Il primo penoso confronto tra i leader politici al Meeting di Rimini – di Guido Puccio

Per avere una idea di ciò che ci attende in questa campagna elettorale basterebbe, e ne avanza, il primo confronto svoltosi ieri al Meeting di Rimini tra i leader dei partiti.

Il Meeting è uno dei rari eventi di grande spessore civile, culturale e religioso ormai patrimonio questo Paese, già intontito dai talk-show televisivi serali a raffica. L’incontro del giorno di apertura, peraltro, dedicato alla “Forza della libertà e la riconquista della pace” è stato di una ricchezza e di una attualità straordinarie (da segnalare l’intervento del giornalista russo Alexander Archangel’skij).  Oltre naturalmente ad altri incontri che si susseguono in queste ore dove la qualità non è solo quella dei protagonisti che intervengono ma anche degli argomenti sapientemente scelti.

Questa qualità purtroppo non c’è stata nell’incontro “Nella diversità per il bene comune” che, di fatto, ha aperto la campagna elettorale con l’intervento dei leader delle principali forze politiche in competizione, tutti insieme appassionatamente. E ciò, nonostante il conduttore fosse il mite direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, e nonostante il presidente nella Fondazione per la Sussidiarietà, Giorgio Vittadini, avesse introdotto l’incontro ponendo tre domande secche agli invitati: sui partiti (che non ci sono più); sulla scuola; sul lavoro. Tre domande, tra l’altro, sostenute da una presentazione appassionata.

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Sono intervenuti nell’ordine e in rigorosa successione alfabetica Di Maio, Letta  Lupi, Meloni, Rosato, Salvini e Tajani. Nessuno ha risposto alle sollecitazioni di Vittadini se non genericamente, quasi ognuno avesse la sua scaletta pronta indipendentemente dalle domande.

Sui partiti, che di fatto sono stati sostituiti da comitati elettorali, nessuno ha detto niente. Su scuola e lavoro figuriamoci: promesse perentorie, aumenti degli stipendi agli insegnanti evocati da Letta, slogan, frasi ad effetto già lette e sentite, ricerca dell’applauso modulando i toni, spunti prudentissimi di polemica, denunce di situazioni non più sostenibili: quasi fossero tutti osservatori esterni, mentre sei su sette sono stati a lungo al governo.

Si è sentito di tutto: dal prezzo del gas che ora turba i sonni, al presidenzialismo sul quale purtroppo la Meloni continua ad insistere (tutti zitti gli altri), dai rapporti con l’Europa alla sanità, dal reddito di cittadinanza alla guerra in corso ( sulla quale per fortuna Salvini non ha parlato). Naturalmente ognuno, rendendosi conto di essere ospiti di un movimento ecclesiale, non ha lesinato accalorate parole sui temi sensibili come quelli della scuola paritaria e del diritto alla vita. Complice il fatto, non certo incoraggiante, che ognuno aveva disposizione non più di quattro minuti.

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Visti da lontano i leader, chi più chi meno, facevano venire alla mente il gatto e la volpe di collodiana memoria. Un “battesimo di campagna elettorale” come lo ha definito il moderatore, francamente penoso

Guido Puccio

 

 

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