Il Festival di Yulin sa di macello, sa di carne maciullata e cotta nelle bancarelle infernali, con migliaia di umani che mangiano, felici e feroci

Il solstizio d’inverno è il giorno delle streghe, il solstizio d’estate è il giorno dei demoni e i demoni sono umani e sono cinesi. Ogni anno, il 21 giugno, a Yulin, nel Guangxi del sud, un festival che sa di macello, sa di carne maciullata e cotta nelle mille bancarelle sudicie e infernali, con migliaia di umani che vengono e mangiano, felici, feroci. Carne di cane, migliaia e migliaia di cani. Li raccattano per le strade ma anche li rapiscono dalle case, li stipano in gabbie per polli, li trasportano su camioncini e furgoni e motorini e quelli arrivano già mezzi morti per essere presi, finiti a bastonate o a coltellate o a colpi di mannaia e cucinati sul posto. L’assoluto disprezzo di un regime per gli animali e per gli umani dopo la pandemia dei pipistrelli o pangolini, il potentissimo volano per altre zoonosi, altre devastazioni globali. Il regime tollera. Formalmente non approva, si estranea, ma essendo la dittatura più organizzata del pianeta non fa niente per stroncare un rituale che potrebbe abolire in pochi minuti. Il regime cinese semplicemente lascia fare, lascia passare.
E i cani torturati muoiono guardando negli occhi i loro carnefici e non capiscono. Perché un cane, come scrive Michel Houellebecq ne “Le possibilità di un’isola”, è “a machine for loving”, una macchina per amare, sbagliando perché il cane non è una macchina, è, come aveva capito bene Schopenhauer, fatto per amare, che è una cosa diversa, è uno scrigno d’amore il cane come sanno tutti quelli che ne hanno almeno uno. Cani che subiscono atrocità indicibili e ancora scodinzolano, come a dire perché mi fai questo, io ti amo uomo, io mi fido di te. Cani che porgono la zampa dalla stia dei polli, aiutami, salvami e ti ripagherò in eterno.
Ma i cinesi, che hanno scoperto le delizie del capitalismo senza passare per i diritti civili, umani, non ascoltano, loro vanno al Festival e si ingozzano di carcasse di cani, di gatti, di altri esseri senzienti, per dire che sanno amare e soffrono sapendo di soffrire; e non lo accettano, come sa chiunque abbia riscattato uno di loro: i traumi sono gli stessi e allo stesso modo non passano. Solo che il cane si fida, il cane infine sceglie di scommettere sull’umano che lo salva, non come noi che gli facciamo scontare il nostro passato colmo di ferite.
La stampa occidentale, notoriamente foraggiata da Pechino, non parla; se parla lo fa in modo soffice, comprensivo, la butta nel calderone del contesto, delle culture che sono tutte da rispettare. Ma qui da rispettare cosa c’è? Siamo riusciti a mandare giù anche un virus misterioso e micidiale, che ci siamo perfino vietati di ricondurre a chi lo ha inventato, esportato: figurarsi se possiamo fare tante storie per dieci o centomila animali cotti e mangiati per la strada. Ma qui da rispettare cosa c’è? Il Festival si ripete indisturbato, anno dopo anno, dal 2010 e non è figlio della suprema cultura orientale ma di una trovata commerciale, smaltire animali in eccesso sfamando la popolazione e facendola divertire, perché da quelle parti ci si diverte così: anche in Cambogia, in Corea, ma in Ucraina, nel blocco dell’est Europa non è diverso, dai Balcani c’è un traffico rigoglioso di queste bestie che arrivano fino in Italia e anche qui un po’ si interviene e un po’ si chiudono gli occhi. Gli organizzatori indisturbati, che per una dittatura è come dire incoraggiati, gli animalisti legnati e messi fuori gioco. Oppure ignorati, più gridano e meno li ascoltano. Vedere le immagini che filtrano dalla Rete è insostenibile, il livello di ferocia non è accettabile per lo standard dell’umanità, siamo all’orrore puro, alla banalità del male. A qualcosa che non dovrebbe essere tollerato dal mondo e dalle sue infinite istituzioni caritatevoli, di controllo, di salvaguardia. Ma le istituzioni sono lì per alimentare anzitutto loro stesse, sono puro business, sono la faccia presentabile, ma losca, della politica globale criminale.
Gente organizzata, a Yulin: cominciano a organizzarlo due mesi prima, curano in modo maniacale gli approvvigionamenti, non sia mai che il popolo resti senza carne guasta, hanno perfino un mattatoio, più ne macellano e più la gente si diverte e il Festival riesce bene, cresce, diventa troppo grosso per saltare. E il regime cinese, che piace tanto ai postcomunisti di qua, sempre un po’ comunisti, può dire: avete visto, noi possiamo fare questo e possiamo imporlo alla morale globale. Dove “questo” è un abominio che non ha ragion d’essere nel mondo degli stendardi, delle fobie che riscrivono la storia, abbattono i monumenti, dei giocatori milionari che si inginocchiano, delle infinite minoranze che rivendicano potere, della semantica paranoica e un po’ cialtrona che riscrive i suoi segni, capovolge le “e”, abbonda in asterischi per non offendere nessuno. Portano animali, esseri senzienti, nelle gabbie per polli, li liberano troppo sfiniti per ribellarsi, li squartano, decapitano ancora mezzi vivi e quelli finiscono il loro martirio guardando chi li annienta. Senza odio, con un’ombra di preghiera negli occhi, almeno finiscimi, che io non soffra più. Ma chi conosce gli occhi di un cane, di un gatto, sa che dentro hanno uno scrigno d’amore pronto a tutto; che morirebbero per salvare l’umano stupido, orrido, vile che hanno scelto e lo sanno. “Ho visto più gente guarire per la compagnia di un gatto che per le medicine” diceva il medico artista Enzo Jannacci. Un animale lo uccidi in tanti modi, macerandolo a un Festival disumano, addestrandolo contro altri simili, tenendolo alla catena, o prigioniero di un balcone, o lasciandolo in una piazzola, sotto un sole che lo cuoce, sotto la pioggia che lo umilia, sotto la solitudine che lo ammalerà per sempre. Non c’è molto da dire, basta mettere i tuoi occhi nei suoi e capisci tutto, anche quello che non vorresti. C’è l’inferno in terra per gli animali, e c’è il paradiso, dopo, l’ha detto anche il papa. Ma non può esserci redenzione per chi mette in terra l’inferno di Yulin, di un festival oltre la crudeltà, dove la banalità del male si tinge di follia.

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