il perché del premio all’ex numero uno della Fed (e del quantitative easing)- Corriere.it

Il Nobel a Bernanke: il perché del premio all

Il Nobel dell’economia all’ex presidente della Federal Reserve Ben Bernanke – insieme con altri due economisti, studiosi come lui delle crisi bancarie – sembra il simbolico suggello a un’epoca che si è chiusa. Bernanke è associato al tasso zero e al “quantitative easing”, i massicci acquisti di bond da parte della banca centrale americana, poi imitata da molte sue consorelle tra cui la Bce di Mario Draghi. Quella terapia venne adottata a due riprese, prima per curare lo schianto finanziario del 2008 – in parte legato ai mutui subprime, ma anche a uno choc energetico – poi per salvare il mondo da una recessione durante la pandemia.

Bernanke, per 14 anni al timone della politica monetaria mondiale

Con brevi interruzioni la politica monetaria è rimasta sotto il segno di Bernanke per circa 14 anni. Oggi però siamo in un capitolo di storia successivo, la Fed di Jerome Powell guida le banche centrali in una classica terapia “da anni Ottanta”, forti rialzi dei tassi d’interesse per curare l’inflazione. Con un forte elemento dissonante, però, perché le politiche di bilancio praticate dai maggiori governi sono in rotta di collisione con quanto fanno le banche centrali. La prima banca centrale ad alzare i suoi tassi, anticipando perfino la Fed, fu quella del Brasile nell’estate 2021. Dopo la Fed, ben 33 banche centrali si sono accodate, non potendo fare diversamente. Lo storico dell’economia Adam Tooze osserva che neppure negli anni Ottanta la stretta monetaria coinvolse così tante banche centrali. Tale è la centralità del dollaro: se i suoi rendimenti aumentano, gli altri paesi devono adeguare i propri. Se non lo fanno, si espongono a fughe di capitali, svalutazioni monetarie. E i loro debiti in dollari diventano insostenibili fino a rischiare la bancarotta sovrana.

Il mondo dominato dal dollaro e il ruolo della Cina

Viviamo in un mondo ancora dominato dal dollaro, benché questo non piaccia né a Putin né a Xi Jinping. La Cina ha provato a sganciarsi dal traino della Fed, nel 2022 ha seguito una strada diversa, abbassando i suoi tassi per tentare di contrastare le brutale frenata della sua economia. Ma questa divergenza cinese ha dei costi: emorragia di riserve valutarie, cioè fughe di capitali, nonché rincaro ulteriore di quelle materie prime che Pechino deve continuare a pagare soprattutto in dollari. La Cina è comunque un gigante, la seconda economia mondiale dietro quella americana, e grazie alle sue esportazioni ha una bilancia dei pagamenti in attivo. La stragrande maggioranza dei paesi sono più deboli di lei. Il mondo si divide in due e la discriminante è il dollaro. Quei paesi emergenti che esportano materie prime, come l’Arabia saudita, incassano dollari e accumulano crediti in dollari quindi sono dalla parte dei vincitori. Gran parte dei paesi poveri invece sono dall’altra parte della barricata: i dollari se li devono procurare per pagare le importazioni; e hanno vecchi debiti in dollari da rimborsare con una moneta sempre più pesante.

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La prima deflazione «globale»

D’altra parte quei paesi in passato hanno approfittato del ruolo della Fed come «prestatore di ultima istanza» e hanno fatto incetta di investimenti in dollari quando non costavano niente. Secondo Tooze stiamo per assistere alla «prima deflazione veramente globale«, perché muovendosi quasi tutte all’unisono per rialzare i tassi le banche centrali addizionano e potenziano gli effetti della frenata. Non a caso, sottolinea, questa deflazione globale coincide anche con una crisi geopolitica della globalizzazione, la revisione del rapporto centrale Usa-Cina con tutte le sue conseguenze.

