Il giorno che ha fatto esplodere la complessità (di R. Maggiolo)

Oggi sono vent’anni dal giorno-in-cui-tutti-ci-ricordiamo-dove-eravamo: l’11 settembre 2001. Eppure oggi ci sono uomini e donne fatti e finiti che non possono ricordarsi dov’erano in quei momenti, perché allora troppo piccoli o persino perché non erano ancora nati. In questo importante anniversario ci sono già stati molte riflessioni su cosa ha voluto dire quel momento per chi lo ha vissuto. Potrebbe però essere anche utile soffermarsi per provare a ragionare su com’era il mondo prima di quel giorno e cosa lo differenzia in profondità da quello di oggi.

Si potrebbe dire che sono “solo” cambiati gli orizzonti: prima erano limitati alla nostra piccola realtà locale, sia negli affetti che nelle conoscenze, e poi siamo stati tutti, chi più e chi meno, scaraventati sul palcoscenico del mondo. Prima c’erano solo i telefoni a filo, la musica e i film su cassetta, i viaggi quasi solo vicino casa, pochi programmi in TV e a orari fissi, gli amici erano quasi solo quelli del quartiere e le letture erano solo su carta; oggi siamo costantemente connessi con la società e immersi nel presente, possiamo andare quasi ovunque e accedere a quasi qualunque informazione e contenuto quando vogliamo.

Sicuramente tutto questo è vero, ed evidente a tutti. Ma quello che forse ci sfugge è che a questo cambiamento “quantitativo” ne è derivato anche uno “qualitativo”, qualcosa di insieme personale e pubblico, “esistenziale” e politico, e proprio per questo forse davvero epocale. È che prima vivevamo in un mondo perlopiù complicato, ma accessibile e controllabile; un mondo difficile ma in mano nostra. Da quel giorno, invece, dall’11 settembre 2001, ci siamo gradualmente resi conto di vivere in un mondo complesso e ingovernabile. Vale a dire: se prima il mondo sembrava crescere linearmente, da allora la curva della storia è sembrata prendere un andamento esponenziale.

Gli anni ’90 sono forse stati, almeno per noi occidentali, l’apice della fiducia nel futuro. Certo, c’erano tanti problemi, tragedie enormi, ma vivendo in Occidente era difficile non sentire ottimismo verso il futuro. La guerra fredda si era conclusa con il collasso del blocco sovietico, l’economia cresceva arrembante, la cultura pop dilagava e la tecnologia faceva passi da gigante. Il futuro sembrava una strada forse dissestata ma segnata verso un trionfo di ricchezza e diritti; di prosperità e libertà – la “fine della Storia” di Francis Fukuyama colse bene questo sentire.

E poi arrivò l’attacco alle Torri gemelle. Un attentato orribile e sanguinoso, certo, ma forse soprattutto scenograficamente maestoso e terrificante, in quanto colpiva al cuore la città simbolo di quel ottimismo occidentale, e di essa ancora di più il simbolo della prosperità e del progresso; del mercato e della tecnica. A pensarci ora, in maniera distaccata anzi cinica, non è stato tanto l’atto in sé, ma la reazione ad esso a cambiare tutto. Non sono stati i quasi tremila morti (per dire, l’uragano Katrina ne fece oltre 1.800, e le conseguenze sul piano politico e sociale furono infinitamente inferiori) ma come arrivarono e il modo in cui li abbiamo interpretati.

L’architettura del progresso ineluttabile e invincibile aveva improvvisamente mostrato alcune crepe profonde. Ma non per questo era crollata del tutto, e rapidamente ci muovemmo a puntellarla con accresciuto furore. A partire dall’Afghanistan, imbracandoci in una ardita ma ottimistica missione di “nation building”, ma anche proseguendo  nell’instancabile promozione dell’idea che la scienza e la tecnologia avrebbero col tempo risolto ogni problema, il mercato avrebbe infine ripianato ogni disuguaglianza, i diritti umani sarebbero diventati universali. Ed effettivamente la scienza, la tecnologia, le comunicazioni, il mercato, la cultura di stampo occidentale lentamente continuarono a unificare e conquistare il mondo – persino Xi Jinping oggi veste in giacca e cravatta e non in Hanfu. Ma, sotto l’intonaco, le crepe del maestoso edificio del progresso continuavano ad allargarsi, fino a corroderne la vera architrave: la libertà individuale.

