Imposta di registro sulla sentenza: quando non si paga?

Esenzione imposta di registro per controversie di valore inferiore a 1.033 euro a prescindere dal grado di giudizio e dal giudice: quindi anche in tribunale in secondo grado. 

Al termine della causa, la parte soccombente deve registrare la sentenza, corrispondendo all’Agenzia delle Entrate la relativa imposta. La responsabilità nei confronti del fisco è solidale (dell’adempimento ne rispondono cioè tanto l’attore/ricorrente quanto il convenuto/resistente); tuttavia, nei rapporti interni tra le parti, il vincitore può poi rivalersi nei confronti dello sconfitto per l’importo eventualmente anticipato all’ufficio. 

L’obbligo tributario però non scatta in ogni circostanza. Una recente circolare dell’Agenzia delle Entrate [1] indica quando non si paga l’imposta di registro sulla sentenza. Il provvedimento si adegua a un orientamento della Cassazione ormai stabile [2]. 

La linea, condivisa oggi dall’amministrazione finanziaria, prevede l’esenzione dall’imposta di registro nei giudizi di valore inferiore a 1.033 euro, a prescindere dal grado di giudizio e dal giudice che le pronuncia. Il che ne estende la portata anche al giudizio di secondo grado dinanzi al tribunale per le controversie che, in primo grado, sono state decise dal giudice di pace. 

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In precedenza, il Fisco aveva previsto [3] l’esenzione – in origine limitata agli atti e provvedimenti relativi al giudizio di primo grado davanti al giudice di pace – anche per quelli emessi dai giudici ordinari nei successivi gradi di giudizio in sede di impugnazione delle sentenze del giudice di pace.

Oggi si è deciso di estendere l’esenzione dell’imposta di registro anche nelle controversie in primo grado dinanzi al tribunale, in linea con quanto affermato dalla Suprema Corte nel 2018 [2]. Secondo i giudici, la scopo dell’articolo 46 del Testo unico sulle imposte (legge 347/1991) è di esonerare dall’imposta di registro le cause di valore inferiore a 1.033 perché di minimo valore. Tanto al fine di alleggerire il costo della giustizia per le controversie economicamente non consistenti. L’imposta di registro è, infatti, proporzionale al valore, mentre ai fini impositivi è indifferente l’organo giudiziario che ha emanato il provvedimento.

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La Corte ha affermato tale principio in più di un’occasione [4] riconoscendo l’esenzione fiscale nelle controversie promosse sin dal primo grado anche avanti al tribunale (e non solo dal giudice di pace). 

Da qui l’adeguamento dell’Agenzia, con la scelta di applicare la disposizione di favore dell’articolo 46, a tutti gli atti e provvedimenti relativi a controversie con un tetto inferiore ai 1.033, indipendentemente dal grado di giudizio e dal giudice che li ha emessi.

L’esenzione si applica anche agli atti giudiziari, soggetti all’imposta di registro in misura fissa. E dunque a quelli che dispongono il pagamento di corrispettivi o prestazioni soggetti a Iva.

Restano invece tassabili le disposizioni negoziali contenute in atti scritti o contratti verbali non registrati, enunciati nell’atto dell’autorità giudiziaria interessato dall’agevolazione.


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