Il piano Pd anti – Meloni: così Enrico Letta trama per non votare mai. Con Mario Draghi premier all’infinito

Luigi Bisignani

Caro direttore, dopo «il patto della crostata» di casa Letta (quello… buono), c’è ora l’altro Letta (quello… meno buono) che sta portando avanti in gran segreto: il patto della macedonia. A base di Meloni, da fare a pezzi, e occupando militarmente il potere quanto più a lungo possibile prima di andare al voto, secondo la miglior tradizione della sinistra governativa. L’obiettivo de il «patto della crostata», copyright Francesco Cossiga, era un accordo informale sulle riforme costituzionali siglato da Massimo D’Alema, Franco Marini, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini durante una cena del giugno 1997 a casa di Gianni Letta e suggellato, appunto, con una superba crostata preparata dalla moglie Maddalena; ben diverso da quello assai meno nobile e di bassa cucina della macedonia di Enrico. La «macedonia Meloni», infatti, è ciò che spera di preparare Letta jr con il supporto del Quirinale, al solo fine di prolungare la legislatura per riuscire a logorare, con una campagna stampa già partita, Giorgia Meloni che, come scrive selvaggiamente la Lucarelli, «la guardi e fa spavento». E ad abundantiam anche Matteo Renzi, per innalzare poi magari sull’altare, stile Fini, un Calenda qualsiasi, riproponendo così un «nuovo Ulivo», magari da accoppiare con i fuoriusciti grillini di Di Maio ai quali promettere, come do ut des, seggi e la cuccagna del reddito di cittadinanza e del salario minimo. La manovra è davvero ardita, considerando anche la riorganizzazione interna che faticosamente sta portando avanti Letta tra le sue scalmanate anime (Franceschini, Guerini, Margiotta, Orlando). Per non parlare delle fibrillazioni in corso in casa Lega e Cinque Stelle, con Salvini in difficoltà, più apparenti che reali, e «Giuseppi» Conte, lui sì in rovinosa caduta per manifesta incapacità, persino come aspirante capopopolo, dopo essere stato disastroso «premier per caso».

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Il piano di Letta Jr e dei suoi sicari punta ad allungare il brodo per arrivare all’estate 2023, procedere all’occupazione definitiva delle più prestigiose cariche pubbliche in scadenza, da Eni a Enel, da Leonardo a Poste Italiane, ipotecando così la politica industriale italiana dei prossimi anni. La strategia si è già svelata con la presa di Cdp, dove la paralisi regna ormai sovrana, essendoci stata una «pulizia etnica» perfino dei dirigenti di seconda fascia della passata gestione, di Snam, con un manager a digiuno di gas, di Fincantieri, cui con l’uscita forzata di Giuseppe Bono, che l’ha resa grande, non è stata assicurata un minimo di continuità e, infine, con la promozione in Sace di Alessandra Ricci, considerata da sempre la nemica numero uno delle aziende pubbliche. Un piano, quello di Enrico Letta, denunciato da Giorgia Meloni, pare con grande vigore, in un recente incontro riservato con Sergio Mattarella al quale ha detto che l’attuale Parlamento non è più rappresentativo delle volontà dei cittadini espresse in più consultazioni elettorali. Il nostro capo dello Stato, con grande prudenza, ha ascoltato e si è fatto preparare delle note dai suoi uffici. L’attuale legislatura scadrà formalmente il 23 marzo 2023 ma per legge, prima di eleggere il nuovo Parlamento, potrebbero passare altri 70 giorni (art. 61, primo comma, Costituzione), ovvero un’eternità. Mattarella, però, sa bene che nelle legislature a scadenza naturale è uso e consuetudine che intervenga un decreto di scioglimento anticipato delle Camere senza attendere la scadenza del Parlamento. In passato, la distanza di tempo tra lo scioglimento delle Camere e le elezioni è oscillata fra i 47 giorni del 1987 e i 70 giorni del 1994. Va inoltre aggiunto che, una volta chiuse le urne e a risultati acquisiti, le Camere si riuniscono la prima volta per l’elezione dei loro Presidenti 20 giorni dopo la proclamazione degli eletti. Inizia poi il valzer delle consultazioni mentre il Governo resta in prorogatio per gli affari correnti.

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In buona sostanza, se non abbandona la barca prima, Draghi se ne può stare tranquillo, da premier, sotto l’ombrellone ancora l’estate prossima. Ma il nervosismo a Palazzo Chigi si taglia con il coltello se perfino l’onnipresente Francesco Giavazzi, «novello Cencelli», si è avventurato adesso anche in disquisizioni di politica monetaria, ammonendo la Bce di stare attenta con i rialzi dei tassi perché si rischia di comprimere la domanda, mentre in Europa, come il suo collega Alberto Alesina gli avrebbe ricordato, l’inflazione che abbiamo oggi è provocata dall’offerta soprattutto nel settore energetico. Ma se invece, come qualcuno sussurra, stufo, stanco e malconcio per il mancato passaggio al Quirinale, Super Mario manda tutti a quel paese, pare sia già pronto l’immarcescibile Giuliano Amato, che nel frattempo (settembre) avrà lasciato la Corte Costituzionale, per presiedere magari un governo di decantazione che prepari le elezioni in un clima di maggior serenità e dialogo. Ma Enrico Letta è davvero sicuro che Sergio Mattarella – che, come lui, viene dalla sinistra Dc corrente famosa da sempre in prima linea sul potere negli incarichi pubblici – lo seguirà in questa lunga agonia? La Francia ci ha insegnato che si può votare anche con la guerra in corso e forse, visto ciò che sta succedendo tra spread e gas, è meglio staccare la spina subito. Ma il centrodestra, in balìa dei capricci delle varie Ronzulli che tengono in ostaggio Forza Italia, non lo capisce proprio. Berlusconi, ora che è tornato in serie A col suo Monza, per voler fare uno sgarbo a Giorgia, è davvero così sicuro di restare nella politica di serie B con un Gentiloni di turno a Chigi per altri 5 anni? Una nuova serie, come si dice ora, dell’orrore.

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