Fin da subito dopo gli attentati dell’11 settembre iniziarono le limitazioni alle libertà di movimento (i controlli agli aeroporti) e alla privacy (il patriot act e tutto quello che ne conseguì). Poi arrivò la crisi economica del 2008, e si cominciarono a limitare anche alcune libertà di iniziativa economica, e ora in risposta alla pandemia, anche libertà sociali. Non si sta qui discutendo se queste limitazioni siano state giuste o meno: si nota come la risposta alla crescente complessità si è incarnata in una progressiva limitazione della libertà individuale, che pure è stato l’intoccabile perno e il centro sacro dello sviluppo occidentale uscito vincitore dalla guerra fredda – abbiamo poco da stupirci che ora i no-vax alle loro manifestazioni gridino “Libertà! Libertà!”.

E perché tutto questo? Perché stiamo cercando disperatamente di riprendere il controllo. Perché questo ha mostrato davvero l’11 settembre: che in un mondo sempre più globale e complesso, un evento minimo, un attore insignificante (come un pugno di fondamentalisti in Medio Oriente) può innescare un travolgente effetto domino fino persino ad abbattere le apparentemente inscalfibili cattedrali del progresso. Questo è il punto della complessità: che custodisce e nutre una miriade di rischi, magari anche minimi ma collegati tra loro. E tu puoi sforzarti di minimizzarli tutti – magari limitando le libertà – ma te ne sfugge sempre qualcuno; oppure un altro, per quanto improbabile, accade comunque e innesca una reazione a catena.

Ha ragione quindi Massimo Cacciari quando dice che non riusciamo più a tornare a una situazione di “normalità”. Ma questo è proprio per via della crescente complessità, che ci costringe a passare da crisi in crisi, da rischio a rischio, da emergenza ad emergenza. Dal famoso rasoio di Guglielmo di Occam – «A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire» – siamo sempre più con George Bernard Shaw – «Per ogni problema complesso, c’è sempre una soluzione semplice ma sbagliata». E il moltiplicarsi di dati, di informazioni, non aiuta davvero, perché aumenta le possibili cause e interpretazioni, alimentando la stessa complessità che si vorrebbe risolvere.

Oggi siamo dilaniati da un dubbio: da una parte continuiamo a credere che il nostro modello sia quello vincente e soprattutto quello giusto (tanto che per esempio non riusciamo ad accettare che molti afghani potrebbero preferire i talebani a un governo di stampo occidentale); dall’altra siamo terrorizzati dal moltiplicarsi dei rischi. Ci dividiamo, insomma, tra chi vuole affrontare la sfida della complessità e pensa di poterla controllare, e chi invece vorrebbe solo tornare a un mondo complicato ma rassicurante; tra, insomma, chi rifiuta il mistero e chi invece vi ci si vuole rituffare. Ma con una comune denominatore: una perlopiù quieta ma crescente sfiducia.

Sfiducia nella potenza del modello politico-economico occidentale; sfiducia nelle capacità della tecnologia di risolvere ogni problema e della scienza di chiarire ogni questione; sfiducia in un futuro più giusto, prospero e vivibile per tutti. Una triplice crisi, insomma – politica, conoscitiva, esistenziale – che proprio in questi giorni, nel ritiro dall’Afghanistan, ha trovato una nuova potente evidenza. Ma se supereremo questa crisi – dal greco antico “krisis”, ovvero “scelta”, “distinzione”, “momento cruciale” – lo faremo solo grazie alla fiducia. Che non è vano ottimismo, cioè la convinzione del lieto fine, ma la consapevolezza che ogni parte del percorso, sia essa buona o cattiva, giusta o sbagliata, avrà un suo senso al raggiungimento della meta finale.