Il debito pubblico Usa oltre il 100% del Pil per la prima volta

La stessa salute finanziaria dell’America viene messa in discussione, da chi osserva che il suo debito pubblico ha superato il 100% del Pil per la prima volta nella storia. Dal 2007 al 2022 i Buoni del Tesoro americano in circolazione sono triplicati. L’America ha però un privilegio imperiale unico al mondo. Può indebitarsi nella propria moneta, può stamparla praticamente senza limiti perché sa che tutti gli altri paesi la accettano come mezzo di pagamento e come bene-rifugio.
Questo scudo invincibile non vale per il settore privato, però: i debiti delle imprese Usa in un decennio sono saliti dal 40% al 50% del Pil. Anche per i risparmiatori la stretta delle banche centrali tassi ha un rovescio della medaglia: nell’attesa che i rendimenti arrivino a compensare finalmente l’inflazione che impoverisce il potere d’acquisto, si svaluta subito il capitale di vecchi titoli a reddito fisso accumulato da anni nei fondi pensione e nei fondi d’investimento. E’ una regola aritmetica implacabile: quando salgono i rendimenti dei nuovi titoli, scende il valore di quelli vecchi che costituiscono una grossa parte del portafoglio del risparmiatore. Dove si conferma che l’inflazione, in modo indiretto o per la “cura” monetaria che scatena, è una tassa sul risparmio, particolarmente severa in una società che invecchia.

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La guerra e l’accelerazione dei deficit pubblici

Un piede schiaccia l’acceleratore, l’altro è premuto sul pedale del freno. Questa immagine descrive le politiche economiche dell’Occidente sulla soglia della nuova epoca storica segnata dalla scarsità di moneta e dal costo elevato del credito. A schiacciare il freno sono le banche centrali, come abbiamo visto: la loro azione tende a placare l’inflazione fermando la crescita economica ed il consumo. Invece i governi continuano a praticare politiche di bilancio di segno opposto. Passata o quasi la pandemia, una nuova ragione per allargare i deficit pubblici è la guerra.
Tutti cercano di attutire i danni che la guerra in Ucraina e le sanzioni o contro-sanzioni infliggono alle famiglie e alle imprese.
La Germania ha detto addio al rigore di bilancio, con la manovra da 200 miliardi del settembre 2022 per compensare il caro-bollette. Germania e Francia hanno nazionalizzato due grandi utility energetiche (Uniper, Edf), a spese del contribuente. L’Inghilterra ha varato un bilancio così spendaccione che è crollata la sterlina. L’Italia ancor prima che uscisse di scena il governo Draghi aveva già speso il 3% del suo Pil per aiuti a famiglie e imprese contro il caro-energia: meno della Germania, in proporzione al Pil, ma pur sempre una spesa pubblica sostanziosa. Tutte queste spese dei governi dell’Unione vanno ad aggiungersi ai 750 miliardi già previsti dal Recovery Plan o Next Generation EU. Ma perfino gli Stati Uniti, che pure hanno risentito dello shock energetico in maniera un po’ meno pesante dell’Europa, il deficit pubblico ha ripreso a galoppare.

Una delle misure più “spendaccione” di Biden è stato il condono dei debiti contratti dagli studenti per pagarsi l’università: 400 miliardi di dollari a carico del contribuente. Deciso alla vigilia delle elezioni legislative di mid-term del novembre 2022, quel provvedimento è stato un tipico caso di “voto di scambio” per conquistare i consensi delle Generazioni X e Z. E’ un trasferimento di risorse dalle classi lavoratrici che pagano le tasse ma non mandano i figli all’università, a favore dei ceti medi con laurea. E’ un condono implicito per l’avidità delle università, la cui corsa al rialzo delle rette viene assecondata da una pioggia di denaro pubblico.
Ha comunque messo l’Amministrazione Biden nella stessa categoria dei governi europei, impegnati a spendere di più proprio quando le banche centrali stanno cercando di diminuire il potere d’acquisto in circolazione.
L’insieme dei paesi occidentali tra pandemia e guerra in Ucraina ha speso il 10% del Pil per trasferimenti a famiglie e imprese, più un altro 6% del Pil per crediti agevolati anti-crisi.
L’interrogativo è questo: i governi stanno praticando clemenza e giustizia sociale, perché con la recessione in arrivo usano i bilanci pubblici per attutire il danno su tutti noi? Oppure stanno intralciando l’azione intrapresa dalle banche centrali per domare l’inflazione, e dunque i deficit pubblici aggiuntivi otterranno come unico risultato di costringere la Fed e la Bce a rialzi dei tassi ancora più forti e prolungati? Con un piede sull’acceleratore e uno sul freno, chi la spunterà?

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