Il Movimento 5 Stelle è nato col ‘Vaffa’ e lì ritorna: Conte impolitico, Draghi una garanzia contro le critiche

Il Movimento 5 Stelle, come minacciato dal leader (Segretario? Capo? Referente?), potrebbe non partecipare al voto di fiducia sul  Decreto Legge “Aiuti” al Senato. Questo Decreto Legge, già approvato alla Camera senza di loro, include, tra l’altro, “misure urgenti in materia di politiche energetiche nazionali, produttività delle imprese e attrazione degli investimenti, nonché in materia di politiche sociali e di crisi ucraina”. In pratica, è un Decreto che distribuisce 20 miliardi di Euro a chi ne ha bisogno, nel bel mezzo di una crisi sanitaria e politica (Ucraina) di cui non si riesce a prevedere l’esito e una crisi energetica imponente con ricadute massicce sull’ economia europea. Per non parlare del problema epocale legato ai cambiamenti climatici. L’attuale Presidente Draghi era riuscito a portare a casa una considerevole somma per attuare il Pnrr (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza). Di fronte alle critiche nei confronti dell’Italia per l’instabilità politica, il debito pubblico, le mancate riforme, era bastato il suo nome, la sua garanzia, perché la Commissione Europea e i Paesi dubbiosi (Olanda, Germania, Finlandia…) non sollevassero nemmeno un’obiezione. Sulla scena internazionale, l’Italia aveva ritrovato un protagonista, su quella nazionale un governo d’ampie intese. Ora Conte e i 5 Stelle intendono far cadere questo governo.
La ragione? Mah, a sentir loro sono tante: il reddito di cittadinanza (creatura prediletta) che, facendo due conti, sarebbe da rivedere perché non sembra funzionare bene (costi altissimi, sprechi pure; incentivi al volano dell’occupazione pochissimi) non va assolutamente toccato. Le spese militari non vanno aumentate; il superbonus per ristrutturazioni va mantenuto così come è; le armi alla resistenza ucraina non vanno date e, dulcis in fundo, il termovalorizzatore a Roma (città soffocata dai rifiuti) non si deve realizzare. Inutile dire che il governo presieduto da Conte fu quello che aumentò, di colpo, le spese militari in misura maggiore dei governi precedenti; inutile ripetere che l’Italia, come alcuni altri Paesi, è in debito endemico con la Nato e che lo stesso Giuseppi (così lo chiamava affettuosamente il suo amico Trump) si dimostrava convinto assertore della necessità di porre fine a questa morosità. Se il superbonus è stato una manna per raddoppiare o triplicare i preventivi da parte di molte imprese, a danno dello Stato, pazienza: alla fine paga sempre Pantalone ovvero noi. Superfluo, infine, ricordare che i 5 Stelle l’invio di armi all’Ucraina lo avevano votato. 

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Da primo ministro, Conte appariva, a pochette sguainata, un giorno sì e un giorno no in TV, leggendo smisurati lenzuoli di leggi, decreti e leggine, facendosi garante di “buon senso governativo”, tenendo a bada gli “estremismi” salviniani, riproponendo a piè sospinto “la necessaria visione europea”, bilanciando i diritti e i doveri. In fondo, tentava di sopire le velleità epocali di Grillo e limitare gli abbracci di Di Maio ai Gilet gialli. Lo accusavano di essere un democristiano. Inciampava nelle misure antipandemia e tentennava nel presentare i compiti necessari a ricevere svariati miliardi dall’ Europa per il PNRR, ma non importava. Dopo il suicidio politico di Salvini, si alleò col PD, con cui andava d’accordo, d’accordissimo. Impolitico quanto e più di Draghi, andava avanti in avvocatesse e sembrava che dopo lo spirito di servizio dimostrato, una volta caduto il “suo” Governo, tornasse agli studi giurisprudenziali e alle aule di Giustizia.
Invece no. Espressione, d’un’espressione, d’ un’espressione (Democrazia diretta? Semi indiretta? Partito o Movimento? O Movimento partitico con uno Statuto assai pasticciato secondo la Magistratura), con l’aiuto di Travaglio, è rimasto a cavallo fra un Di Battista guerrafondaio e un Di Maio istituzionale sotto la longa manus, minacciosa e amichevole, di Grillo. Tirato per la giacca da molti, al suo interno, riusciva a barcamenarsi, ma lo stillicidio impietoso e minaccioso dei sondaggi, che davano il Movimento in caduta libera, lo ha costretto a inventarsi qualcosa, seguendo il motto “Se devo sparire tanto vale provarci”.

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Provare cosa? Sparigliare (no al termovalorizzatore, no all’ Ucraina…) sperare in carte migliori, pur con rischiose elezioni, per sopravvivere. E tornare così all’ antica vocazione di dire NO. Quando hanno provato a dire SI’ i 5 Stelle hanno perso. Alla prova dei fatti, non dei sogni, non hanno retto. Il tocco magico del “Vaffa” è svanito e allora meglio ritrovarlo o piuttosto: non resta che quello. Naturalmente si fa cadere il Governo “per il bene del Paese”, mica per fugare l’estinzione con qualche futuro scranno parlamentare. E d’altra parte, come diceva Vico “la natura delle cose sta nel loro nascimento”. Il Movimento 5 Stelle è nato col “Vaffa” e lì ritorna.

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