Di questo abbiamo bisogno: dare un senso alla complessità. Passare da una complessità “di stato” a una complessità “operante”; transitare dall’analisi e diffusione alla comprensione e cooperazione. Ciò vuol dire che non possiamo aver ragione della complessità solo con strumenti pur potentissimi come la scienza, il mercato e la tecnologia, poiché questi possono risolvere alcuni problemi, ma finiscono per crearne altri; alimentano la complessità, che è come un frattale: più ti ci addentri, più ti ci perdi. E di nuovo, lo abbiamo viston in Afghanistan, dove vent’anni di imposizione della forza, di utilizzo della tecnologia, di introduzione dei diritti non hanno risolto ma anzi forse alimentato il problema; ma lo si può notare anche nei reiterati tentativi di risolvere con il mercato e con le iniezioni di liquidità le sempre più ricorrenti crisi economiche-finanziare del capitalismo.

Per vivere e prosperare nel mondo complesso e globale abbiamo invece bisogno della fiducia: fiducia nel nostro prossimo, ma anche nel nostro “alieno” – siano essi gli anti-vaccinisti o i tecno-confuciani – che va conquistato con la forza della cultura più che del mercato o della politica. La fiducia, infatti, è precondizione di ogni collaborazione e cooperazione, che a sua volta è ciò che più caratterizza l’essere umano e ne ha fatto la fortuna. Solo cooperando a livello globale, infatti, si possono vincere sfide complesse e globali come la pandemia o il cambiamento climatico. E fidarsi vuol dire rinunciare a pretendere di sapere tutto ma abbracciare il caso e il mistero; accettare di non poter vincere se non insieme all’altro, e quindi che le risorse possono essere abbondanti e non scarse.

Non possiamo quindi pensare né di tornare a un mondo pre-complessità, né di risolvere le sfide che abbiamo avanti con la coercizione (per esempio obbligando le persone a vaccinarsi o a sposare il modello dei diritti umani) o con la tecnica (per esempio monitorando tutti con le nuove tecnologie e continuando ad alimentare un modello di crescita e consumo che sappiamo benissimo essere insostenibile). Si tratta, invece, di uscire dal vicolo cieco della sacralizzazione dell’individuo e della libertà, per invece incamminarci nella via ascendente della comunità e della partecipazione.

Dovremmo insomma abbracciare la complessità assecondando ma senza accelerarlo il processo di globalizzazione, e cioè per quanto possibile ascoltando e integrando invece di persuadere e limitare. Segnali confortanti ci sono: dai flop delle manifestazioni no-vax ai Talebani che si affrettano a rassicurare che si avvicineranno ai valori occidentali notiamo che le resistenze sono agguerrite, ma al fondo sanno che sono condannate a perdere. Vent’anni sono un buon tempo di apprendimento per l’essere umano: forse lo possono essere anche per la nostra civiltà.

P.S. Se qualcuno è interessato ad approfondire questi temi ne ho scritto e parlato nel mio ultimo libro e podcast “Brave New Work”.

Fonte e diritti articolo

Per rimuovere questa notizia puoi contattarci sulla pagina Facebook GRAZIE!.

Notizie H24! Il portale gratuito di tutte le attuali notizie e curiosità in tempo reale. Nel sito puoi trovare le notizie verificate e aggiornate h24 provenienti da siti autorevoli.
Tramite un processo autonomo vengono pubblicati tutti gli articoli di oggi da fonti attendibili (Quindi non fake news) così da poter cercare in modo facile ogni notizia che più ti interessa.
Non ci assumiamo nessuna responsabilità sui diritti e dei contenuti pubblicati, il sito Notizie H24 è solo a scopo informativo. Seguire la fonte dell’articolo per avere maggiori informazioni sulla provenienza e per leggere il resto delle notizie.

Vuoi rimanere sempre aggiornato su tutte le notizie di oggi e domani che vengono pubblicate?
Seguici tramite i nostri Social Network:
Piattaforma di Google News
Facebook

Enable referrer and click cookie to search for pro webber