In Francia le toghe di ribellano ma il Parlamento va avanti con le riforme

Da oltre un anno la Francia -non uno staterello dittatoriale centrafricano, ma una delle più solide ed antiche democrazie occidentali- ha come Ministro della Giustizia un noto ed affermato avvocato penalista, Eric Dupond-Moretti. Una scelta coraggiosa del Presidente Macron, che ha mandato su tutte le furie la Magistratura francese; ed è molto facile capire perché, se solo si dà uno sguardo al programma di riforme che il Ministro sta portando avanti, al momento con successo e-cosa per noi purtroppo inconcepibile- con un consenso trasversale ed unanime tra le forze politiche.

Evidentemente in Francia, Paese civile di grande tradizione democratica, non c’è traccia di meet-up manettari che conquistino, poveri noi, la maggioranza relativa del Parlamento, e nemmeno di giornali forcaioli che ne tirino le fila. Sicché la magistratura transalpina non gode, a quanto pare, delle comode ed improprie sponde politiche e mediatiche cui è abituata quella italiana da quasi un trentennio. Aggiungete poi che, diversamente che da noi, in Francia -come in ogni altra parte del mondo diversa dall’Italia, d’altronde- non accade lo scandaloso fenomeno della occupazione militare del Ministero di Giustizia da parte di centinaia di magistrati “distaccati” ad hoc per condizionare pesantemente la politica giudiziaria del Paese; e così comprenderete come mai il programma di riforme del Ministro Moretti abbia chance di successo non so se assolute, ma certamente proprie di un potere politico libero di decidere la politica giudiziaria del Paese che democraticamente è chiamato a governare, senza doverne rendere conto al diverso e separato potere delle toghe.

Volete qualche assaggio del programma di riforma al quale il Ministro Moretti, prossimo ospite del Congresso nazionale dei penalisti italiani a Roma, si è impegnato appena nominato? Riforma delle regole per la diffusione delle immagini videoregistrate dei processi. Non deve essere un diritto (di cronaca) assoluto ed incondizionato, ma deve essere preceduto da un giudizio di sussistenza dell’interesse pubblico alla diffusione; la quale in ogni caso dovrà essere accompagnata sempre da accurate accortezze “pedagogiche”, cioè dalla spiegazione alla pubblica opinione del significato e delle ragioni delle peculiari regole del processo che vengono rappresentate. Ma soprattutto: la diffusione sarà possibile solo dopo la sentenza definitiva, e le immagini non più replicabili dopo un periodo di cinque anni dalla sentenza e dieci dal fatto criminoso.  La riforma insomma vuole sottrarre la diffusione di immagini processuali -ovviamente sempre subordinate al consenso delle persone riprese- alla logica del “sensazionalismo”, e dunque al governo dell’interesse “mediatico” che si sostituisce o indebitamente si identifica con l’interesse pubblico.

Altro tema di intervento è quello della durata delle indagini, che -precisa il Ministro- non possono essere eterne. Due anni, motivatamente prorogabili a tre se si tratta di processi di criminalità organizzata: dopodiché interviene la decisione del giudice. Clamorosa poi la polemica innescata dalla riforma del segreto professionale. Divieto assoluto di intercettazione delle conversazioni tra cliente e difensore, anche quando questi rivesta il ruolo di mero consulente. Facoltizzazione della persona sottoposta a perquisizione e sequestro di non consegnare documentazione costituente oggetto di corrispondenza con il difensore.

È in discussione un emendamento proposto dal Consiglio nazionale degli ordini forensi, che propone una consulta tecnica composta da avvocati, magistrati, polizia giudiziaria e tecnici delle comunicazioni telefoniche, che preveda un protocollo ed un sistema tecnologico in grado di immediatamente interrompere il flusso comunicativo del soggetto intercettato quando questi entra in contatto con il proprio difensore. Il livello dello scontro politico in atto con la magistratura francese è ben testimoniato dalle reciproche dichiarazioni. «Gli studi legali sono dei luoghi sacri, non può esistere difesa senza segreto professionale», dice il Ministro. «È in malafede e imparziale, sta lavorando per i suoi amici avvocati», accusa l’Associazione dei magistrati; «Difendo lo Stato di diritto contro dei metodi da spie», replica il Ministro, senza troppi giri di parole.

Non mi risulta, ma non escludo che qualche magistrato possa anche aver affermato (come qui da noi per la riforma della prescrizione) che quella riforma mette “in pericolo la sicurezza del Paese”, o finisce per “favorire la Mafia”; ma, a differenza che da noi, il Parlamento francese bellamente se ne impipa, e vota i primi articoli pressocché all’unanimità. Consentitemi di nutrire un po’ di ammirata invidia. Come dicevo, sabato 25 settembre il Ministro Eric Dupond-Moretti sarà a Roma, all’Hotel Ergife, ospite del XVIII Congresso nazionale dell’Unione delle Camere Penali: saremo particolarmente lieti di ascoltarlo, e di accoglierlo con affettuosa amicizia.

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