Il tempo dei ricatti morali è finito e la trama del terrore, dopo 14 mesi di lockdown, non tiene più

Tempi duri per gli apostoli del lockdown. Ce n’è uno coi baffetti da sparviero o da omino della caffettiera che gira per televisioni a farsi puntualmente bastonare e allora lui, imperturbabile: ma infatti, ma è quello che dico, ma l’ha detto anche quello e quell’altro. Una roba mortificante, opinionisti con le opinioni altrui, prese in prestito e dismesse alla bisogna. Poi il virologo o succedaneo che vuol lanciare la moda delle mascherine sotto il solleone, un tatuaggio di soggezione, di acritico rispetto dei comandamenti. I terroristi sono indefessi, stupidi come vuole il comandamento ideologico dell’obbedienza cieca pronta e assoluta. Tetragoni ad ogni evidenza e a qualsiasi sconfessione. Chi ragiona sapeva che coprifuoco e zone rosse non servono ad arginare niente ma adesso fioccano le conferme in punta di scienza, come pretendono gli ipocriti che poi, se la scienza gli dà torto, fingono di non sentire. L’ottimo Fabio Dragoni su “la Verità” ha messo insieme cinquanta studi ad opera di scienziati autentici, cattedratici internazionali dalla credibilità leggermente superiore a quella dei Burioni e Cartabellotta: non c’è esito che non sconfessi clamorosamente la benché minima efficacia del lockdown. Allora a cosa serve? Anche questo è ampiamente dimostrato, serve a distruggere il circuito produttivo e commerciale italiano fondato sulle piccole imprese, sul lavoro autonomo. Ovvero la pandemia come “grande occasione per la sinistra, la nuova egemonia culturale” di cui vaneggia il ministro Speranza. Per ora, i risultati sono i seguenti: pizze e caffetterie automatiche di provenienza cinese nella spoon river di botteghe nostrane.
Mettici anche che, a forza di spingere sulla catastrofe, anche i più paranoici, i suggestionabili a lungo andare si saturano: non si può vivere sempre come morti, non si può morire da immuni dopo aver vissuto da impestati. Difatti al primo stormir di riaperture la gente si è presa coraggio e ha invaso teatri, luoghi pubblici, ristoranti. Per quel che poteva, perché una riapertura con simili condizionamenti, limitata alle dieci di sera, tutto è tranne che una riapertura, o, come piace dire, “un ritorno alla normalità”. I profeti della segregazione nutrono suggestioni autoritarie e predicano come partito comanda, ma ormai non gli crede più nessuno, si capisce che lo fanno per opportunismo o per idiozia congenita. Nel fatidico 25 aprile sono scesi a far casino e a sballarsi i fannulloni in odore di antagonisti di tutta Italia, in piazza Castello a Milano, in centro a Bologna, in piazza Santo Spirito a Firenze, alla Piramide Cestia a Roma, belli assembrati, smascherati e provvisti di bottiglioni, ma nessuna Lucarelli, nessun Gassman, nessuna Murgia, nessun baffino, nessun salta fila del vaccino, nessuna euroburocrate da sofà ha trovato da ridire e men che meno la Liliana Segre, vestale di tutto ciò che si può o non si può dire, fare, baciare.
Che altro serve a capire che il lockdown è una pantomima, che le sue ragioni, come riconosce anche il CTS, non hanno niente di scientifico e tutto di politicante, miserie tattiche per logorare l’alleato maldigerito o per logorarsi all’interno; anche per fare la parte del leone sui duecento e rotti miliardi del Recovery che debbono passare per i partiti, per le loro mani avide e bucate.
Per queste schermaglie, per questa volgarissima farsa lugubre il Paese, ha appena ammesso l’Istat, sprofonda: un italiano su cinque versa in condizioni di povertà seria e anche estrema, i debiti non si onorano, la propensione ad arrangiarsi sul filo dell’illegalità cresce e uno su due non ha più speranze nel futuro. E quando non si hanno più speranze, non si ha più neppure disperazione; non si ha più niente da perdere e può succedere tutto. Ci pensassero le sentinelle della reclusione a vita, ci pensassero i notiziari e i fogli di regime, già scatenati in quell’aria da resa dei conti, “fra quindici giorni faremo i conti”. Nessuno li ascolta più e ingenerano solo rabbia e furore, esasperazione e voglia di ribellione. Appena sono scattate le riaperture fittizie, funestate dal maltempo, è subito partita la propaganda iettatoria in funzione di un piano coperto con cui il solito CTS prevede di richiudere tutto, in modo ancora più serrato, nel giro di quindici giorni. Ma a questo punto gli italiani “sono già arrabbiati”, come nel film con Bud Spencer e Terence Hill, e fargli cantare la canzoncina non li placherà. Le ragioni scientifiche non reggono, quelle strumentali fanno pietà: uno scienziato dall’impostazione stregonesca vuole abolire il contante perché veicolo di contagio; un altro consiglia le mascherine griffate; un terzo impedisce ai ristoranti di fornire i servizi igienici; i megafoni di regime fanno a gara a irridere e infangare chi lavora del suo e rischia il fallimento ogni giorno di più. Gli italiani sembrano anche cominciare a vergognarsi di loro stessi, della delazione come regola di vita, della meschinità virtuosa, a Cesano Boscone qualcuno ha mandato i gendarmi a fermare una festicciola per un bambino disabile con tanto di multe per chi c’era. Ogni giorno si legge di qualche infamia che né la prudenza né la decenza possono motivare. Speranza, il ministro sghembo e complessato, non è umanamente difendibile e la pletora di quelli che lo circondano non gode di migliore credibilità. Le varianti, sembrano politiche anche quelle. A Barcellona hanno fatto un esperimento, un concerto con 5000 persone. Dopo quindici giorni hanno controllato il numero dei contagiati. Zero. Il tempo dei ricatti morali è finito, la trama del terrore, dopo 14 mesi filati, non tiene più

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