Il pretesto M5s per lasciare Draghi è il nuovo decreto armi

Giuseppe Conte potrebbe dare sfogo al desiderio del suo partito di lasciare la maggioranza di governo nelle prossime due settimane. La conferma del primo appuntamento dal vivo tra Conte e il presidente Mario Draghi, dopo la vicenda delle presunte pressioni del premier su Beppe Grillo per rimuovere l’avvocato pugliese, è arrivata ieri in un confronto telefonico. Si vedranno lunedì. Lo scambio telefonico, invece, è stato breve e schietto, prova che la tensione resta alta.

L’incontro è solo la prima di una serie di occasioni da tenere d’occhio la prossima settimana. Conte presenterà al presidente del Consiglio la lista delle richieste da soddisfare perché il Movimento continui a sostenere il governo.

In cima ci sarà di nuovo il tema dell’invio delle armi in Ucraina. È atteso sempre per la prossima settimana il nuovo decreto interministeriale sul quarto invio di materiale di difesa a Kiev: lo schema sarà lo stesso dei primi tre, un provvedimento condiviso da tre ministeri e secretato. Non ci sarà votazione in parlamento, ma la promulgazione sarà seguita da una relazione del ministro della Difesa al Copasir, il comitato parlamentare che si occupa della sicurezza.

Conte chiederà ulteriori garanzie sulla natura delle armi inviate, nonostante il suo partito abbia votato solo pochi giorni fa una risoluzione che autorizza invii a Kiev fino a fine anno: anche in quell’occasione il M5s si era messo di traverso, salvo poi accettare la formulazione decisa dalla maggioranza.

«Eravamo pronti a non votare la risoluzione sull’Ucraina, diciamo che la situazione era cinquanta e cinquanta: si parlava di astensione, di possibile voto per punti separati, poi è arrivata la scissione di Luigi Di Maio proprio in quelle ore, e così abbiamo scelto di votare il testo per non lasciargli la ribalta», ha detto un parlamentare del M5s all’Adnkronos.

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Stavolta potrebbe essere il pretesto per porre fine alla permanenza in un’alleanza che a gran parte del Movimento sta stretta e uscire definitivamente dal governo Draghi. Nelle chat dei parlamentari il sentimento prevalente è l’ostilità verso il resto della maggioranza «che ci vuole fuori dal governo». «Letta ieri ci ha dato un altro incentivo per andarcene», dice uno di loro, commentando le parole del segretario del Pd, che ha annunciato la fine dell’alleanza, se i Cinque stelle dovessero lasciare l’esecutivo.

Draghi giovedì, durante la conferenza stampa a palazzo Chigi, ha già avvertito Conte: il suo addio al governo comporterebbe la caduta dell’esecutivo. «Non è il momento di seguire sondaggi o calo del consenso», dice il ministro degli Esteri, ormai ex M5s, Luigi Di Maio, tornando a battere sulle responsabilità in capo ai grillini in caso di strappo.

L’intervento di Grillo

A pungere ulteriormente gli eletti ci pensa Beppe Grillo. Il fondatore, ripartito da Roma dopo una serie di appuntamenti poco fruttuosi che hanno certificato la distanza con i parlamentari, ha pubblicato sul suo blog un contributo sui traditori.

Il messaggio può essere interpretato in diverse maniere: qualcuno vi ha letto un riferimento all’addio di Luigi Di Maio, altri hanno percepito tra le righe una critica a chi è ancora nel Movimento e ha disatteso le indicazioni del «benefattore», una figura che potrebbe rappresentare metaforicamente Grillo stesso.

A cavalcare il messaggio arriva subito Vito Petrocelli, l’ex presidente della commissione Esteri del Senato, rimosso per le sue opinioni filo russe: «Se non fossi ateo, anticlericale e pure sbattezzato sarei sicuro di finire all’inferno. Perché per mesi e mesi ho tradito nei fatti il mandato elettorale e il programma del 2018 per “disciplina di partito”. Ma l’ok alle armi italiane all’Ucraina proprio no. Sono tranquillo almeno».

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Torna il tema dell’invio delle armi, ma anche sulle altre questioni i parlamentari si stanno convincendo che la misura è ormai colma. «Dopo il comportamento ambiguo di Draghi nei confronti di Conte, non posso che rappresentare con forza l’istanza d’uscita dal governo, voluta fortemente dal nostro Popolo», scrive in mattinata su Twitter il senatore Alberto Airola, aggiungendo un hashtag, #LeFragoleSonoMarce. Il riferimento è a «Le fragole sono mature», lo slogan che Grillo ha utilizzato nel 2013 e nel 2021 per indicare la via al suo Movimento: la prima volta segnalava lo sbarco in parlamento dei grillini, la seconda il via libera al governo Draghi.

Gli unici che spingono ancora per una pacificazione con Draghi sono i Cinque stelle nel governo. A ribadirlo ieri Fabiana Dadone, ministra per le Politiche giovanili, che ha spiegato che «l’appoggio esterno non è percorribile», facendo eco alle parole del sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia: «Vogliono buttarci fuori, quindi è il momento di restare».

Gli altri temi in ballo

Appare dunque improbabile una crisi extraparlamentare, a meno di un cambio repentino delle circostanze. Possibile invece che la questione delle armi si combini con l’imposizione del voto di fiducia da parte del governo sul decreto Aiuti. Il provvedimento è stato approvato la notte scorsa in commissione Bilancio alla Camera ma non tutti i nodi sono stati sciolti.

Uno dei punti ancora in ballo riguarda il Superbonus: mentre è stato trovato un compromesso sulla cessione dei crediti, tema che stava a cuore al Movimento, è rimasta in sospeso la norma che regola la responsabilità del mancato recupero, che secondo la normativa corrente cade in capo a chi acquista il credito. Su questo aspetto il Movimento spera in un ordine del giorno che impegni il governo a trovare una soluzione.

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Sventata invece, almeno per ora, l’apertura di un altro fronte sulle trivelle. Forza Italia ha ritirato l’emendamento con cui rilanciava l’estrazione nell’alto Adriatico.

Resta però sul tavolo la questione del termovalorizzatore da costruire a Roma. L’emendamento proposto dal Movimento per bloccarne la realizzazione è stato bocciato e per il momento la mediazione con gli alleati del Pd non ha dato i risultati sperati.

Anche sul reddito di cittadinanza i Cinque stelle hanno dovuto accettare un emendamento che, di fronte alla mancata accettazione della prima proposta di lavoro, provoca la perdita del sussidio. Non ci saranno più tre offerte come nella versione iniziale della misura. Per portare il M5s fuori dal governo, Conte ha solo l’imbarazzo della scelta.

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