non c’è più. Questo è il mondo che si è portato via Giuseppe De Donno, medico buono e bianco che, un bel giorno, non ha retto a chissà cosa e si è tolto di mezzo. Lo hanno trovato suicida in casa sua, a Curtatone, quello della battaglia del 1848, prima guerra d’indipendenza italiana, che qui ancora chiamano “Curtatùn” perché il dialetto è regola, è dogma, è anima. Esterrefatti si dicono i colleghi, gli amici. Esterrefatti, ma non stupiti: il medico Giuseppe era già morto dentro, qualcosa si era spaccato e adesso i giornali scrivono il segreto di Pulcinella, “problemi personali e professionali”, che vuol dire non ce la faceva più, non c’era già più anche se continuava a visitare i suoi malati. Niente sponde, sponsor, agganci, solo lui e la sua missione e se sei così in questo Paese non vai da nessuna parte, ti distruggono. Mah, chissà cosa ha sofferto in questi mesi, per arrivare a cancellarsi così. Perché un uomo, un medico, può ben decidere che non ne vale la pena, può anche scegliere di non reggere alla delusione, alla sconfitta, a un fallimento che sente di non meritare. All’ingratitudine. Il medico Giuseppe se n’è andato e l’assassino non c’è, sono tanti, è nessuno, adesso qualcuno scuote la testa, qualcuno piange, lacrime vere o di coccodrillo, ma nel Po i coccodrilli non ci stanno, ci stanno i lucci che son proprio cattivi, uno di 200 chili ne han pescato una volta, e devi vederli come si comportano quando li tirano su, par quasi che abbiano capito e vogliano mangiare chi li ha presi, il maiale invece no, poverino, lui ancora lo appendono e lo scannano e le urla si sentono per chilometri nella campagna lugubre e questa è proprio una pratica barbara ma vaglielo a dire ai mantovani di rinunciarci, quelli son matti, ma matti sul serio e il medico Giuseppe matto lo era anche lui, da primario a fare il medico condotto per poi ammazzarsi, pensa un po’ te, ma il fatto è che la vita, a dirla tutta, è proprio una gran porcata.

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