«Il prezzo dell’energia? Conta più di quello del grano: sbloccare il fotovoltaico»- Corriere.it

«Il prezzo dell
Pannelli fotovoltaici sui capannoni del gruppo Casillo. In alto Francesco Casillo

Fino a un anno fa il loro primo pensiero era comprare il grano alle migliori condizioni possibili. Adesso la priorità è diventata quella di procurarsi energia al minor costo. Quanto sta accadendo al gruppo Casillo, food company basata in Puglia che opera a livello mondiale nella lavorazione e distribuzione del grano, fotografa al meglio la situazione che stanno vivendo i gruppi industriali italiani ed europei. E indica, per certi versi, anche la strada da seguire, considerato che il gruppo di Corato – oltre 2 miliardi di fatturato, il più grande di Puglia – si autoproduce più del 20% del fabbisogno di energia. «Ma la strada da fare, a livello di sistema, è ancora tanta — spiega Francesco Casillo, amministratore delegato di due delle principali società operative del gruppo, la Molino Casillo e la Casillo Commodities — perché attualmente per attivare un impianto di energie rinnovabili serve il parere di almeno 30 soggetti».

Partiamo da come avete affrontato il caro energia e poi spiega le difficoltà incontrate nello sviluppo di impianti energetici.
«La nostra attività è energivora e in tempi normali il 35% dei costi industriali è appunto costituito dall’energia che rappresenta la prima voce di costo industriale. Per questo è già da molti anni, almeno 15, che cerchiamo soluzioni. Abbiamo fatto tantissimi tentativi, dalle biomasse, con la combustione della crusca, alla digestione anaerobica del sottoprodotto per la produzione di metano. Abbiamo presentato i progetti agli enti preposti, dal Comune alla Regione, ma a causa di fumi e/o emissioni odorigene di questi impianti, ancorché nella norma, non abbiamo mai ricevuto risposte: la politica preferisce non pronunciarsi per evitare le contestazioni dei vari comitati. E le pratiche giacciono inevase».

A fronte di questo muro della burocrazia, che soluzioni avete adottato?
«Abbiamo puntato sul fotovoltaico, iniziando a coprire con pannelli fotovoltaici tutti i nostri capannoni; abbiamo creato parchi fotovoltaici collegati ai nostri impianti in autoproduzione e grazie a un processo continuo di potenziamento, accelerato in particolar modo nell’ultimo anno, 7 dei nostri molini sui 10 complessivi sparsi in tutta Italia hanno adesso il loro impianto di produzione di energia. E gli altri tre lo avranno entro sei mesi. Così arriviamo a coprire il 23-24 % dei nostri fabbisogni energetici. Ma non ci siamo fermati al fotovoltaico».

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Cos’altro avete fatto?
«Abbiamo investito in una start up, Eteco, che ha come attività principale l’intervento sugli impianti elettrici aziendali per “filtrare” la corrente elettrica. Insomma, ne massimizza la resa. In tal modo si riesce a risparmiare il 10% di energia evitando dispersioni termiche. Ora siamo in maggioranza in questa start up che oggi è una azienda strutturata di successo con illimitate potenzialità di crescita. L’obiettivo è quello di far beneficiare di questa innovazione tecnologica tante altre aziende energivore».

Non vi limitate, quindi, a soddisfare il più possibile il vostro fabbisogno energetico ma cercate di farvi spazio nel settore della produzione energetica. Ma non diceva di soffrire il peso della burocrazia?
«Cerchiamo soluzioni alternative e creative. Per esempio, con l’imprenditore friulano Alessandro Vescovini abbiamo avviato l’import di gas liquido in container da alcuni paesi asiatici. Non vogliamo utilizzarlo in un rigassificatore classico, ma vogliamo creare un gasdotto virtuale, consegnando questi container con soluzioni intermodali direttamente alle aziende. Queste lo rigassificheranno con mini rigassificatori da installare presso i loro stabilimenti. Siamo i primi a provare farlo in Italia e a febbraio, a Trieste, arriveranno le prime navi di container di gas liquido. L’evoluzione di questa iniziativa è il progetto di una nave deposito flottante di gas liquido a 20 miglia dalla costa, in mare aperto, minimizzando ogni tipo di impatto da cui riforniremo, con una piccola nave shuttle, le strutture portuali di riempimento di tali container. Per questo progetto aspettiamo l’autorizzazione del ministero dell’Ambiente che ci ha promesso tempi brevi. Ma nel frattempo già tre aziende si stanno dotando di mini rigassificatori aziendali per trasformare il nostro gas liquido in gassoso».

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E il grano? Sembra quasi non interessarle più il core business del gruppo.
«Fino all’anno scorso il nostro primo pensiero era comprare il grano alle migliori condizioni di mercato, ora è comprare al meglio l’energia. Perché oggi, quell’incidenza al 35% sui costi in condizioni normali è salita al 60-65% nonostante tutte queste operazioni di efficientamento avviate in tempi non sospetti. Se non ci rendiamo conto che i tre principali Paesi manifatturieri d’Europa, ovvero Germania, Italia e Francia, sono in queste condizioni, non faremo in tempo ad accorgerci della fine del loro sistema industriale. E quando i prezzi dell’energia torneranno a livelli tollerabili, sarà ormai troppo tardi».

Per evitare di arrivare a quel punto, cosa si può fare?
«Si dovrebbe puntare con forza sulle energie rinnovabili. E l’Italia è messa benissimo per vento e sole rispetto agli altri partner europei, facendone una nazione particolarmente vocata in tale attività. Ma qui si innesta il tema delle autorizzazioni. Attualmente di tutta l’energia elettrica che si produce in Italia, il 40% arriva dalle rinnovabili, grazie ai 60 gigawatt di potenza installata, il 52% dal gas e il 8% dal carbone e derivati del petrolio. Oggi le richieste di autorizzazione presentate agli enti locali per nuovi impianti di energia rinnovabile ammontano a 180 gigawatt. Ma per lungaggini burocratiche finalizzate a non fare, le domande sono bloccate. Attenzione, bloccate, non bocciate: perché oggi sia che si proponga di fare centrali a biomassa che pale eoliche o fotovoltaico, l’opinione pubblica si oppone ai fumi, all’inquinamento acustico e a quello visivo. Si oppone a tutto. Ovviamente solo se quell’impianto è sotto casa. Nessuno, a livello locale, si vuole prendere la responsabilità politica di dire sì, perché l’opposizione dei vari comitati significa perdere voti. Da Roma, a livello centrale, alcune cose si stanno sbloccando, perché il ministro Cingolani è un tecnico e ci tiene. Ma a livello periferico no. Pensi che se solo venisse sbloccato un terzo delle richieste di autorizzazioni per energia rinnovabile, potremmo raddoppiare il loro apporto alla produzione nazionale, a scapito del gas. E, si badi, tutto con capitali privati, non pubblici».

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Una soluzione concreta perché ciò possa succedere?
«Mettere in ogni regione dei commissari militari e non politici, tipo generale Figliuolo per le vaccinazioni, con il preciso compito di autorizzare e far costruire in tempi certi e pianificati un numero prestabilito a livello centrale di impianti di energia rinnovabile: oggi siamo in guerra, bisogna adottare misure da economia di guerra».

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